Salute Sette Lecce 

Il coronavirus vivo sulle superfici, il protocollo per eliminarlo senza rischi

Un’impresa salentina, in collaborazione con l’Università di Salerno, ha messo in atto un protocollo che aumenta la sicurezza per lavoratori e utenti: si tratta di un panno che ha già il cloro, senza miscelare nulla.


I virologi hanno scoperto che il nuovo coronavirus può sopravvivere qualche giorno sulle superfici, anche se la sua carica virale diventa irrisoria. 

Lo sporco crea un biofilm che fa da barriera protettiva a virus e batteri: in questo habitat il SARS-Cov2 può sopravvivere. Superfici delle maniglie, appigli della metropolitana, pulsanti degli ascensori e porte varie diventano un rischio. Ecco perché igiene delle mani e pulizia degli ambienti sono fondamentali. Un’impresa salentina, in collaborazione con l’Università di Salerno, ha messo in atto un protocollo che aumenta la sicurezza per lavoratori e utenti: si tratta di un panno che ha già il cloro, senza miscelare nulla. A Bari e Brindisi si usa, Lecce resta ancora con i vecchi sistemi. 

Della malattia covid-19 si sta cominciando a capire, un giorno dopo l’altro, molto di più di quello che si sapeva fino a un mese fa. È vero che la via respiratoria è quella che procura più contagi, ma è anche vero che, secondo gli ultimi studi, le superfici possono rimanere per molto tempo contaminate. Certo, non possiamo farci sopraffare dalla paura di ogni superficie, ma sanificare e disinfettare gli oggetti che usiamo di più (inclusi i cellulari) o le maniglie delle porte può essere una buona pratica, come anche quella di non girare per casa con le scarpe che abbiamo usato in strada. È chiaro che se andiamo al supermercato e qualcuno tossisce sopra al prodotto che prendiamo, oppure alla busta di plastica, dobbiamo solo limitarci a non metterci le mani in bocca dopo aver toccato quei materiali. Comunque, la carica virale sulle superfici non è sempre così forte da poterci fare ammalare. Quello che bisogna fare è semplicemente avere delle piccole accortezze evitando di portarsi le mani alla bocca o di strofinarsi gli occhi prima di averle lavate bene e asciugate su un panno non contaminato. Il virus per vivere e replicarsi ha bisogno del nostro organismo: è molto difficile che ci si contamini attraverso i vestiti. Oggi si è scoperto che il virus sopravvive di più o di meno a seconda delle superfici che incontra. Il coronavirus resta “operativo” per 48 ore sull’acciaio e 72 sulla plastica prima che venga azzerata la sua carica contaminante. I virologi, dunque, ci avvisano che la carica contaminante del virus resta per giorni: per questo bisogna essere impeccabili nelle operazioni di pulizia. Usare lo stesso panno, non disinfettato bene, può essere un boomerang. 


IL PROTOCOLLO DI SICUREZZA UTILIZZATO NEGLI OSPEDALI DI BARI, MA NON ANCORA A LECCE 


Oggi abbiamo sentito un esperto della materia, che si occupa di sanificazione di ospedali da un trentennio, Leopoldo Lazzari, che con l’azienda Femir srl e l’Università di Salerno ha elaborato un protocollo che rende massima la sicurezza (esiste anche una pubblicazione), proprio negli ambienti più insicuri in questo momento, come gli ospedali, dove circolano decine di pazienti affetti dal covid-19 e dove continuano ad ammalarsi medici e infermieri. «Il nostro protocollo viene utilizzato dal Policlinico di Bari da circa cinque anni - spiega l’esperto - La tecnica consiste nell’uso di panni preimpregnati, monouso. Questo protocollo impedisce di trasportare i microbi da un ambiente all’altro, come accade quando ogni volta si deve lavare un panno. L’azienda Femir ha pubblicato sperimentazione e attuazione di questo protocollo insieme all’Università statale di Salerno».

 Dunque, in Puglia, questo protocollo di massima sicurezza già si usa, ma, nonostante l’azienda in questione che ha puntato su questa tecnica sia salentina, a Lecce non è stato adottato. «Nel Leccese si utilizza un vecchio protocollo in cui bisogna rilavare i panni facendo attenzione al percorso del pulito e al percorso dello sporco, altrimenti, se lo metto nella lavatrice, il panno sporco contamina le superfici (l’imboccatura) che poi, venendo nuovamente a contatto col panno pulito, lo infettano. Insomma, si rischia un circolo vizioso, che nonostante i soldi spesi non garantisce la sicurezza di lavoratori e utenti. Basterebbe che a Lecce facessero dei test, come hanno fatto a Bari, per capire che il vecchio protocollo può essere migliorato. Oggi si procede nelle strutture pubbliche nebulizzando il cloro, «ma non è nebulizzando il cloro che si può assicurare una corretta disinfezione in un’ospedale, perché se c’è spazio tra una goccia e l’altra il virus può vivere su quelle superfici. Ecco perché la superficie deve essere passata comunque con un panno, dopo la la nebulizzazione. La disinfezione corretta, dunque, si conclude con il passaggio di un panno (usa e getta) sulle superfici, questo lo dice l’Istituto Superiore della Sanità. Anche nelle nostre case un panno con alcol o cloro può risolvere le cose, ma la sicurezza massima si ottiene solo buttandolo dopo il primo uso».

«Anche in casa si dovrebbe fare così - spiega Leopoldo Lazzari - il cloro è il più sicuro: il nostro è un presidio medico chirurgico. Il virus vive in ambiente umido, da due ore a interi giorni: se si posa su un pezzo di carne, dura di più, ma su una superficie d’acciaio resta meno tempo. Tutte le superfici devono essere pulite con cloro (un grammo per litro): per gli ospedali il Ministero impone determinate concentrazioni. Inoltre si utilizzano dei panni speciali con il cloro già inserito dentro: questo evita miscele e aiuta i lavoratori a lavorare con precisione e sicurezza. Ogni stanza che si cambia impone il cambio di panno: succede anche a Brindisi. Solo Lecce non usa ancora questi protocolli innovativi: speriamo che si aggiornino». 


Gaetano Gorgoni 

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