Salute Sette 

Il covid apre la strada al Parkinson? C’è uno studio autorevole ma Caggia invita alla prudenza

Sta facendo discutere tutta la comunità scientifica lo studio australiano che ipotizza una correlazione tra il covid e la comparsa del Parkinson

Sta facendo discutere tutta la comunità scientifica lo studio australiano che ipotizza una correlazione tra il covid e la comparsa del Parkinson. Molti neurologi invitano alla prudenza, tra questi il Salentino Giovanni Caggia, più volte ospite della nostra rubrica Salute Sette, al quale oggi abbiamo chiesto un parere su questo studio così inquietante. Il neurologo salentino ci ha spiegato che il Parkinson è una malattia neurodegenerativa dalle cause incerte: impossibile allo stato attuale certificare la correlazione tra la malattia covid-19 e la manifestazione della malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta ma progressiva, che coinvolge, principalmente, alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell'equilibrio (patologia che fa parte dei “disordini del movimento”). 

Il Florey, Istituto australiano di neuroscienza e salute mentale, ha prodotto uno studio sulle conseguenze neurologiche del covid piuttosto inquietante, che individua nella malattia scatenata dal nuovo coronavirus una delle possibili cause del Parkinson. L'infiammazione neurale subita da molti pazienti in cui alberga il SARS-CoV-2 è un fattore chiave di rischio di contrarre il Parkinson. La relazione pubblicata sul Journal of Parkinson's Disease si spinge fino al punto di raccomandare ampio screening e trattamenti tempestivi. Secondo i responsabili di questo studio, tre pazienti su quattro colpiti dal covid manifestano sintomi neurologici: encefalite, perdita dell’olfatto e altro. Gli studiosi raccomandano di sviluppare dei protocolli per studiare determinati sintomi, come la perdita dell’olfatto, che consentano di intervenire velocemente su queste problematiche. Insomma, il mondo dovrebbe prepararsi a un’ondata di manifestazioni neurologiche provocate dal covid-19. Gli studiosi aggiungono che ci furono delle conseguenze neurologiche che seguirono la pandemia di influenza spagnola nel 1918: il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson aumentò da due a tre volte. Dunque il nuovo coronavirus può attaccare il cervello e produrre patologie neurovegetative: è questa l’ipotesi più drammatica. 

IL PARERE DEL DOTTOR GIOVANNI CAGGIA, NEUROLOGO E DIRETTORE DEL CENTRO CEFALEE CALABRESE 

In questo periodo fioccano studi sugli effetti del covid che danno un’enorme vetrina mediatica, soprattutto se si parla di ipotesi sconvolgenti come la possibilità che la malattia scatenata dal SARS-CoV-2 possa determinare un’infiammazione che favorisce il Parkinson. Ma, secondo buona parte della comunità scientifica, in un momento in cui i virologi stessi si contraddicono, è bene essere molto prudenti, prima di accettare come verità assolute studi che hanno bisogno di tutta una serie di verifiche. Una posizione scettica che il neurologo Giovanni Caggia, grande esperto salentino di Parkinson, fa sua.

“Si scrive tanto degli effetti del covid su vari organi, anche sul cervello - spiega il direttore del Centro Cefalee Calabrese di Cavallino - Si sprecano gli articoli scientifici. Ci sono diversi studi autorevoli che sostengono che il covid possa interessare il sistema nervoso centrale. È possibile. Si scrivono 40-50 articoli al giorno su questo problema, con risultati e teorie contrastanti tra di loro. In realtà ne sappiamo ancora poco sul covid-19. Se dopo anni non abbiamo certezze sulle vere cause del Parkinson, come facciamo a dimostrare una correlazione forte con il covid? Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa cioè, dovuta a una degenerazione che coinvolge alcune strutture celebrali (i nuclei della base che producono dopamina, che è un neurotrasmettitore fondamentale anche per il movimento). Per cui l’eziologia, cioè le cause del Parkinson, non è ancora ben nota. Alcuni pensano che le cause siano i metalli pesanti, c’è l’ipotesi che chi vive in ambienti rurali, respirando troppi pesticidi, sia più esposto. Sicuramente ci sono delle forme di Parkinson di carattere genetico, soprattutto quella a insorgenza precoce, dove la componente genetica gioca il ruolo fondamentale. Oggi possiamo dire con certezza che tutte le malattie neurodegenerative, quindi anche il Parkinson, hanno un’origine multifattoriale. È anche vero che nella degenerazione di queste aree cerebrali che sono deputate alla produzione della dopamina e che sono sostanzialmente rappresentare dal nucleo caudato dalla sostanza rossa, si possono associare dei processi di neuroinfiammazione e di ossidazione. Diciamo che una delle possibili concause del Parkinson potrebbe essere il covid, ma oggi non esiste una causa stabilita e accertata per tutte le malattie neurodegenerative, quindi bisogna essere prudenti. Non abbiamo alcuna certezza”. 

Gaetano Gorgoni

 

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