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Covid, la guerra contro la morte degli anestesisti salentini: terapie intensive svuotate

Intervista al primario di Anestesia e Rianimazione del P.O. Vito Fazzi di Lecce, Dr. Giuseppe Pulito.

Nella lotta al covid-19, malattia che colpisce più organi e che richiede un approccio multidisciplinare, sono diventati famosi tanti virologi intervistati dai media, ma un ruolo di primo piano lo hanno avuto anche gli specialisti che intervengono nella fase più grave della patologia. Gli anestesisti hanno passato tanto tempo chiusi nelle terapie intensive, con turni molto impegnativi, a cercare di salvare vite umane, con la paura che l’intero ospedale collassasse a marzo: tante volte ci sono riusciti. Nel centro covid leccese l’unico incidente di percorso, in questo periodo di pandemia, è rappresentato da due infermieri positivi. Dopo tanta paura, si è svuotata la terapia intensiva covid-19 del DEA (è rimasto un unico paziente che però non è stato infettato dal SARS-CoV-2) e la maggior parte degli anestesisti sono tornati ai loro originari posti di combattimento. Oggi vi spieghiamo qual è il ruolo di queste figure, che tendono la mano a chi rischia di spegnersi, usando le affilate armi della rianimazione per allontanare la morte. Ce ne parla il primario di Anestesia e Rianimazione del P.O. Vito Fazzi di Lecce, Dr. Giuseppe Pulito.

Immaginate di dovervi vestire come da astronauta per molte ore al giorno con i DPI che “solcano” la faccia e di avere fra le mani la fragile vita di tanti anziani, ma anche di giovani con un sistema immunitario fragile: capirete che ci vuole molta forza d’animo e grande preparazione per fare l’anestesista ospedaliero in una pandemia vissuta all’interno di un centro covid. Oggi, che non ci sono più malati di covid-19 nelle Terapie Intensive della provincia di Lecce, vogliamo parlare di questa figura, che ha avuto un ruolo centrale nella lotta per la vita che si è combattuta nei centri covid. Vi raccontiamo gli sforzi di chi era in prima linea nell’inferno pandemico di marzo e aveva paura di finire come nella tragedia bergamasca. Il pericolo è scampato, ma bisogna raccontare cosa è successo e impegnarci tutti a non tornare all’incubo di marzo.

INTERVISTA AL DOTTORE GIUSEPPE PULITO, PRIMARIO DI ANESTESIA E RIANIMAZIONE DEL P.O. “VITO FAZZI” DI LECCE 

Dottore, quale ruolo hanno avuto gli anestesisti in questa “guerra” contro la malattia covid-19?

“La figura dell’Anestesista Rianimatore ha sempre un ruolo di primo piano nelle emergenze. Noi siamo i primi ad essere coinvolti quando un paziente diventa ‘critico’. Nell’emergenza per la Covid-19, inoltre, siamo stati chiamati ad organizzare i percorsi che i malati avrebbero dovuto affrontare sia dal punto di vista clinico che organizzativo. Abbiamo collaborato con infettivologi, medici di pronto soccorso e radiologi proprio per assicurare le prime cure ai pazienti colpiti dal virus, ma anche per mettere al sicuro gli operatori sanitari e gli altri pazienti”.

Come intervengono gli anestesisti nei casi di persone intubate? Quali farmaci vengono usati?

“Il paziente che va incontro (in pronto soccorso o in un reparto) ad insufficienza respiratoria severa (in genere sono quelli che non hanno risposto ad un tipo di ventilazione detta ‘non invasiva’) nella maggior parte dei casi viene intubato da noi anestesisti-rianimatori. A quel punto l’obiettivo primario è ripristinare un corretto scambio di ossigeno ed anidride carbonica a livello polmonare. Nelle prime fasi si può far ciò spegnendo qualsiasi atto respiratorio volontario (grazie a farmaci molto potenti) da parte del paziente e affidando completamente la respirazione ad un ventilatore meccanico (al giorno d’oggi siamo dotati delle migliori tecnologie che ci consentono di ritagliare la tipologia di ventilazione in base alle caratteristiche del paziente). È importante in queste fasi, inoltre, assicurarsi che il cuore ed il sistema circolatorio facciano il loro dovere e, se così non dovesse essere, si usano farmaci che agiscono sulla capacità del cuore e dei vasi di generare una pressione arteriosa adeguata. Nel ‘paziente covid’, inoltre, si sono usate sin da subito alte dosi di anticoagulanti per una particolare tendenza a formare trombosi”.

C’è stato un momento più critico per chi ha lavorato in Rianimazione? Avete avuto paura che i posti in Terapia Intensiva non potessero bastare?

Sicuramente il periodo più critico è stato a fine marzo. La rianimazione del Fazzi (dedicata esclusivamente ai pazienti Covid) era vicina alla saturazione dei posti. Ci siamo preoccupati tutti anche perché le notizie che giungevano dal Nord Italia non erano affatto rassicuranti. Abbiamo deciso in fretta e furia di aprire la Rianimazione del Dea alla quale, proprio in quei giorni, avevamo lavorato giorno e notte per poter organizzare macchinari e percorsi adeguati. Dal primo aprile siamo partiti con non poche difficoltà legate all’ambiente nuovo ed alle rigide regole di anticontaminazione. Oggi possiamo dire di avercela fatta e di questo ringrazio tutti i miei collaboratori, medici, infermieri e oss del reparto di Anestesia e Rianimazione. Tutti hanno dato il loro prezioso contributo”.

Avete avuto due contagi in reparto, tra gli operatori. Per il resto è filato tutto liscio in questi 3 mesi? Qualche contagio bisogna metterlo sempre in conto in una terapia intensiva covid?

“Di fronte ad un’emergenza così inaspettata e di vaste dimensioni non era possibile che tutto filasse liscio. Eravamo pronti al peggio e devo dire che quei pochi intoppi che abbiamo avuto (due infermieri della Rianimazione contagiati su circa 80 unità che per 70 giorni si sono alternate nelle 24 ore rappresentano una percentuale molto bassa) e che, ovviamente, avremmo voluto evitare non hanno intaccato, alla fine dei conti, la qualità del nostro operato”.

Il Dea ha funzionato bene come centro covid?

“Il Dea, come dice il nome stesso (Dipartimento d’emergenza e accettazione) è un ospedale che nasce per fronteggiare l’urgenza. Ci siamo trovati di fronte ad un emergenza di tipo infettivologico con peculiarità che non erano previste. Siamo riusciti in poco tempo ad adattarlo alle esigenze di un centro Covid e posso dire che abbiamo centrato l’obiettivo. La cosa più difficile è stata la separazione tra ospedale Covid e non Covid perché il Fazzi ha dovuto necessariamente attrezzarsi con adeguati percorsi di isolamento per tutti quei pazienti sospetti, o accertati, che per vari motivi venivano ancora ricoverati lì”.

I turni sono stati pesanti? È difficile sopportare i  DPI per tante ore in reparto?

“È stressante lavorare in una terapia intensiva già normalmente. Potete immaginare come si siano complicate le cose con le tute e gli altri Dpi. Avete ben presente le immagini che sono girate in questo periodo di facce provate, segnate, quasi piagate dalle maschere. Per evitare di fare un turno intero in area di isolamento è stato necessario aumentare il turn over tra il personale, arruolando ed istruendo nuove unità, in modo da poter dare un po’ di respiro a chi era dentro, ma ciò non toglie che è stata una dura prova per tutti”.

Cosa avete imparato in questi 3 mesi di prima linea nella guerra al covid? Qual è l’approccio migliore per far guarire un paziente che arriva in terapia intensiva?

“Abbiamo capito che l’approccio multidisciplinare ha funzionato. Laddove c’è stata una stretta collaborazione tra internisti, intensivisti e radiologi abbiamo raggiunto ottimi risultati. In terapia intensiva abbiamo avuto grande soddisfazione dalla tecnica di pronazione del paziente per cicli di almeno 18 ore (abbiamo osservato un miglioramento degli scambi di ossigeno ed anidride carbonica). Abbiamo usato farmaci anticoagulanti sin da subito ed abbiamo aderito a vari protocolli con antivirali ed antireumatici, ma la ‘panacea’, purtroppo, in questo momento, non esiste.

Perché è così difficile sopravvivere per un anziano che arriva in terapia intensiva?

“Il paziente anziano è un paziente cosiddetto ‘fragile’. Ha, in genere, tante comorbidità e quando cerchi di sistemare una cosa, spesso purtroppo, se ne rompe un’altra. Anche l’entità degli effetti collaterali dei vari trattamenti è amplificata in questi pazienti”.

Che ne pensa del protocollo del plasma, che sta facendo tanto discutere?

“Sono contento che questo tipo di trattamento possa funzionare, ma in campo scientifico la fretta non è mai amica. Se non abbiamo prove concrete, evidenze tangibili non possiamo gridare al miracolo. Non è eticamente corretto. Al momento esiste nel nostro ospedale un protocollo sperimentale, approvato dal comitato etico, che prevede una scrupolosa analisi del plasma prelevato per evitare la trasmissione di altre malattie infettive. Se davvero nel plasma dei convalescenti si trovano anticorpi in grado di ostacolare il virus questo ci lascia ben sperare perché vuol dire che l’infezione da SARS-Cov-2 lascia un’immunità e ciò aprirebbe la porta anche ad un eventuale vaccino. Sarebbe quella la vera vittoria. Come diceva una vecchia pubblicità, prevenire è meglio che curare. Quindi ben venga alla sperimentazione della terapia col plasma, ma sempre con la speranza di poter trovare il vaccino”. 

Gaetano Gorgoni 

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