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La ricerca conferma: Covid più raro nei piccoli. Un test per predire l’efficacia del vaccino

Il Bambin Gesù con le sue ricerche ha finalmente certificato un dato che conferma come nei neonati e nei bambini l’infezione complessa da COVID-19 sia rara ed il ricorso all’ECMO ancora più raro

Il Bambin Gesù con le sue ricerche ha finalmente certificato un dato che conferma come nei neonati e nei bambini l’infezione complessa da COVID-19 sia rara ed il ricorso all’ECMO ancora più raro. In altre parole, è difficilissimo che i più piccoli possano imbattersi in problematiche respiratorie una volta contratta l’infezione: la proporzione con gli adulti è di 7 bambini su 1500 pazienti in età adulta. Intanto, sempre grazie all’istituto pediatrico della Santa Sede è stato sperimentato con successo un test per predire l’efficacia del vaccino antinfluenzale: la sperimentazione si è concentrata su un gruppo di bambini e ragazzi con HIV, ma saranno coinvolti anche altri pazienti immunodepressi. Lo studio è stato pubblicato su Frontiers in Immunology.

COVID E CRISI RESPIRATORIE MENO FREQUENTI NEI PICCOLI 

Un’indagine su 52 centri europei coordinata dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicata sulla rivista ASAIO Journal conferma le idee che già circolavano: i bambini con il virus SARS-CoV-2 hanno sintomi meno gravi e generalmente è raro che si ammalino. 

“Sono stati solo 7 in tutta Europa, da marzo a settembre, i bambini costretti dalle conseguenze del Covid-19 a ricorrere all'ossigenazione meccanica extracorporea (ECMO) - dichiarano i protagonisti del nuovo studio sulla malattia che sta flagellando il mondo - Il più piccolo aveva 2 mesi, il più grande 16 anni. Lo rivela un'indagine coordinata dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che ha coinvolto 52 centri europei ed è stata appena pubblicata sulla rivista scientifica ASAIO Journal. Si tratta del primo studio presente in letteratura sull'uso dell'ECMO nella popolazione pediatrica affetta da COVID-19 e MIS-C, la sindrome multi-infiammatoria sistemica che può essere associata, nei bambini, all'infezione da SARS-CoV2”.

L’ECMO è un acronimo inglese, che significa “ExtraCorporeal Membrane Oxygenation”: si tratta una tecnica di circolazione extracorporea alla quale si ricorre temporaneamente quando i pazienti hanno un'insufficienza cardiaca o respiratoria grave, che mette in pericolo la vita. “Con 7 casi di ECMO pediatrici contro i 1531 casi registrati tra gli adulti nello stesso periodo, la ricerca documenta lo scarso utilizzo di questa tecnica, in ambito pediatrico, per la gestione dell'infezione cardio-respiratoria da SARS-CoV2” - concludono gli esperti.

L’Ossigenazione meccanica extracorporea, in particolare, si è rivelata necessaria nei pazienti pediatrici affetti anche da altre patologie (cardiopatici e oncologici), con un incremento temporale dell'uso di questo trattamento in relazione alla crescita dei casi di MIS-C in Europa (da aprile a giugno). Anche nel paziente pediatrico - segnalano i medici del Bambino Gesù - per i casi che finiscono in ECMO, si riporta la complicanza della trombosi sistemica, come nell'adulto. “L'uso di terapie antivirali prima e durante l'ECMO risulta purtroppo inefficace, mentre dati positivi emergono dall'uso di steroidi e immunoglobuline per il trattamento della sindrome infiammatoria (MIS-C). La sopravvivenza dei casi pediatrici in ECMO per COVID-19 è del 60% contro il 55% degli adulti, un dato sovrapponibile a quello delle altre malattie respiratorie che richiedono il ricorso all’ECMO”.

L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è centro di riferimento, in Italia e in Europa, per il trattamento dei casi pediatrici in ECMO, con una media di 8-15 interventi ogni anno. ASAIO è la rivista scientifica di riferimento per le tecniche e gli strumenti di assistenza meccanica cardio-respiratoria. Nell’aprile scorso sono state emanate le prime linee guida sull'uso dell'ECMO nel paziente con Covid-19.

IL TEST DEL SANGUE PER PREDIRE L’EFFICACIA DEL VACCINO ANTINFLUENZALE 

L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in collaborazione con la University of Miami e BioStat Solutions, ha messo a punto un nuovo test del sangue in grado di predire l’efficacia del vaccino antinfluenzale sui bambini immunodepressi affetti da HIV. È un’innovazione in grado di combinare lo stimolo in vitro del sangue, l’analisi dell’espressione genica dei linfociti e l’intelligenza artificiale. I risultati dello studio, appena pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Immunology, hanno un’importante ricaduta clinica: per i bambini immunodepressi essere protetti dal virus dell’influenza è fondamentale; sapere in anticipo se il vaccino funzionerà o meno consentirà di programmare percorsi vaccinali personalizzati ed efficaci nel tempo, con l’aggiunta di adiuvanti o con un maggior numero di richiami. “Sapere in anticipo se un vaccino sarà efficace o meno è molto importante sul piano clinico: è una informazione che ci consentirà di personalizzare il piano vaccinale del singolo paziente - spiega il dott. Nicola Cotugno della struttura complessa di Immunologia clinica e Vaccinologia del Bambino Gesù diretta dal dott. Paolo Palma - Nei casi in cui avremo di fronte un bambino che sappiamo non risponderà al vaccino, potremo programmare l’aggiunta di adiuvanti, sostanze che potenziano la risposta del sistema immunitario, oppure un maggior numero di richiami. Il prossimo passo è la validazione del test su una coorte più ampia di bambini immunodepressi e, in futuro, la sperimentazione del nostro sistema predittivo su altri tipi di vaccino e altre categorie di persone vulnerabili come i bambini trapiantati, gli allergici, le donne in gravidanza e gli anziani”.

 LO STUDIO

 Dal prelievo all’espressione genica. Lo studio del Bambino Gesù, durato due anni, ha coinvolto 23 pazienti dell’Ospedale affetti da HIV, con un sistema immunitario compromesso dalla malattia e quindi particolarmente vulnerabili ai rischi dell’influenza. Per arrivare al test predittivo i ricercatori hanno ideato un metodo chiamato In VItro Gene Expression Testing (IVIGET): dopo aver prelevato una piccola quantità di sangue da ciascun bambino (3 ml), ne hanno stimolato una parte in vitro con il vaccino antinfluenzale. Dai campioni di sangue sono stati poi “estratti” i linfociti maggiormente implicati nella risposta immunitaria e ne è stata analizzata l’espressione genica, ovvero il modo in cui si “comportano” i geni prima e dopo la stimolazione in vitro.

 L’intelligenza artificiale. I dati ottenuti durante la fase di laboratorio, eseguita al Bambino Gesù con la collaborazione dei ricercatori della University of Miami, sono stati trasferiti ai biostatistici e bioinformatici della società americana BioStat Solutions che, processando le informazioni con un complesso algoritmo, hanno stilato una classifica dei geni in base alla loro capacità di “segnalare” la risposta immunitaria al vaccino (importance ranking), hanno assegnato a ciascuno di questi un punteggio (prediction score) e hanno calcolato il coefficiente di predittività, ovvero il valore numerico che misura la probabilità di efficacia del vaccino.

 IL TEST PREDITTIVO

 L’applicazione del coefficiente di predittività ai bambini coinvolti nello studio si è rivelata attendibile al 96%: la previsione di efficacia del vaccino è risultata esatta in 22 pazienti su 23. Ora il nuovo test dovrà essere validato con una sperimentazione su una coorte più ampia di bambini immunodepressi, cioè con una ridotta risposta immunologica alle vaccinazioni. Un obiettivo ulteriore dei ricercatori è quello di semplificare la procedura nella fase di laboratorio. Se oggi sono circa 100 i geni analizzati per ogni tipo di linfocita selezionato (10 sottopopolazioni linfocitarie), si punta a ridurre sensibilmente questi numeri per rendere il test più rapido, economico e fruibile su larga scala.

 Gaetano Gorgoni 

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