Cronaca Otranto 

Concessioni edilizie ok ma da oltre 40 anni il cantiere non parte: l’incredibile vicenda

L’ennesimo pronunciamento del Tar a favore di una ditta salentina che non riesce a costruire su un terreno di proprietà

Un cantiere ostaggio della burocrazia, delle lungaggini, dei ripensamenti degli enti coinvolti e delle omissioni: la fotografia della complessità di alcuni progetti, che in Italia si aprono e non si sa bene quando e se potranno finire, arriva dall’incredibile vicenda che ha per contesto Otranto. Da 45 anni circa, la ditta Ingrosso, proprietaria di un terreno, e in possesso di regolari concessioni edilizie da parte degli enti, non riesce a realizzare il proprio progetto.

Non sono servite mediazioni, confronti con le istituzioni e diversi ricorsi. La ditta, ad oggi, infatti, ancora non sa se potrà realizzare il proprio progetto (che prevede la realizzazione di una struttura ricettiva a ridosso del centro storico di Otranto con contestuale valorizzazione di un’area archeologica nel terreno di riferimento), peraltro condiviso dalle istituzioni nei tavoli di confronto e poi misteriosamente rimesso in discussione, o se avrà diritto a un risarcimento per il tempo perso dietro alla burocrazia.

Intanto, il 13 maggio scorso, la sezione prima del Tar di Lecce (con Antonio Pasca presidente, Ettore Manca consigliere estensore, Maria Luisa Rotondano primo referendario) ha accolto con proprio sentenza l’ennesimo ricorso della ditta, rappresentata e difesa dagli avvocati Giovanni Pellegrino e Valentina Romano, contro Regione Puglia, Comune di Otranto, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, annullando la delibera regionale del 19 giugno 2018 (e comunicata alla ditta con nota del Comune di Otranto del 3 aprile 2019) che negava l’approvazione di una variante al P.R.G. di Otranto adottata da Palazzo Melorio il 29 luglio 2016, il parere negativo di compatibilità paesaggistica dell’aprile 2018, espresso dalla Sezione Tutela e Valorizzazione del Paesaggio della Puglia e la nota del medesimo ufficio che comunicava i motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza.

I fatti. La s.n.c. “Vito Ingrosso & F.lli”, proprietaria di un terreno edificato sito in Otranto e qualificato nel programma di fabbricazione all’epoca vigente come ‘zona B di completamento’, aveva ottenuto dall’amministrazione diverse concessioni edilizie (aprile 1975, marzo 1976 e aprile 1979) con cui veniva autorizzata a demolire un immobile preesistente per realizzare un complesso di abitazioni civili, negozi e un cineteatro. Iniziati gli scavi per le opere di fondazione, venivano trovate una serie di vestigia archeologiche, che portavano alla sospensione in via cautelare dei lavori con la richiesta della Soprintendenza di contribuire ad una campagna di scavi, al cui termine solo una parte dell’area interessata dai titoli edilizi veniva restituita alla disponibilità dell’impresa.

Dagli scavi emersero reperti mobiliari e immobiliari di epoca medioevale, romana e messapica. Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con proprio decreto (10 marzo 1978), disponeva il vincolo sull’area interessata dai reperti archeologici e l’istituzione di una fascia di rispetto sulle particelle adiacenti. La ditta, di conseguenza, poteva realizzare solo in piccola parte l’edificio originariamente consentito. La vicenda si evolveva in una serie di strascichi giudiziari: con sentenza della Corte di Appello di Lecce dell’ottobre 1990, si limitava, rispetto alla sentenza di primo grado, l’obbligo risarcitorio dell’amministrazione al danno subito dalla ditta per la sola occupazione temporanea della porzione di un’area, confinante con la zona archeologica, ritenendo che, per il resto, i sacrifici imposti al privato dovessero trovare ristoro attraverso la corresponsione di premi rapportati al valore dei reperti rinvenuti.

La ditta, dunque, richiedeva più volte al Ministero per i Beni e delle Attività Culturali la liquidazione del premio previsto per i ritrovamenti, oppure di procedere, in alternativa, all’espropriazione dell’area, senza ricevere risposta. Così proponeva un primo ricorso che il Tar accoglieva, ma il Ministero non dava esecuzione alla pronuncia dei giudici amministrativi; un secondo ricorso, sempre accolto, ribadiva “l’obbligo per il Ministero di una risposta relativa alla espropriazione dell’area di proprietà del ricorrente per causa di pubblica utilità”. Anche in questo secondo caso, il Ministero lasciava correre. Su istanza della ditta, il Tar nominava commissario ad acta il Prefetto di Lecce.

Con nota del maggio 2009, la Soprintendenza per i Beni Culturali comunicava al ricorrente l’avvio del procedimento di espropriazione dell’area interessata dai reperti archeologici. Ma due mesi dopo, il Ministero cambiava idea, rappresentando la “disponibilità all’esame di un progetto di edificazione limitata sull’area di proprietà della Vito ingrosso e fratelli s.n.c., sottoposta a vincolo archeologico con D.M. 10.3.1978” e la necessità di “soprassedere al seguito della procedura espropriativa per l’area in questione” in attesa di conoscere le determinazioni del comune di Otranto e della stessa ditta.

Ingrosso dava la disponibilità a realizzare un intervento edilizio sull’area, senonché, nei primi mesi del 2010, la Soprintendenza per i Beni Archeologici per la Puglia di Taranto, cambiava ancora idea, escludendo la possibilità dell’edificazione. Da qui scaturiva un nuovo ricorso, accolto dal Tar per la declaratoria dell’obbligo del Ministero di concludere il procedimento espropriativo: il tribunale, nella perdurante inerzia della pubblica amministrazione, nominava un nuovo commissario ad acta.

Nel febbraio 2012, la Soprintendenza si diceva di nuovo disponibile ad ‘assentire’ l’edificazione del suolo in un contesto di adeguata conservazione e fruibilità delle evidenze archeologiche messe in luce dallo scavo. La ditta, pertanto, predisponeva un nuovo progetto, adeguato alle indicazioni fornite da Comune e dalla stessa Soprintendenza: dopo il parere preliminare favorevole del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (gennaio 2015), il 22 ottobre successivo si teneva un tavolo tecnico tra proprietari ed enti; il 25 febbraio 2016 la società Ingrosso elaborava un’ulteriore soluzione progettuale, che prevedeva la realizzazione di una struttura ricettiva su alcune particelle di proprietà del Comune e il contestuale recupero e la valorizzazione dell’area archeologica a fini storiografici, didattici e turistici, anche mediante la cessione del piano interrato dell’edificio e di un ulteriore locale al piano terra.

Il progetto riceveva una preliminare valutazione favorevole da parte del Comune di Otranto, della Soprintendenza e della Regione Puglia e, con delibera di consiglio comunale del luglio 2016, veniva approvata a Palazzo Melorio la bozza di permuta delle aree e adottava la proposta progettuale in variante al P.R.G., ricadendo l’intervento in area tipizzata come ‘zona archeologica’. A tre anni dall’adozione di quella variante, il Comune mandava una nota alla ditta informandola della decisione della Regione di non rilasciare il parere di compatibilità paesaggistica, sottolineando che la variante non fosse coerente col Piano paesaggistico territoriale regionale.

Da questa decisione, scaturiva un ulteriore ricorso al Tar di Lecce, su cui i giudici si sono espressi nei giorni scorsi: il tribunale amministrativo ha rilevato l’obiettiva contraddittorietà tra gli atti impugnati e le posizioni che le amministrazioni coinvolte nel procedimento hanno assunto nel tempo, compresa la stessa Regione per quanto riguarda il pronunciamento relativo alla variante del P.R.G., in cui vengono evidenziate diverse omissioni sui fatti antecedenti al giudizio. Pertanto, per i giudici le determinazioni impugnate risultano illegittime e carenti sotto il profilo dell’istruttoria e delle motivazioni e il ricorso della ditta viene accolto. Ma quel che è certo, al di là di questa ennesima vittoria, è che ancora la vicenda non ha trovato la parola fine.

 

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