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SARS-CoV-2 disattivato dai raggi UV? Lo studio e i dubbi. Lopalco: «Risvolti pratici non significativi»

In questi giorni i media si sono concentrati sul lavoro del gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dell'Università Statale di Milano, dell'Istituto nazionale tumori (Int) e dell'Irccs Fondazione Don Gnocchi che dimostra gli effetti letali della luce ultravioletta contro il “nuovo coronavirus”

In questi giorni i media si sono concentrati sul lavoro del gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dell'Università Statale di Milano, dell'Istituto nazionale tumori (Int) e dell'Irccs Fondazione Don Gnocchi che dimostra gli effetti letali della luce ultravioletta contro il “nuovo coronavirus”. La sperimentazione in vitro ha dato gli effetti sperati: i raggi Uv possono uccidere il SARS-CoV-2 anche in pochi secondi. Ma, nonostante l’autorevolezza dello studio, i dubbi nella comunità scientifica restano. “Il lavoro presenta dati per lo più già noti, che non modificano di molto le modalità di prevenzione - spiega il professore Pierluigi Lopalco, capo della task force pugliese - Non hanno cioè risvolti pratici significativi”. 

La notizia sulla capacità dei raggi UV circolava tra gli addetti ai lavori già da tempo: la luce ultravioletta a lunghezza d'onda corta o radiazione UV-C, quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al Mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l'acqua igienizzata), ma anche i raggi ultravioletti del sole, sono l’arma letale contro il SARS-COV-2. Questo potrebbe significare che in spiaggia, all’aperto potrebbe essere molto difficile la trasmissione del virus. Il problema è che il condizionale è d’obbligo. Del resto, l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, in mattinata, ci spiega al telefono che sul piano pratico questo nuovo studio non aggiunge nulla. I dati sulla capacità dei raggi UV sono perlopiù già noti e non cambiano niente rispetto ai protocolli di prevenzione. Insomma, siamo tutti già in spiaggia, con determinate cautele, e sappiamo che il sole è un’ottima arma per rendere più difficile il contagio. Certo, non abbiamo la sicurezza che se qualcuno ci starnutisse in faccia, nonostante il caldo e la spiaggia, possa non essere pericoloso sul piano della trasmissione del nuovo coronavirus. La luce UV-C (che ha tipicamente una lunghezza d'onda di 254 nanometri, ovvero 254 miliardesimi di metro) uccide batteri e virus, grazie alla sua capacità di rompere i legami molecolari di DNA e RNA che costituiscono questi microorganismi. La domanda che sorge spontanea è la seguente: come mai in Africa e in Brasile il virus avanza? 

La risposta degli esperti è un po’ tecnica: il raggio ultravioletto ha un angolo di incidenza tra i 155 e i 158 gradi, come accade nel periodo del solstizio-afelio, tra il 21 giugno e il 3 luglio, quando cioè in Italia la carica virale è diminuita moltissimo, e la temperatura e l’umidità hanno valori precisi: 22-23 gradi centigradi e 70-80%. I raggi ultravioletti riducono la carica virale ma a determinate condizioni. 

I DUBBI DEGLI ESPERTI 

Lo studio sulla capacità dei raggi UV di abbattere il SARS-CoV-2 ha spinto alcuni a dedurre che sulla spiaggia non sia necessaria la mascherina anche se ci sono degli assembramenti. Il direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, ci fa notare in un’intervista rilasciata oggi alla RAI, innanzitutto che gli studi in vitro non è detto che funzionino “in vivo”.  Per il professore molte di queste notizie  sono speculazioni di mercato: non possiamo metterci sotto le lampade a raggi UV pensando di risolvere il problema. Il direttore Ippolito ricorda che lo studio relativo al sole che sconfigge il covid è ancora solo un’ipotesi. Dunque, in attesa dei risultati definitivi, gli esperti ci chiedono il massimo della prudenza, solo per quest’anno, anche in spiaggia. 

Gaetano Gorgoni 

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