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Malattie rare: oltre 1 milione di italiani colpiti

Il 29 febbraio è stata celebrata la Giornata Mondiale delle malattie rare: tutto è passato in sordina per via del coronavirus, eppure oggi c’è la necessità di essere ...

Il 29 febbraio è stata celebrata la Giornata Mondiale delle malattie rare: tutto è passato in sordina per via del coronavirus, eppure oggi c’è la necessità di essere più attenti ai “malati rari”, che in Italia sono un milione e duecentomila. L’Associazione ”Diamo Voce e Volto agli Invisibili Onlus” nel Salento si sta muovendo in favore dei malati “dimenticati”: “È prioritaria la sensibilizzazione delle istituzioni pubbliche composte dai decisori politici e dagli enti regionali e nazionali, ma anche delle persone comuni”. In Parlamento è stata presentata una mozione per l’assistenza domiciliare di questo tipo di pazienti. La commovente storia di Diana: identificata al Bambino Gesù la mutazione responsabile di una patologia con soli 5 casi al mondo. È guarita grazie al trapianto di midollo da genitore. Il caso è stato pubblicato sul Journal of Experimental Medicine.  Ci sono malattie talmente rare che non hanno un nome: sono conosciute, ma la ricerca non se ne interessa più di tanto. Le famiglie e i pazienti spesso si sentono soli e abbandonati, con una diagnosi incomprensibile, misteriosa è fatta di sigle. È importante fare corretta informazione sulle malattie rare: tanti pugliesi ne soffrono. Nella nostra regione esiste un presidio per le malattie rare al Policlinico di Bari. “Mai come in questo caso, è cruciale la già nota distinzione in ambito sanitario-assistenziale fra ‘to care’ e ‘to take care of’, ovvero fra ‘curare’ e ‘prendersi cura di’ - spiega Anna D’Amico, Presidente Associazione Diamo Voce e Volto agli Invisibili Onlus - Il malato ha bisogno di elaborare quanto di nuovo la vita gli presenta. D’altro canto la famiglia ha bisogno prima di comprendere la proporzione della nuova realtà che si prospetta e poi necessita di specialisti che forniscano gli strumenti per fronteggiare le difficoltà che, volenti o nolenti, incontreranno nel cammino: un cammino di cui non si conosce né il punto di partenza, né quello di arrivo. Se è inconfutabile il disagio e lo sconforto che si genera in tali circostanze, è altresì unico e speciale l’amore che ne deriva. Proteggere i malati diventa voce del verbo aiutare, nella sua forma imperativa. La dolcezza nella scoperta della vulnerabilità e forza che è ossimoro vivente per chi della propria vita fa una battaglia e del proprio corpo l’unica arma a disposizione”. La mission delle associazioni nate in questi anni per non lasciare nell’oblio i malati rari è proprio quella di recuperare risorse per la ricerca e mandare avanti una moral suasion presso le istituzioni sanitarie per dare vita a una rete delle malattie rare allacciata a ogni parte d’Italia. In questo periodo di grande emergenza per il nuovo coronavirus, i pazienti con malattie respiratorie rare sono quelli più a rischio, soprattutto se anziani.  L’Intergruppo delle malattie rare ha convinto alcuni parlamentari a firmare una mozione per chiedere una legge che consenta di curare a casa loro i malati rari, con un’assistenza efficiente e sostenuta dal Sistema Sanitario Nazionale, che permetterebbe l’alleggerimento di ospedali e strutture pubbliche. “Rarità non può essere sinonimo di solitudine”.  LE MALATTIE RARE: LA DIFFICOLTÀ DELLA PRIMA DIAGNOSI Quando parliamo di malattie rare, parliamo di circa 8000 tipi di patologie, per la maggior parte generiche, che si manifestano spesso alla nascita. La maggior parte sono bambini: le loro sofferenze possono essere alleviate solo attraverso i passi in avanti della ricerca. Le maggiori difficoltà sono nella prima diagnosi, mancano spesso le competenze nei piccoli centri e nella maggior parte dei casi l’intervento tempestivo fa la differenza. Viene definita “rara” una malattia che colpisce non più di cinque persone ogni 10mila abitanti. Nell’80% dei casi la causa è genetica, ma nel restante 20% è il risultato di fattori associati all’alimentazione, all’ambiente, a infezioni o a reazioni immunitarie. Tutte le malattie rare sono accomunate da due fattori: cronicità e complessità della gestione. Il 5% delle circa 8000 malattie oggi ha cure disponibili, ma per tutto il resto c’è ancora tanta strada da fare.  LA STORIA DELLA PICCOLA DIANA  Ha fatto commuovere tutti la storia della piccola Diana, nata con una malattia gravissima e sconosciuta, che la mette in continuo pericolo di vita. Dopo un percorso lungo è dolorosissimo all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, i ricercatori riescono a identificare la mutazione del gene responsabile della sua patologia ultra-rara (di cui ad oggi si conoscono solo altri 4 casi al mondo, quasi tutti purtroppo con esito drammatico) e la storia diventa a lieto fine. Gli specialisti grazie a un trattamento farmacologico sperimentale e a un trapianto di midollo, riescono a salvarle la vita: Diana ora sta bene ed è finalmente guarita. I risultati risultati di questo successo sono stati pubblicati sul Journal of Experimental Medicine. Questa storia ci ricorda l’importanza di non fermare la ricerca e di continuare a finanziarla con quante più risorse è possibile.  IL RACCONTO DI UNA VITTORIA DELLA RICERCA  Diana arrivò al Bambino Gesù con la pelle piena di macchie, febbre alta continua, gravi carenze di cellule nel sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine). I medici di onco-ematologia e reumatologia l’hanno presa in carico: la bambina passò i primi sette mesi di vita in isolamento in Ospedale, nel tentativo di identificare la sua malattia o almeno tenerla sotto controllo.  La prima battaglia viene vinta con un farmaco biologico (anakinra), che riesce finalmente a contenere gli eccessi infiammatori provocati dalla patologia ancora sconosciuta. La bambina prima migliora, ma poi sta male: nuove riaccensioni auto-infiammatorie, emorragie intestinali e crisi convulsive. La terapia viene cambiata e la piccola viene inserita nel programma di ricerca dedicato alle malattie rare e senza diagnosi basato sull'uso delle nuove tecnologie genomiche, finanziato dalla campagna Vite Coraggiose della Fondazione Bambino Gesù onlus. Con le piattaforme di sequenziamento di ultima generazione, i ricercatori arrivano a identificare una mutazione potenzialmente implicata nella malattia, su un gene chiamato CDC42: si tratta di un gene di cui erano state precedentemente individuate dagli stessi ricercatori dell'Ospedale altre mutazioni associate a diverse malattie del neurosviluppo. La ricerca incrociata sui database mondiali di malattie rare porta a scoprire un altro paziente con lo stesso quadro clinico e la stessa mutazione negli Stati Uniti, purtroppo già deceduto. «Identificare una possibile mutazione come causa di malattia rappresenta però solo il primo passo – spiega uno dei coordinatori dello studio, dottor Marco Tartaglia, responsabile del laboratorio di Genetica Molecolare e Genomica Funzionale – Per dimostrarne il ruolo causativo è infatti necessario attivare una serie di studi di validazione funzionale che consentano di capire in che modo la mutazione identificata possa alterare la funzione della proteina e conseguentemente i processi cellulari e fisiologici implicati nella malattia». Gli studi hanno confermato che la mutazione del gene CDC42 è effettivamente la causa della sua malattia, e la malattia può finalmente avere un nome: sindrome NOCARH (Neonatal-Onset Cytopenia with dyshematopoiesis, Autoinflammation, Rash and Hemophagocytosis).  La ricerca di una terapia è lunga: differentemente dalle altre malattie causate da mutazioni in CDC42, la condizione di Diana è essenzialmente limitata alle cellule del sangue. “Sulla base di questa considerazione e dei dati prodotti dalla ricerca, si ritiene che il trapianto di midollo, quindi la sostituzione delle sole cellule del sangue, possa sconfiggere la malattia”. Nella primavera del 2017 la bambina presenta una di queste ricadute infiammatorie con un infarto intestinale, ma la soluzione è vicina. Nonostante la sua condizione, si decide di sottoporla a intervento chirurgico per scongiurarne la morte e, dopo 4 ore, la bimba esce dalla sala operatoria e torna in rianimazione. Ce l'ha fatta, ma le sue condizioni risultano più critiche che mai: ha sviluppato infatti una iper-infiammazione che fa temere ai medici il peggio.  I clinici decidono di usare, in via compassionevole, un altro farmaco sperimentale, l'emapalumab, usato fino ad allora solo su 15 bambini prima di Diana (nessuno dei quali con la sua malattia). Si tratta di un anticorpo monoclonale che serve a controllare l'esasperata risposta infiammatoria nei pazienti con HLH (Linfoistiocitosi Emofagocitica primaria). L'Ospedale Bambino Gesù coordina le sperimentazioni nel mondo di questo farmaco, che poi sarà usato con successo per Alex, il bambino trasferito a Roma da Great Ormond Street Hospital di Londra nel novembre 2018 e accompagnato al trapianto di cellule staminali emopoietiche dal prof. Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-ematologia e terapia cellulare e genica dell'Ospedale della Santa Sede. Il farmaco funziona anche con Diana, persino oltre le aspettative: la fase acuta passa in pochi giorni e la bambina sta subito meglio. «Diana aveva già dovuto superare momenti di grande difficoltà a rischio di vita – ricorda il dottor Fabrizio De Benedetti, responsabile di Reumatologia del Bambino Gesù –. I risultati delle lunghe ricerche in laboratorio ci hanno permesso di applicare questa terapia in modo personalizzato, mirando al meccanismo alla base della sua malattia». È possibile finalmente procedere con la fase finale della terapia: il trapianto di midollo. Diana non ha però un donatore compatibile e si deve quindi ricorrere a uno dei due genitori (trapianto aploidentico), in questo caso il papà: si tratta di una procedura complessa basata sulla manipolazione delle cellule staminali emopoietiche prelevate dal donatore, per privarle selettivamente di tutti gli elementi che potrebbero aggredire l'organismo del ricevente. «Un trapianto di cellule staminali emopoietiche da donatore aploidentico su una paziente con una patologia fino ad oggi sconosciuta presentava diverse incognite, ad esempio l'eventualità di un non attecchimento delle cellule infuse – spiega il professor Franco Locatelli –. Il rischio di insuccesso era altissimo, ma si trattava anche dell'unica opzione per sconfiggere la malattia con cui Diana lottava dalla nascita». Grazie a questo successo Diana conserverà solo il ricordo di questa malattia: la ricerca ha fatto un altro passo importante nella lotta alle malattie rare. Aiutiamo la ricerca ad andare avanti! Gaetano Gorgoni  

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