Liste di attesa, OmceO: "La causa non è l'attività intramoenia. Pensiamo di sospendere il servizio”

mercoledì 20 marzo 2019
L'ordine dei medici fa il punto sulle cause delle lunghe liste d'attesa e rigetta al mittente le accuse di chi attribuisce il disservizio all'attività intramoenia dei medici: “Quello è tempo sottratto alla vita privata, non all'attività ospedaliera”

L'ordine dei medici della provincia di Lecce, anche alla luce della proposta del Presidente Commissione Bilancio Regione Puglia Fabiano Amati, che individuava nella rimodulazione dell'attività intramoenia una delle possibili soluzioni per ridurre le liste d'attesa, fa il punto sulla situazione e rigetta al mittente le affermazioni che indicavano la stessa intramoenia come “rimedio per scalare le lunghe attese per le visite istituzionali”.

“Le liste di attesa, elemento riconosciuto come LEA (livelli essenziali di assistenza), rappresentano uno degli aspetti più rilevanti della qualità reale e percepita del servizio sanitario erogato, anche nel suo aspetto organizzativo” scrive in una nota Donato De Giorgi, presidente OMCeO Lecce “L’insopportabile attesa delle prestazioni è legata a 3 motivi: una esasperata domanda (indagini inutili, non adeguate nei tempi o nelle indicazioni, scollegate dalle linee guida validate, indotte dalla medicina difensiva, ecc); una inadeguata organizzazione (differenza notevole tra i tempi indicati nelle prenotazioni e i tempi – decisamente più ridotti – dell’effettiva erogazione, carenza anche progettuale dei percorsi, soprattutto nella cronicità, prescrizione con prenotazione da parte dello specialista, a volte disattesa nelle modalità previste dalla normativa ed erroneamente demandata ad altre figure, per esempio il medico di medicina generale; una carenza dell’offerta, specialmente quando l’erogatore della prestazione, come spesso accade, è lo specialista ospedaliero, che deve farsi carico di numerose altre attività istituzionali (attività di elezione, assistenza a ricoverati, sale operatorie, consulenze, urgenze, emergenze, ambulatori divisionali per controlli, ecc.), organici assolutamente inadeguati (sistema spesso messo in ginocchio da una malattia o un assenza non programmabile), turni spesso asfissianti, straordinari, necessità obbligatoria di aggiornarsi, riposi compensativi o “biologici”, ecc.”

“Bisogna anche dire esplicitamente” aggiungono “che le attese insopportabilmente lunghe per diagnostiche legate a patologie oncologiche al di fuori dei percorsi e linee guida (per esempio screening mammografico) non sono riscontrabili nella nostra realtà e lo saranno sempre meno quando andrà a regime la rete oncologica pugliese, se non per le attività chirurgiche, (carenza di anestesisti e personale), che però non vengono mai svolte nella nostra ASL in libera professione. In tutto questo l’attività Libero Professionale Intramoenia ha veramente ben poco a che vedere. Questa infatti è rigidamente organizzata al di fuori dell’orario di lavoro (nel tempo cioè che il Medico sottrae alla sua famiglia, ai suoi amici, al suo tempo, a se stesso e non certo all’assistenza!), inoltre è precisamente normata in modo tale che questa deve corrispondere quantitativamente alle prestazioni erogate con impegnative su base individuale (e non collettivo!, secondo un evidente principio di diritto costituzionale)”.

“Bisogna inoltre precisare che l’ALPI (Attivita libero professionale intramoenia) rappresenta solo il 5% dell’attività erogata, cioè una infima percentuale, fornisce un introito aziendale importante (una parte del quale rappresenta un fondo di accantonamento, che dovrebbe essere utilizzato proprio per l’abbattimento delle liste d’attesa, sebbene quasi mai utilizzato!), rappresenta insomma una opportunità di sostanziare un rapporto fiduciario e trasparente con il cittadino, che spesso ricerca una professionalità e per tale motivo a volte è spinto a rivolgersi fuori dal nostro territorio”.

“Criminalizzare l’ALPI” ribadiscono “vuol dire quindi o sottintendere in maniera subdola, poco chiara e tutto sommato omertosa che il comportamento dei Medici si configura come illecito (se tali situazioni fossero dimostrate, siamo per primi disposti a sanzionare con la più grande severità), oppure far riversare sui Medici (immolati sull’altare del populismo) responsabilità che sono invece del decisore politico. La proposta di Amati va proprio nella direzione di criminalizzare l’attività intramoenia, ignorando le linee guida governative (che invece erano contenute nella proposta Pellegrino) e lo stesso suo titolo della proposta di legge, che si prefigge di “abbattere le liste d’attesa”, ma soprattutto – ponendo al centro degli interessi legislativi l’ALPI – si dimentica di chi deve essere veramente al centro e cioè il cittadino, al quale dare risposte concrete per abbattere le attese in sanità (la salute infatti non può attendere)”.

Infine, proprio per mettere in luce le contraddizioni della proposta e l'utilità del servizio, l'ordine dei medici della provincia di Lecce lancia una proposta provocatoria, riservandosi di intraprendere iniziative di protesta:

“Per tali motivi, al fine di evidenziare 'sul campo' la correttezza delle nostre tesi e rappresentare lo spirito di servizio che presuppone e descrive la nostra professione, stiamo valutando la possibilita’ e l’opportunità di invitare tutti i nostri iscritti a sospendere temporaneamente e unilateralmente l’attivita’ in Alpi. Potrebbe essere un modo per vedere se il re è davvero nudo!”.

 

 

 

 

 

 

 

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