Sanità Maglie 

Prime conferme per il plasma iperimmune: la terapia di un primario salentino

Giuseppe De Donno, originario di Maglie, è a capo del Reparto Pneumologia dell'Ospedale Carlo Poma di Mantova: ha trattato 80 pazienti con gravi problemi respiratori dei quali nessuno è deceduto.

L’idea è semplice. Trattare i pazienti ammalati di Covid-19 con il plasma dei guariti. A sperimentare questa nuova terapia un medico salentino, originario di Maglie, Giuseppe De Donno, primario del Reparto Pneumologia dell'Ospedale Carlo Poma. Nelle scorse settimane tra Mantova e Pavia sono stati trattati quasi 80 pazienti con gravi problemi respiratori, senza che vi sia stato alcun decesso.

«Noi abbiamo arruolato volontariamente donatori di plasma -ha spiegato De Donno a Radio Cusano-. I donatori devono avere delle caratteristiche fondamentali, devono essere donatori guariti da coronavirus. La guarigione viene accertata con due tamponi sequenziali e la diagnosi deve essere stata fatta con un tampone positivo. Questi donatori guariti ci donano 600 ml di sangue. Tratteniamo il liquido che ha come caratteristica fondamentale la concentrazione di anticorpi, tra cui quelli contro il coronavirus.

«Adesso però ogni volta dobbiamo chiedere l’autorizzazione al Comitato etico e questo è un impedimento enorme perché ci fa perdere tempo prezioso per salvare le persone. Il plasma può essere congelato e durare fino a 6 mesi in stoccaggio, per questo a Mantova abbiamo creato una banca del plasma. Riusciamo anche ad aiutare altri ospedali che ci stanno chiedendo aiuto. Creando banche plasma in giro per l'Italia riusciremmo ad arginare un'eventuale seconda ondata».

A essere cauto, il virologo Roberto Burioni che ricorda come da sempre la pratica sierologica usata per curare i malati infetti, servono però più dati certi: «In questo momento disperato -scrive il medico- si sta tentando di percorrere questa strada anche per curare le persone colpite dal coronavirus: si prende il plasma (che è tutto quello che c’è nel sangue tolti globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, quindi la parte liquida) di un individuo guarito, si verifica la presenza degli anticorpi e infine si somministra ai malati. I risultati preliminari di questa pratica sembrano incoraggianti (li trovate nelle Fonti), ma ancora riguardano un numero troppo esiguo di pazienti (5, 10 e 6) e soprattutto manca il fondamentale “braccio di controllo” (pazienti che dovrebbero ricevere il “placebo”, in questo caso il siero – o il plasma – di individui sani), e proprio per questo sono in corso studi in tutto il mondo che ci daranno una risposta chiara a questa domanda».

Anche l’Avis nazionale chiede di usare prudenza: “«A seguito di messaggi che circolano nelle ultime ore su WhatsApp e Facebook, si vuole precisare e ribadire quanto già evidenziato relativamente alla terapia con plasma iperimmune contro il Covid-19. Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie. Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio. È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano».

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