Cronaca Lecce 

«Giornalisti terroristi e truffatori». Il diritto di critica e il dovere di informarsi

La pandemia e il dialogo fra la redazione e i lettori: breve pit-stop per riflettere e isolare gli haters. Perché l'odio, spesso, fa rima con disinformazione

«Terroristi», «giornalisti vergognosi», «vermi e sciacalli», «truffatori». Proprio come per il virus, il folto esercito dei commentatori social sensibili al tema Covid non se n'era mai andato. Era lì, silente, in attesa della famigerata seconda ondata. E ora che la paura per una nuova emergenza sanitaria torna a farsi sentire, si riaffaccia il vecchio refrain: complotti, informazione deviata, regime virale.

La tendenza all'offesa gratuita nei confronti di chi fa il nostro lavoro non è certo una novità giunta dall'Oriente all'inizio di quest'anno. Tuttavia, la quantità di insulti che chiosano un qualsiasi articolo sul coronavirus ha pochissimi precedenti. Anche il solo diffondere i dati delle Asl può generare un manifesto disprezzo.

C'è da dire che ognuno di noi, lavoratori dell'informazione online, ha un discreto curriculum da incassatore di offese. Ogni giorno si palesa qualcuno che, con un esuberante altruismo, si dice disposto a insegnarci il mestiere. Chi proponendoci in alternativa altre, dubbie strade professionali, chi condendo un «vaffanculo» con salace presunzione. Alcuni in modo anche vagamente simpatico, altri decisamente meno. E non che vada bene, ma è così che va e non da ora.

Con una pandemia di mezzo, però, tutto assume un valore differente. L'articolo sull'operatore della tv barese morto qualche giorno fa a causa del coronavirus ha innescato un'assurda valanga di risentimento nei confronti di chi quella notizia l'aveva solo riportata. LecceSette come tante altre testate. L'accusa: scrivere che una persona è morta di Covid. Come si spiega tanto livore?

La differenza tra un paziente che soffre patologie gravi e un paziente che oltre alle suddette patologie ha contratto il Covid sta nel tempo. «Tanto sarebbe morto lo stesso» è il ragionamento che spesso ispira questi sguaiati commenti. Come se lo stesso principio non valesse per tutti. Come se la legge del «prima o poi» non fosse valida dal momento in cui veniamo al mondo. Ma mi chiedo: quanto valgono per queste persone cinque anni, un anno, sei mesi di vita? Sono solo numeri utili alle statistiche?

Arrivati a questo punto, con la seconda ondata di una crisi che sembra già infinita, avremmo dovuto superare da un pezzo la fase delle polemiche inutili. Uno dei pochi indicatori in grado di guidarci dovrebbe essere la capacità dei nostri ospedali di accogliere nuovi pazienti. E allora: chi sarebbe capace di spiegare la differenza tra morire «con il Covid» o «per il Covid» a qualcuno che ha bisogno di un ricovero in ospedale ma non può accedervi per mancanza di posti letto?

Partiamo dal presupposto che rifiutare la complessità di questo momento significa in qualche modo fuggire dalle proprie responsabilità. La mancanza di consapevolezza, in una situazione come questa in cui la condotta di ognuno può incidere sulla collettività, può dar vita a comportamenti impulsivi, poco comprensibili. E questo pare stia accadendo, almeno in parte. Se siamo incapaci di confrontarci con l'avversità difficilmente riusciremo a dotarci di buone armi per uscirne. Anche a noi, che ne scriviamo quotidianamente, questa realtà risulta spiacevole, ma continueremo a raccontarla, perché di Covid, purtroppo, si muore. Si muore direttamente e indirettamente. Basti pensare a tutti quei pazienti oncologici costretti a interrompere le loro terapie nel momento più complicato, abbandonandosi allo stesso destino di chi era intubato, con un filo di speranza, in terapia intensiva.

In questi ultimi giorni d'ottobre i contagi, come i ricoveri e i decessi, continuano a moltiplicarsi, in attesa che le limitazioni in vigore riescano a piegare quest'impennata. E finché siamo per strada, al supermercato o a casa nostra, i numeri rimangono numeri e l'obbligo di indossare la mascherina un seccante rito del quale faremmo volentieri a meno. Ma la percezione inganna. Basterebbe entrare in un Pronto Soccorso per fare un improvviso bagno nella realtà. «In questo momento mancano gli anestesisti, mancano i medici dell'emergenza-urgenza. I nostri reparti sono in affanno» ha ammesso suo malgrado solo qualche giorno fa Silvano Fracella, primario del Pronto Soccorso del Vito Fazzi di Lecce. E per quanto qualcuno si sforzi di trovare una alternativa, la realtà è questa.

«Terroristi», «giornalisti vergognosi», «vermi e sciacalli», «truffatori», si diceva. Così ci descrive qualche lettore evidentemente poco incline al confronto. Il nostro mestiere non è quello di convincere chi ci legge, così come non fa parte del nostro lavoro fungere da bersaglio per haters senza argomenti.

Ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, ma prima di farlo dovrebbe sentire il dovere di informarsi.

Andrea Gabellone

 

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