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La fase 3 è già possibile? L’immunologo: «Il virus sembra più debole»

C’è da fare i conti col rafforzamento della medicina territoriale, l’unica capace di dare risposte immediate per evitare al paziente malato di covid la terapia intensiva. L'intervista al dottor Minelli

In questi tre mesi di lotta al SARS-CoV-2 le uniche certezze sono emerse dall’osservazione clinica dei malati, che ha dato risultati molto più convincenti delle teorie dei “virologi televisivi” e dei comitati, che sono caduti più volte in contraddizione. Per citare un esempio, prima si è detto che gli asintomatici non avevano la carica virale per infettare, poi la retromarcia; si è anche detto che le mascherine non servivano ai non addetti ai lavori: anche qui passo indietro di virologi e OMS; l’ultima fake news proveniente da autorevoli virologi è stata quella del plasma per guarire i malati di covid: prima non serviva a nulla, poi, dopo l’ok sul Nature e negli USA, va bene e sta dando buoni risultati anche per gli scettici. Ne abbiamo viste di tutti i colori nei giorni del lockdown (che poi significa confinamento!): elicotteri delle forze dell’ordine che inseguivano poveracci solitari sulla spiaggia col cagnolino, con dirette televisive annesse, come se si trattasse della fuga del mafioso latitante Matteo Messina Denaro. Cose irrazionali, basate sulla necessità di far stare a casa le persone spaventandole. Ma anche il blocco dell’attività motoria solitaria non ha un senso. Con l’immunologo, professor Mauro Minelli, proviamo a tracciare un bilancio di quello che è accaduto per capire come e quando si può arrivare alla fase della normalità, dopo lo tsunami pandemico. Prima di arrivare alla fase 3, però, c’è da fare i conti col rafforzamento della medicina territoriale, l’unica capace di dare risposte immediate per evitare al paziente malato di covid la terapia intensiva. 

INTERVISTA ALL’IMMUNOLOGO PROF. MAURO MINELLI 

Professore, il Paese sembra pronto per la fase 3, e cioè per una completa ripresa delle attività produttive e di quelle sociali. Guardandosi intorno, quali sono le riflessioni che in questo momento si sente di fare?  

“Beh, mi pare che alla fine l’esperienza CoViD una certezza, almeno una, sia riuscita a darcela: gli italiani, in linea di massima, si fidano della comunità scientifica alla quale concedono un concreto livello di affidamento non condizionato dai ‘pessimisti social’, e cioè da quella massa rumorosa di persone abitualmente predisposte al complottismo e però, tutto sommato, minoritaria e sempre più alternativa rispetto ai paradigmi ufficialmente codificati dalla scienza.  Affidabile risulta dunque, alla luce di indagini statistiche aggiornate, l’istituzione scientifica alla quale, tuttavia, la maggioranza degli italiani continua a chiedere a gran voce di parlare con una lingua sola, unica e coerente e, dunque, di trasmettere un messaggio il più possibile netto e trasparente. Tanto più nel bel mezzo di una fase ibrida nella quale le previsioni epidemiologiche, i ragionamenti matematici, le proiezioni statistiche, gli azzardi previsionali improntati - non si sa bene su quali presupposti - a nuove ondate autunnali di paure, dovrebbero più plausibilmente lasciare il posto alle evidenze oggettive dell’osservazione clinica. Al momento l’unica in grado di fornire elementi di certezza sui quali fondare credibilmente non solo l’immediatezza della ripartenza, ma anche le proiezioni prossime e future della programmazione e dell’auspicabile rilancio”.

Dunque, pur considerandone la centralità del ruolo, lei individua un qualche gap nella complessiva conduzione dell’evento pandemia da parte dei comitati preposti alla gestione sanitaria e sociale dell’emergenza COVID?   

“Vede, anche chi non ha lavorato a stretto contatto col virus ha avuto la possibilità di comprendere, in questi mesi, che l’efficacia dell’azione terapeutica nella CoViD-19 è direttamente proporzionale alla prontezza dell’intervento; che in ospedale, anche nei reparti intensivi più attrezzati, l’intervento terapeutico può sortire effetti nulli se avviato in ritardo; che, viceversa, la cura tempestiva a domicilio del paziente, se impostata con raziocinio clinico, è certamente efficace. Più di recente tutti ci siamo anche definitivamente convinti del fatto che ci sono alcune categorie di persone potenzialmente in grado di sviluppare, più di altre, forme severe di infezione da 2019-nCov. E allora, se di tutto questo c’è contezza, perché, ancora oggi, fornire a tutti indicazioni indifferenziate e, non invece, prevedere protocolli mirati, evidentemente scaturiti dall’esperienza maturata sul campo ed orientati a proteggere elettivamente quelle persone che l’evidenza clinica descrive come più vulnerabili?  E, a tal proposito, che senso ha inveire furiosamente, magari minacciando ennesime chiusure e nuovi sbarramenti, contro i ragazzi che provano tra loro a risocializzare, se poi nessuno si preoccupa di eseguire controlli prima che quegli stessi ragazzi, a bassissimo rischio di manifestare sintomi della CoViD-19, vadano a far visita magari ai loro nonni che, invece, sono ad altissima potenzialità di sviluppare forme perfino fatali della stessa malattia? E perché continuare a puntare e perfino ad investire su reparti di terapia intensiva raddoppiandone e triplicandone posti letto e dotazioni strumentali ed umane che, se pur opzioni comprensibili nei momenti più critici ed oscuri della fase 1, risultano attualmente del tutto anacronistici e senza senso alcuno? Perché non riversare le attenzioni sul territorio dove a servire non sono tanto le truppe rieditate di cavalieri e dame della nuova Compagnia di San Vincenzo pietosamente chiamate a spiarci e a redarguirci, quanto piuttosto le rinnovate dinamiche di intesa e di collaborazione tra medicina di base e presidi ospedalieri?”. 

Il riferimento è alle misure inizialmente previste dal governo e poi parzialmente riadattate? E cioè alla proposta dei cosiddetti assistenti civici?  

Certo. Mi riferisco a quel provvedimento che credo sia stato in qualche modo rivisto rispetto alla sua formulazione originaria; ma mi riferisco anche a tante altre misure generate da un tecnicismo esasperato ed esasperante proposto dai tanti ‘comitati’ che, spesso, hanno imposto misure restrittive affatto basate su evidenze scientifiche.  Basti pensare alle logiche dei ‘centimetri salvavita’ ritenuti capaci di far la differenza nelle pratiche del distanziamento protettivo, o dei 10 metri quadri di spazio consentito sotto l’ombrellone che diventano 12 in Emilia o 9 in Liguria. Quali sono i fondamenti di questa precisione piuttosto ondivaga? Da dove scaturiscono? E chi li ha stabiliti? E delle mascherine vogliamo parlarne? Quelle che maneggi con disinvoltura, con senza guanti (altro optional di un’improbabile safety) e che, uscendo dal supermercato, metti in tasca per poi riutilizzarla (sempre la stessa) non senza averla piegata e palpeggiata con le stesse mani con le quali avevi messo nella stessa tasca le monete del resto della spesa transitate prima per chissà quante altre mani”.

Secondo lei che cosa può essere sfuggito in un’analisi retrospettiva a bocce ferme?

“Vede, quelle che sinteticamente ho espresso sono considerazioni che scaturiscono da osservazioni quotidiane e che sembrano quasi contrastare con la lucida capacità di comprensione, di adattamento e di responsabilità espressa e manifestata, in questi mesi, dal cittadino italiano medio. Quello che, tra gli altri impedimenti, nella lunga fase del blocco si è vista negata, per esempio e senza una logica precisa, anche la facoltà di praticare qualunque esercizio fisico all'aperto con conseguente incremento di 2 Kg a testa del peso medio, così come documentato dai dati ufficiali del CREA e di Coldiretti. Come dire: più poveri e più grassi! Ma queste son quisquilie… ‘ora non è tempo per ragionare di altro; ora siamo in emergenza!’. Quante volte lo avremo sentito pronunciare, con incontestabile alterigia, questo paradigma palesemente autoassolutorio, utile a per spiegare ciò che non si conosce? Ma buono anche per riaffermare, seppure a fronte di affermazioni palesemente contraddittorie sulle dinamiche del contagio, la capotica applicazione del lockdown rimasta ancora oggi l’unica ancora di salvezza rispetto alla manifesta incapacità di opporre, alla più facile scorciatoia della paura indotta, una dose illuminante di informazioni fondate e necessarie per capire e gestire prima l’emergenza e ora il presente ed il prossimo futuro”.

A quali prospettive, a suo giudizio, andiamo incontro, anche in termini di terapie mirate e di vaccini?

“Il presente, a volerlo leggere senza tentazioni terroristiche, ci parla di un virus non più capace di attivare potenti reazioni infiammatorie. Ci descrive un virus che sembra progressivamente abituarsi a convivere con noi, che non è detto possa tornare a ridiventare minaccioso e contro il quale potrebbe addirittura risultare inutile pensare ad un vaccino potendosi estinguere prima della messa a punto di quest’ultimo. Certo, spaventare vien più facile. Ma ora è tempo che alla paura, scelta emotiva e affatto logica, si sostituisca finalmente la lucidità e la conoscenza, unica formula capace, contro ogni quarantena fisica e mentale, di ripristinare la tranquilla fiducia nel domani”. 

Gaetano Gorgoni




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