Salute Sette 

La sindrome post-Covid e il nuovo studio sui recettori del SARS-CoV-2

C’è chi avverte problemi di insonnia, perdita del gusto e dell’olfatto e rash cutanei. Insomma, questa nuova malattia è ancora oscura, persino sul piano dei postumi

Dopo aver rischiato la vita in terapia intensiva a causa del covid-19, un infermiere salentino ci ha confessato, a distanza di mesi dalla guarigione di avvertire un senso di stanchezza, difficoltà respiratorie, problemi di memorizzazione e una sorta di ‘nebbia nel cervello’. Si tratta della sindrome post-covid, che causa tutta una serie di problemi, a seconda dei soggetti che vengono attaccati dal SARS-CoV-2. L’argomento comincia ad essere affrontato dai media nazionali. C’è chi avverte problemi di insonnia, perdita del gusto e dell’olfatto e rash cutanei. Insomma, questa nuova malattia è ancora oscura, persino sul piano dei postumi. Intanto, un nuovo studio diffuso dall’ISS ci svela che “i recettori del coronavirus, ossia le molecole che regolano l'ingresso del virus e che sono distribuiti in vari organi e tessuti, sono anche gli stessi che si trovano associati ad alcuni tipi di tumore, come pure a molte malattie quali il diabete, e le patologie cardiovascolari, cioè le principali comorbidità più spesso riscontrate nei pazienti affetti da COVID-19”. 

Il guaio della malattia covid-19 è che lascia i suoi segni, in alcuni casi, anche dopo i tamponi negativi, sui polmoni o su altri organi. Non è detto che la “negativizzazione” sia il segnale della completa guarigione del corpo: a mesi di distanza dal superamento dell’infezione da Sars-Cov-2 possono restare i sintomi, che in rari casi determinano un abbassamento enorme della qualità della vita. Gli scienziati di tutto il mondo stanno cercando di comprendere la durata e l’entità di questi effetti a lungo termine. La “sindrome post-Covid-19” è ancora tutta da scoprire. 

La reazione più comune è un senso di stanchezza permanente. Dal SISP confermano questo tipo di problemi.

 Quindi, oltre ai “ripositivizzati” (pazienti che dopo essere risultati negativi, presentano tracce del nuovo coronavirus), dobbiamo fare i conti con i postumi di una malattia subdola. La celebre trasmissione delle “Iene”, in una recente puntata, ha citato lo studio del professor Francesco Landi del Policlinico Gemelli di Roma da cui emerge che i pazienti “negativizzati” sono tutt’altro che guariti: un numero esiguo, cioè il 12%, supera la malattia senza strascichi, ma il 32% presenta uno o più sintomi legati al Covid. Secondo questo studio il 55% dei pazienti “negativizzati” ha tre sintomi. La conclusione è chiara: non si tratta di una banale influenza, che si dissolve in poco tempo, ma di una malattia che può far sentire il colpo inferto anche a distanza di diversi mesi, a seconda dell’organo interessato. Questo significa che un numero importante di ex malati di covid dovrebbe essere preso in carico dalla medicina territoriale con un approccio multidisciplinare che verifichi i danni subiti e trovi le cure necessarie. Troppo spesso, invece, chi subisce la cosiddetta “sindrome post-covid” si ritrova ad affrontare questo percorso da solo, affrontando i costi delle visite specialistiche di tasca sua.  

LA NUOVA SCOPERTA CHE RIGUARDA I RECETTORI DEL COVID 

Un gruppo di ricercatori dell'ISS, dell'IDI-IRCCS di Roma e dell'ISA-CNR di Avellino, in uno studio pubblicato su “FEBS Open Bio”, dopo una lunga analisi in silico condotta sui dati di migliaia di soggetti, ha scoperto che i recettori del nuovo cironavirus sono gli stessi che si trovano associati in alcuni tipi di tumori e in diverse malattie.

Quindi, nei pazienti che presentano anche altre patologie, il SARS-CoV-2 potrebbe trovare una via agevolata perché sfrutta i recettori correlati a queste patologie croniche. Nello studio sono state selezionate cinque proteine (ACE2; TMPRSS2; CLEC4M; DPP4; TMPRSS11D) il cui coinvolgimento nell'infezione da SARS-CoV-2 o da altri coronavirus è noto. Sono stati confrontati i dati di espressione in tessuti di soggetti sani e in quelli di pazienti affetti da 31 tipi di cancro (in un totale di circa 40mila individui), osservando che i loro livelli di espressione sono significativamente alterati in particolare in alcuni tipi di cancro, tra cui quello del colon, del rene, del fegato, dei testicoli, della tiroide e della pelle.

Le stesse 5 molecole “sono risultate alterate in molte altre malattie, quali la sindrome respiratoria acuta, il diabete, le malattie coronariche e cerebrovascolari”.

Gli scienziati hanno notato che i pazienti affetti da COVID-19 nella forma più grave mostrano spesso almeno altre tre patologie concomitanti: “La simultanea presenza dell’infezione e delle altre patologie determina un serio aggravamento delle condizioni cliniche di questi pazienti e in quelli che guariscono si osserva di frequente la persistenza di alcuni danni e sintomi anche extra-polmonari, nota ora col nome di ‘sindrome post-COVID’ - concludono gli esperti nell’articolo pubblicato su www.ISS.it - L'espressione quasi ubiquitaria dei recettori dei coronavirus, la loro stretta correlazione con molte altre patologie e la loro alterata espressione in alcuni tumori rappresentano le basi molecolari che possono spiegare perché il COVID-19 sia una patologia sistemica in cui l’infezione può danneggiare diversi organi e apparati dell'organismo”. Questo è il punto, che avevamo già chiarito con il professor Minelli e con altri studiosi nella nostra rubrica “Salute Sette”: la malattia covid vista come sistemica, capace di colpire più organi e che infierisce nelle persone dove trova un terreno fertile a livello di recettori e di altre patologie. 

Gaetano Gorgoni 

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