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Inquinamento e covid-19, il virus potrebbe viaggiare con il Pm10? Scettici gli esperti: «Tutto da provare»

Alcuni studi di settore segnalerebbero una correlazione tra inquinamento e coronavirus ma gli esperti frenano

L’idea che il nuovo coronavirus viaggi con il particolato atmosferico, che alcuni ricercatori stanno valutando, viene stoppata dalla Società Italiana Aerosol: non c’è ancora nessuna evidenza scientifica. In questi giorni è circolata una nota, a firma di alcuni ricercatori italiani, e diversi altri documenti sul web, che riportano una presunta associazione tra inquinamento da particolato atmosferico e diffusione del COVID-19. Molti hanno cercato di dare una spiegazione alla diffusione così rapida e penetrante in Lombardia del virus venuto dalla Cina. Gli scienziati, come Daniele Contini, Presidente Società Italiana di Aerosol e Dirigente di Ricerca di ISAC-CNR, chiedono prudenza prima di diffondere queste notizie sul web come se fossero verità assolute. 

Continua a far discutere la tesi dei medici dell’ambiente secondo cui l’inquinamento possa accelerare la diffusione del contagio. Del resto il professore Lopalco ci ha spiegato, in una recente intervista, che anche sulle superfici la carica virale è debole: dunque il coronavirus, per ora, sappiamo solo che corre con le nostre gambe, sono i rapporti interpersonali che lo trasmettono. 

Però l’ipotesi suggestiva del “trasporto” del virus per mezzo particelle di PM10 fino all’uomo ha avuto un’ampia eco sui media e sui social e ha suscitato molto interesse, ponendo l’attenzione su una questione scientifica rilevante su cui lavorano moltissimi ricercatori in Italia ed all’estero. Considerazioni simili sono oggetto di discussione e diffusione nei social media. Una nota della Società Italiana di Aerosol (IAS) invita alla cautela. «L’ipotesi è suggestiva - ci spiega il professore Contini - Ma tante cose non sono chiare sul covid-19 e non possiamo acriticamente accettare l’ipotesi che il virus si attacchi alle particelle che viaggiano nell’aria per diffondersi velocemente. Non conosciamo né i tempi di vita né le probabilità che questo avvenga. Quindi invito tutti alla prudenza prima di diffondere convinzioni errate». 

La Società Italiana di Aerosol (IAS), fondata nel 2008 e membro della European Aerosol Assembly (EAA), (annovera tra i suoi soci circa 150 ricercatori esperti sulle problematiche del particolato atmosferico provenienti da Università, Enti di Ricerca, Agenzie regionali e provinciali per la protezione ambientale e dal settore privato) è scettica . In questa occasione, la IAS intende esprimere un parere sulle attuali conoscenze relative all’interazione tra livelli di inquinamento da PM e la diffusione del COVID-19. «Queste conoscenze sono ancora molto limitate e ciò impone di utilizzare la massima cautela nell’interpretazione dei dati disponibili». 

L’IPOTESI DELLA CORRELAZIONE TRA INQUINAMENTO E COVID-19

Alessandro Siani, presidente della Sima ammette che l’ipotesi ancora è sulla carta, ma pensa che ci siano solide basi che dimostrano il legame tra diffusione del covid-19 e polveri sottili. Sarebbero state prese in considerazione delle evidenze scientifiche con una ricca bibliografia. A breve sarà pubblicato uno studio particolareggiato. La ricerca sta prendendo in esame anche altre evidenze e non solo la correlazione tra le curve anomale di crescita dell’infezione nelle regioni del Nord Italia, ma anche altri parametri di carattere epidemiologico. 

Siani ammette in un’intervista a Repubblica che «non è l’inquinamento l’unica causa di diffusione e afferma che quest’ultimo gioca un ruolo centrale, perché certi livelli di inquinamento italiano incidono sulle popolazioni che vi risiedono rendendole più fragili ed esposte a patologie del sistema respiratorio e dell’apparato cardiocircolatorio, sia acute che croniche,  proprio per gli alti livelli di smog. Quindi le condizioni ambientali renderebbero queste persone più esposte al rischio di ammalarsi». 

L’INVITO ALLA PRUDENZA 

È noto che l’esposizione, più o meno prolungata, ad alte concentrazioni di PM aumenta la suscettibilità a malattie respiratorie croniche e cardiovascolari e che questa condizione può peggiorare la situazione sanitaria dei contagiati.

Queste alte concentrazioni sono frequentemente osservate nel nord Italia, soprattutto nella pianura Padana, durante il periodo invernale. Tuttavia, ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al COVID-19 dovuto all’esposizione alle polveri atmosferiche.

E’ stato inoltre ipotizzato che il particolato atmosferico possa agire come substrato “carrier” per il trasporto del virus aumentando così il ritmo del contagio. Questo aspetto non è però confermato dalle conoscenze attualmente a disposizione, così come non sono ancora del tutto noti il tempo di vita del virus sulle superfici ed i fattori che lo influenzano. E’ possibile che alcune condizioni meteorologiche, tipicamente presenti nel nord Italia in questo periodo, quali la bassa temperatura e l’elevata umidità atmosferica, possano creare un ambiente che favorisce la sopravvivenza del virus. Queste condizioni che, in genere, coincidono con una situazione di stabilità atmosferica intensa, favoriscono la formazione di particolato secondario e l'incremento della concentrazione del PM in prossimità del suolo. La covarianza fra condizioni di scarsa circolazione atmosferica, formazione di aerosol secondario, accumulo di PM in prossimità del suolo e diffusione del virus non deve, tuttavia, essere scambiata per un rapporto di causa-effetto. Nel caso di sistemi complessi come quello con cui abbiamo a che fare, l’interpretazione delle correlazioni semplici (cioè quella tra due serie temporali) non indica necessariamente un rapporto causa-effetto.

Ma gli esperti della Società Aerosol chiedono prudenza in un documento con decine di firme: «Allo stesso modo, si deve porre molta cautela, ad esempio, nel confrontare dati e trend provenienti da aree geografiche diverse del Paese e nel mescolare situazioni in cui esiste un focolaio con situazioni in cui il focolaio non è presente ed in cui sono state prese misure di contenimento diverse in tempi diversi. Il periodo di monitoraggio disponibile per l’indagine epidemiologica è ancora troppo limitato per trarre conclusioni scientificamente solide in relazione ai moltissimi fattori che influenzano il tasso di crescita del contagio».

 Il Presidente, il Consiglio Direttivo della IAS e tutti i Soci firmatari sono unanimi nel valutare come parziale e prematura l’affermazione che esista un rapporto diretto tra numero di superamenti dei livelli di soglia del PM e contagi da COVID-19, e nel ritenere che un eventuale effetto dell'inquinamento da PM sul contagio da COVID-19 rimanga - allo stato attuale delle conoscenze - una ipotesi che dovrà essere accuratamente valutata con indagini estese ed approfondite. Nello stesso modo, si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento come mezzo per combattere il contagio sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata, anche se è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell’aria e sul clima e quindi sulla salute generale.

Gaetano Gorgoni 

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