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Antonio De Blasi e la sua Zollino Anni '50

Con le sue foto amatoriali ha raccontato pagine importanti della storia del paese. Il suo archivio è oggi affidato alla cura della figlia Claudia.

Antonio De Blasi (Taurisano, 27/11/1929 – Lecce, 16/11/2018), forse inconsapevolmente, è stato uno dei protagonisti della vera e propria rinascita del paese di Zollino negli anni '50. Quattro anni fa, pochi mesi prima di morire, aveva raccontato la sua storia in un corto realizzato dalla MeditFilm VideoProduzioni: ''Ho rischiato di diventare zollinese''.

Proprio negli anni ’50, giovane geometra e tecnico di fiducia del Comune di Zollino, lavorò allo sviluppo urbanistico del paese;   appassionato di fotografia, scattò decine di immagini, contribuendo   alla ricostruzione dell’identità storica della comunità.

Il corto della MeditFilm è stato curato da Fabrizio Lecce, Daniele Coricciati e Antonio Chiga e si è avvalso dell’ingente materiale fotografico messo a disposizione da Claudia De Blasi, figlia di Antonio.

Si tratta di un racconto di immagini e parole, portato avanti con commozione ed entusiasmo: un giovane geometra, appassionato di fotografia, che, dal 1951 al 1958, guidò i ''Cantieri lavoro'' del Comune di Zollino: un’intera generazione di uomini che, a pochi anni dalla fine della guerra, si ritrovarono a costruire le nuove strade del paese e a rimettere in sesto quelle già esistenti, da via Corsica a via Regina Elena, da via S. Anna a via Sergio Stiso, alla stessa piazza S. Pietro. Antonio De Blasi divenne, così, protagonista della profonda trasformazione urbana del paese: ritornato a Zollino, tradirà l’emozione di non trovare più alcuni di quei luoghi, unita al ricordo dei nomi e dei volti, comunque piegati dal duro lavoro manuale.

E, naturalmente, ritorneranno anche gli amici, come Ninì Rucco (recentemente scomparso), insegnante e poeta, con il quale condivideva spesso il tragitto fino a Zollino; oppure Gegè, il più fidato tra gli operai che doveva dirigere, e Mansueto, il vigile urbano che sapeva tutto di tutti.

Da grande appassionato di fotografia, Antonio De Blasi aveva come riferimento Giuseppe Palumbo (Calimera, 1889 – Lecce, 1959), fotografo e scrittore; in qualche modo, cercava anche d’imitarlo, come fece, per esempio, con gli scatti dedicati al menhir ''stazione'', immortalando anche ''mesciu Pati'', l’operaio che aveva l’ingrato compito di rompere i massi più grossi.

Il suo racconto merita di essere conosciuto e valorizzato, anche perché, nel corso degli anni, diverse sue fotografie sono state utilizzate in alcune circostanze (anche ufficiali) senza averne citato l’autore. Il corto della MeditFilm, in qualche modo, ha cercato di rendergli giustizia. Il film è nato da un’intuizione di Daniele Coricciati, fotografo per grandi artisti, esploratore visionario, autore e curatore di diverse iniziative editoriali; zollinese di nascita, è sempre restato particolarmente legato al suo paese d’origine.

Particolarmente utile è stato anche il contributo della famiglia De Blasi, soprattutto della figlia Claudia, a sua volta fotografa, che, in qualche modo, ha ereditato la passione e la sensibilità del padre. Il corto ''Ho rischiato di diventare zollinese'' può essere visto sul canale ufficiale YouTube della MeditFilm Video Produzioni (https://www.youtube.com/watch?v=qi0iSPnWPzU&t=4s).

Il racconto di Antonio De Blasi parte dal ricordo di suo padre, che, come premio per il conseguimento della licenza di quinta elementare, gli comprò (dallo storico negozio leccese Staffieri) una macchina fotografica a cassetta 6 x 9, che faceva otto pose.

In quegli anni, nella Villa Comunale, c’era don Luigino, un vero e proprio personaggio mitologico per Antonio, ancora bambino: come racconta, non faceva altro che girargli e rigirargli intorno, nel tentativo di capire come funzionasse la sua macchina fotografica: «Sin da giovane ho sempre sviluppato e stampato, per conto mio, in bianco e nero; quando, poi, è arrivato il colore, è diventato tutto più complicato, perché avrei dovuto avere attrezzature costosissime... E ho dovuto limitare la mia passione...».

Nei suoi anni zollinesi, Antonio ha scattato e sviluppato decine di foto, documentando le diverse fasi del suo lavoro e di quello dei suoi operai: per esempio, l’imbrecciamento, con la breccia raccolta sul bordo della strada e, poi, sparsa e spianata.

Antonio ha lavorato a Zollino per quasi un decennio, negli anni ’50: ogni giorno su e giù da Lecce, in treno. Era stato nominato tecnico di fiducia da parte del Comune, nell’ambito dei progetti statali che avevano dato origine ai Cantieri scuola-lavoro: «Lo Stato s’impegnava a pagare tutte le giornate agli operai, oltre ai compensi per l’istruttore e l’aiuto-istruttore, mentre il Comune doveva impegnarsi a fornire tutto il materiale necessario per la realizzazione delle opere».

Antonio ha effettivamente rischiato di diventare cittadino zollinese, visto che, alla fine degli anni Cinquanta, prese in seria considerazione l’ipotesi di trasferirsi a Zollino: la sua storia professionale s’intreccia, infatti, con quella entimentale; di fatto, con sua moglie Vanna, sono stati insieme da quando lei aveva sette anni e lui nove: «Tra tutte le decisioni che ho preso in vita mia, giuste o sbagliate, la più indovinata è stata quella di sposarla».

Nella zona dove ha sempre abitato, a due passi dalla Villa Comunale di Lecce, all’inizio dell’attuale via Imperatore Adriano, c’erano state, infatti, le case di proprietà della nonna di Vanna Fanciano: la famiglia De Blasi, con Antonio piccolino, viveva in affitto in una di queste case; il cortile e il portone erano comuni, per cui, sin da bambini, i piccoli Fanciano e i piccoli De Blasi vivevano in simbiosi in queste case aperte.

Appena diplomatosi geometra, Antonio ha cercato, da subito, di realizzarsi professionalmente: «Mi arrivò una lettera di comunicazione in cui mi nominavano istruttore-capo di un cantiere di scuola di lavoro a Zollino, con 50 operai alle mie dipendenze. Non appena me li presentarono, mi sembrarono 'unu ‘cchiu bruttu e ‘cchiu niuru te l’autru’... Invece, si rivelarono tutti, ma proprio tutti delle bravissime persone».

Alcuni operai gli raccontarono che, durante la guerra in Grecia, li avevano utilizzati come interpreti, essendo la lingua greca piuttosto vicina alla parlata della Grecìa Salentina. «Ricordo ‘Ntoni Panzera, oppure Gegè, il capo-mastro edile, che faceva pure da vice-istruttore; e, poi, il manipolo, quello che portava i 'piezzi' più grandi e pesanti. Su tutti, però, ricordo Mansueto». Mansueto era stato il suo braccio destro, la persona che consigliava e informava: «Era un vigile urbano, perciò sapeva tutto di tutti!». 

Antonio arrivava a Zollino in treno, tutte le mattine: «Il primo giorno arrivai verso le 11: dalla stazione al paese, un’unica strada rurale. Non c’era un’anima. L’estate la gente stava in campagna... Su via Regina Elena incontrai una signora, che m’indicò il Municipio, di fianco alla chiesa».

In quegli anni, il Municipio di Zollino si trovava al primo piano di una palazzina che, al piano terra, ospitava l’Ufficio Postale: «Il primo giorno di lavoro cominciai a far scardinare una strada», racconta Antonio, «quella che, dalle Pozzelle e via Chiga, arrivava a via Regina Elena».

Vicino al Pozzo di S. Anna, nei pressi del Calvario, dove erano state costruite delle case, durante i lavori di livellamento, necessari per completare la strada, venne fuori un ossario: «Pigliammo le ossa più grosse e le portammo al cimitero», ricorda Antonio, «ma il resto lo lasciammo lì. Ancora oggi, se passi da quel tratto, c’è tutta una parete che somiglia a un torrone: tutte ossa dei monaci di S. Anna».

In quegli anni, quei lavori venivano fatti tutti a mano, a cominciare dalla dimezzatura delle pietre: «Per costruire i fabbricati, il Comune ci aveva dato la disponibilità di una cava di pietra leccese, situata sulla strada provinciale che portava a Maglie».

Ma non c’erano montacarichi sui fabbricati e tutti i “piezzi” venivano trasportati a spalla dai manipoli sulle scale a pioli. «Noi lavoravamo in queste condizioni», racconta Antonio, «Le stesse misure dei conci si facevano con una sega lunga due metri, con due operai ai due lati». Inoltre, con un traino, spesso si era costretti ad andare a raccogliere i massi dai fondi di campagna: si trattava della cosiddetta pietra “mazzara”. «Quando questi massi venivano lavorati con gli arnesi, schizzavano decine di schegge, tanto che fui costretto a chiedere al sindaco di comprare degli occhiali protettivi di celluloide per i mazzatori, che finivano spesso per avere seri problemi agli occhi».

In queste condizioni, non solo fu realizzata la strada, ma anche qualche centinaio di metri cubi di breccia, il tutto proprio con questa pietra mazzara: «E tutto a mano!», tiene a rilevare Antonio, «A mano facevamo anche l’impasto del tappetino: avevamo una caldaia a legna, ci mettevamo le emulsioni e s’impastava il pietrisco; poi, lo si depositava sulle strade e lo si spargeva».

La storia professionale di Antonio De Blasi è realmente una sorta di piccolo romanzo, costellato anche da alcuni miracoli, come li definiva lui: «Nel 1958 vinsi il concorso alla Provincia, ma rimasi ugualmente in contatto sia con il Comune di Zollino che con quello di Castrignano dei Greci: per cui, finivo per lavorare moltissimo».

A causa dei tanti impegni di lavoro, fu costretto ad abbandonare i suoi hobby, tra cui quello dell’aereomodellismo, di cui, in quegli anni, era divenuto uno dei più preparati esperti della zona. Rimase, però, quello della fotografia, che, in qualche modo, riusciva a conciliare con il lavoro di geometra. Non per nulla,  è proprio di Antonio la foto del menhir stazione, un cui ingrandimento è presente, da anni, nei locali del Comune di Zollino (sebbene senza l’indicazione dell’autore...): «L’uomo immortalato accanto al menhir era la mia  mazza: infatti, quando si trattava di lavorare i blocchi di roccia più grossi, lui, con una mazza di otto chili, li spaccava, per poi darli ai mazzatori che li avrebbero ridotti in breccia».

«Una gran brava persona», lo ricorda Antonio, «così come lo era quello che teneva la bottega di generi alimentari vicino la piazzetta del castello». I locali sottostanti al castello erano utilizzati dagli operai come deposito: una stanza del castello era, però, piena di balle di paglia e un giorno s’incendiò.  «Noi finimmo di spegnerlo solo dopo aver tolto l’ultimo ciuffo di paglia», racconta Antonio. «Tornai a casa che puzzavo di fumo da morire! E mi ricordo che andavo spesso al piano di sopra per controllare l’eventuale movimento delle volte, in quanto, con il surriscaldamento, ci sarebbe stato il rischio di dilatazione».

In tempi più recenti, piazza Castello è stata del tutto rifatta, cambiando anche il suo nome in piazza S. Pertini: dalla piazza si dipana la via che porta alla sede attuale del Comune. Durante questi lavori, sono stati rinvenuti la base e le fondamenta dell’antico Castello: sono state tracciate con una pietra diversa, affinché si potesse notare il profilo dell’antico maniero. Antonio, invece, il castello lo ricordava benissimo: «C’era il cortile grande, in mezzo: purtroppo, non ho scattato foto al castello, e questa la considero una mia debolezza: d’altronde, chi poteva pensare che lo avrebbero demolito?».  

Le cronache raccontano come il sindaco di allora avesse distrutto un dolmen per farne breccia; fortunatamente, di quel dolmen, come del menhir Pozzelle, a sua volta distrutto nel 1912, restano le foto di Giuseppe Palumbo. «Palumbo era quello che avrei voluto essere io», dice Antonio, non nascondendo la sua enorme ammirazione per lo studioso e fotografo salentino scomparso nel 1959.

La fotografia, per Antonio De Blasi, è rimasta sempre e soltanto una passione: «Ho sempre lavorato, mattina e sera, perché ero costretto a lavorare molto per mantenere la mia famiglia; e mi piaceva lavorare!». E, in fondo le sue parole, finiscono per essere una vera lezione di vita: «Ho amato il mio lavoro, perché mi ha dato decoro e soddisfazioni personali a non finire». Per poi concludere: «Io, del lavoro, ho sempre avuto una concezione sacra».

L’archivio fotografico di Antonio De Blasi comprende anche decine d’immagini storiche della propria famiglia e di quella della moglie, Giovanna Fanciano. Lo custodiscono gelosamente i figli, soprattutto Claudia, che dal padre ha ereditato la stessa passione. Centinaia di fotografie che, incrociando vita privata e vicende professionali, testimoniano la storia di un uomo che, con la sua macchina al collo, per oltre sessant’anni, ha voluto fermare la memoria delle pagine del suo cammino, umano e professionale.                                                                                (Gabriele De Blasi)


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