Salute Sette 

La minaccia alla nostra salute degli inquinanti industriali: come intervenire

Le sostanze dannose restano in circolazione nell’organismo per anni e bisogna imparare a neutralizzarle con la prevenzione e con interventi farmacologici

L’inquinamento da PFAS non è una faccenda che riguarda solo il nord, ma una minaccia per tutta l'Europa e anche per il Mezzogiorno, secondo autorevoli studi. Lo dicono anche i dati del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA). Le sostanze dannose restano in circolazione nell’organismo per anni e bisogna imparare a neutralizzarle con la prevenzione e con interventi farmacologici. Il professore di origini salentine, Carlo Foresta, Membro Consiglio Superiore di Sanità, Ordinario di Endocrinologia  Università degli Studi di Padova, Direttore UOC di Andrologia e Medicina della Riproduzione, si sta occupando con la sua squadra non solo degli effetti di questo tipo di inquinamento sull’organismo, ma anche degli interventi possibili per prevenire danni all’organismo umano. 

Abbiamo già parlato degli gli interferenti endocrini, chiamati anche “perturbatori”: quelle minacce nascoste che a lungo andare possono scatenare la patologia: l’inquinamento è determinante in tante situazioni, cambia il nostro destino. Oggi, in occasione della conferenza stampa online, intitolata “Pfas e salute: dalla ricerca al territorio”, torniamo a parlare sostanze perfluoroalchiliche: si tratta di composti utilizzati principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua diversi tipi di materiali come tessuti, tappeti, rivestimenti e altro. Le principali fonti di assimilazione per la popolazione sono rappresentate dall’assunzione con la dieta (in via diretta attraverso gli alimenti, o in via indiretta attraverso migrazione di queste sostanze dal packaging o dalle stoviglie) e l’acqua potabile. Quello dei PFAS è un allarme non nuovo nel mondo (Mid-Ohio valley negli USA, Dordrecht in Olanda, e Shandong in Cina) ed in Italia nel 2013 uno studio di IRSA-CNR ha riportato la presenza di PFAS nei fiumi Po, Arno, Tevere, con interessamento delle Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Lazio. La Fondazione Foresta da anni è impegnata nello studio dei danni dell’inquinamento sull’uomo puntando anche su nuove sinergie: di recente è stato siglato un gemellaggio fra Cattedra Unesco di Napoli e Fondazione Foresta di Padova. L’accordo, siglato da Carlo Foresta e Annamaria Colao, ha lo scopo di cooperare nella ricerca e per la tutela dei cittadini e dell'ambiente. Mettere insieme le migliori pratiche, i migliori progetti e programmi per la ricerca scientifica in questo settore è l’obiettivo dell’accordo siglato alla vigilia del convegno online 'Pfas e manifestazioni cliniche. Quali evidenze scientifiche e il ruolo del medico del territorio'.

LO STUDIO SUI PFAS

In alcune zone della Regione Veneto è stato rilevato un importante inquinamento da PFAS, soprattutto nelle falde acquifere delle Province di Vicenza, Padova e Verona. Da quelle rilevazioni è partito un approfondimento che ha svelato scenari inquietanti. “Tali composti sono altamente persistenti nell’ambiente e nell’uomo si accumulano in diversi tessuti dove possono trovarsi anche a distanza di molti anni, con conseguenti effetti sulla salute - spiega il professor Carlo Foresta - Sebbene da un lato le politiche ambientali tendono fortemente a ridurre la presenza di queste sostanze nelle acque, non è stata ancora individuata una politica sanitaria che tenda a ridurre le conseguenze di questo inquinamento nell’uomo. Recenti studi hanno riportato infatti conseguenze sulla salute a diversi livelli nelle popolazioni esposte a elevate dosi di PFAS, riscontrando una maggiore frequenza di malattie a breve e a lungo termine come diabete, ipercolesterolemia, osteoporosi, infertilità, tumori del testicolo, aborti ricorrenti, malattie neurodegenerative e altre patologie.

INFERTILITÀ MASCHILE 

Recentemente, il gruppo di ricerca diretto dal prof. Foresta e in collaborazione con il dott. Di Nisio ha dimostrato per la prima volta il meccanismo d’azione attraverso cui i PFAS, agendo come interferenti endocrini, bloccano l’azione del principale ormone sessuale maschile, il testosterone. L’azione anti-androgenica dei PFAS è stata messa in relazione con importanti cambiamenti antropometrici nei giovani esposti come alterato rapporto degli arti rispetto al tronco, riduzione della lunghezza del pene, riduzione del volume dei testicoli e conseguente riduzione della quantità e qualità degli spermatozoi. Queste interferenze potrebbero avere ruolo nella ridotta fertilità riportata nelle popolazioni esposte e suggerire di instaurare delle politiche di prevenzione, mirate a cogliere precocemente questi segni clinici nei giovani maschi. A queste azioni, si aggiunge la prevenzione del tumore del testicolo, che rappresenta uno degli effetti sanitari associati all’esposizione ai PFAS. Il dott. Enrico Ioverno nel corso del convegno ha suggerito ai medici del territorio una particolare attenzione all’esplorazione preventiva dei testicoli per l’individuazione del tumore ed ha caldeggiato un’attiva prevenzione attraverso l’insegnamento all’autopalpazione del testicolo, soprattutto nei giovani trentenni che sono quelli più a rischio di sviluppare questo tipo di tumore. L’autopalpazione del testicolo, così come l’autopalpazione al seno nelle donne, rappresenta un tanto semplice quanto valido strumento di prevenzione.

POLI-ABORTIVITÀ E INTERFERENZE SULLO SVILUPPO EMBRIONALE 

La letteratura internazionale concorda nel riconoscere un ruolo dei PFAS nella poliabortività e nelle interferenze sullo sviluppo embrionale (basso peso alla nascita, nascite premature, ecc) che si manifestano in donne esposte a queste sostanze. Le indagini sperimentali effettuate dal gruppo di ricerca del prof. Foresta in collaborazione con il dott. Di Nisio e la dott.ssa Rocca hanno dimostrato che i PFAS, come osservato per gli ormoni maschili, interferiscono in maniera analoga anche sugli ormoni femminili, e in particolar modo sul progesterone, il cui ruolo principale è quello di creare un ambiente accogliente per l’embrione all’interno dell’utero materno. Questo meccanismo è stato verificato studiando l’interferenza dei PFAS sugli effetti del progesterone a livello delle cellule endometriali, attraverso il blocco del sistema endometriale che consente l’attecchimento dell’embrione. Inoltre, i ricercatori hanno documentato un’elevata frequenza di irregolarità mestruali in giovani donne provenienti da aree contaminate, che peraltro lamentavano un ritardo nell’età della prima mestruazione. L’interferenza dei PFAS sull’attività funzionale del progesterone suggerisce la possibilità di una terapia farmacologica nel trattamento delle poliabortività delle donne che vivono nelle zone esposte. Come suggerito dal dott. Carosso, ginecologo dell’AOGOI: “in questo scenario di ridotta capacità funzionale di questo ormone a causa dell’azione inibente dei PFAS, si può ipotizzare un trattamento con progesterone esogeno nelle donne residenti in zone esposte e che sono desiderose di prole, per ridurre gli effetti negativi indotti dagli PFAS a livello dell’endometrio uterino”.

OSTEOPOROSI E METABOLISMO FOSFO-CALCICO 

L’attenzione del mondo scientifico sui PFAS negli ultimi anni ha ampliato ulteriormente il suo spettro d’azione, e le più recenti ricerche riportano un effetto nocivo non solo sulla fertilità umana, ma anche sulla salute dell’osso. Diversi studi pubblicati nell’ultimo anno sono concordi nel riportare una riduzione della massa ossea in donne e uomini, anche di età inferiore ai 18 anni, esposti ad elevati livelli di PFAS. Un ormone fondamentale nello sviluppo scheletrico è la vitamina D, ormone steroideo che agisce stimolando il riassorbimento intestinale di calcio a favore di un’azione anabolica sull’osso. Le ricerche presentate dal prof. Foresta hanno dimostrato che i PFAS interferiscono con il recettore della vitamina D, inducendo una ridotta risposta delle cellule scheletriche alla vitamina D stessa, che si manifesta con una minor mineralizzazione ossea. Questi risultati, oltre a chiarire i meccanismi attraverso i quali i PFAS interferiscono con l’attività di questo importante ormone, suggeriscono un possibile ruolo per questi inquinanti nella patogenesi dell’osteoporosi, la principale patologia correlata ai ridotti livelli di vitamina D. Nel corso del convegno, è stato proposto ai medici del territorio di individuare precocemente, attraverso il dosaggio della vitamina D circolante, situazioni di ipovitaminosi D nella popolazione esposta. Nei casi di ipovitaminosi D e in presenza di fattori di rischio, sarebbe pertanto suggerita l’integrazione farmacologica con vitamina D, al fine di prevenire e contrastare l’azione interferente dei PFAS sulla funzionalità di questo importante ormone, nei casi in cui esso sia deficitario.

RISCHIO CARDIOVASCOLARE 

Un ultimo filone di ricerca affrontato nel corso del seminario ha trattato il ruolo dei PFAS sull’aggregazione piastrinica e le patologie cardiovascolari. In due studi americani su più di 10.000 soggetti queste sostanze sono state associate ad un aumentato rischio di patologie cardiovascolari, come coronaropatie, infarto, angina, ipertensione, indipendentemente dai fattori di rischio noti. Va ricordato che anche la ricognizione epidemiologica della Regione Veneto riguardo le manifestazioni cliniche riscontrate dall’analisi del Servizio Epidemiologico Regionale ha riscontrato nei 21 comuni dell’area rossa a massima esposizione da PFAS, un incremento della prevalenza di alcune patologie e condizioni cardiovascolari (diabete mellito, cardiopatie ischemiche, ictus, ipertensione) e dei corrispondenti indicatori di mortalità. Il gruppo di ricerca del prof. Foresta ha evidenziato il ruolo dei PFAS nell’attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione, anche in condizioni normali, predisponendo ad un aumento del rischio cardiovascolare. “Il meccanismo attraverso il quale si suppone che i PFAS alterino l’equilibrio della coagulazione sanguigna è complesso – spiega il dott. De Toni - sembra infatti che l’inquinante agisca modificando la struttura della membrana cellulare delle piastrine, ovvero la struttura che protegge le cellule ematiche e ne media l’interazione specifica con i diversi tessuti corporei”. Secondo i risultati del gruppo padovano, i PFAS sarebbero in grado di attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione, anche in condizioni normali, predisponendo ad un aumento del rischio cardiovascolare. Il significato clinico di queste sperimentazioni è stato poi approfondito eseguendo, in collaborazione col prof. Pietro Minuz dell’Università di Verona e il prof. Paolo Simioni dell’Università di Padova, dei test di valutazione dell’attività piastrinica. I risultati emersi hanno confermato dei segnali di aumentata attivazione piastrinica con conseguente incremento della propensione all’aggregazione delle stesse. Le ultime ricerche relative all’attivazione dell’aggregazione piastrinica indotta dai PFAS dimostrano che questo fenomeno può essere contrastato dall’aspirina, noto farmaco utilizzato in alcune condizioni di alterata aggregazione piastrinica. Allo scopo di ridurre eventuali rischi cardiovascolari associati all’attivazione delle piastrine PFAS-indotta, soprattutto in situazioni in cui è più frequente questo tipo di patologia, il prof. Minuz, ordinario dell’Università di Verona, suggerisce una possibilità di intervento attraverso l’assunzione dell’aspirina, farmaco di vastissima utilizzazione nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, che in vitro si è dimostrata in grado di ridurre l’attività protrombotica dei PFAS. 

CONCLUSIONI

A conclusione del convegno, il prof. Foresta sottolinea l’importanza della comprensione dei meccanismi attraverso i quali i PFAS agiscono sul sistema endocrino-riproduttivo sia maschile che femminile e sullo sviluppo dell’embrione, del feto e dei nati, sul metabolismo fosfo-calcico e sul sistema emo-coagulativo - spiega il professor Foresta – per porre l’attenzione sulla necessità di ulteriori approfondimenti per cercare soluzioni sanitarie che si contrappongano e limitino i danni provocati da queste sostanze:

1) Una precoce prevenzione del potenziale di fertilità nei giovani e del rischio di tumore al testicolo;

2) Una possibilità di intervento farmacologico con progesterone nelle donne che presentano abortività;

3) Un’individuazione precoce di ipovitaminosi D con attenta integrazione sostitutiva;

4) Valutazione del rischio trombo-embolico e delle patologie associate per una precoce prevenzione mediante aspirina.

Infine appare sempre più evidente l’urgenza di ricerche che intervengano sui meccanismi di eliminazione di queste sostanze dall’organismo, nel quale possono ritrovarsi ad elevate concentrazioni anche ad anni di distanza dal momento dell’esposizione all’inquinamento.

Gaetano Gorgoni


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