La foto del giorno Lecce 

La città spettrale nelle foto di Marco Schifa: «Un silenzio assordante»

Un piccolo reportage fotografico sulla città di Lecce in piena emergenza coronavirus

Una città irriconoscibile quella ritratta nelle bellissime foto del fotografo leccese Marco Schifa. Foto che, a modo loro, raccontano lo stato d'animo di tanti in questi giorni così particolari. Nel pieno del contagio da coronavirus, il paseaggio spettrale di piazze e strade è impressionante, ma è lo specchio del sacrificio al quale tutta la cittadinanza si sta sottoponendo per venire fuori quanto prima dall'emergenza.

Queste le parole con le quali Schifa ha accompagnato le sue fotografie.

«Un normale venerdì di un mese fa sarei uscito dal mio studio in Piazza Mazzini dopo una giornata di lavoro, avrei preso un caffè al bar vicino, avrei fatto la spesa e sarei uscito a bere una birra con i miei amici. Un normale venerdì. Oggi quel normale venerdì mi manca come manca il proprio letto quando si viaggia. E' sempre un letto, ma non è il tuo. Proprio come Lecce. E' sempre la stessa, ma non è come l'ho sempre vissuta. Non è la mia Lecce. E’ solo un involucro, un bellissimo involucro vuoto.

Un silenzio assordante. Non ti rendi conto di quanto il silenzio possa far rumore finché non cammini da solo, alle 18.00 di un venerdì’ sera, con mascherina e guanti, nel cuore di Lecce. Senza suoni, senza rumori. Niente clacson, grida di bambini felici, passi, voci, il motore delle macchine. Non pensavo che i clacson potessero mancarmi così tanto.

Nella vita, i giorni da ricordare davvero, quanti saranno obiettivamente? 10-15 massimo. Tutto il resto della nostra vita è fatto di normalità. Quella che il virus ci ha tolto, ma che anche grazie a lui stiamo tornando ad apprezzare. Il caffè con un amico, un abbraccio ai nonni, cercare un parcheggio libero, tornare a casa stanchi dopo una giornata di lavoro. Sentirci al sicuro.

Alla fine di tutto ciò ricordiamoci di quando non ci siamo sentiti al sicuro, ricordiamoci di quando non potevamo stringerci la mano. Di quando non potevamo vivere la nostra città. E torniamo a viverla, come avremmo voluto fare in questi giorni. Usciamo, entriamo nei negozi, riempiamo i locali, i bar, i ristoranti, le strade. La nostra città può tornare a vivere solo grazie a noi.

“Restate a casa” dicono. E ora dovete restarci davvero se volete che la nostra città torni a brillare il prima possibile. Scusate se mi sono permesso di dedicare 30 minuti dopo il lavoro, alle 18.00 di un venerdì sera, per raccontare brevemente questo momento storico che spero non vivremo più.

Prendete le foto, condividetele, non c’è bisogno di citarmi, non hanno copyright, diritto d’autore. Sono vostre. Le ho scattate io, ma sono di tutti. Per tutte quelle persone che sono rimaste a casa, sacrificandosi. Comunque andrà a finire, niente sarà più come prima, nessuno sarà più la persona che era. Forse, per fortuna».

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