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Migliaia di varianti di SARS-CoV-2, quella “privata” e l’efficacia del vaccino

Le varianti brasiliane e inglesi sono solo alcune delle decine di migliaia di varianti derivate da un coronavirus che sembra variare velocemente: il professore Mauro Minelli oggi ci spiega che non ci sono prove scientifiche che siano più pericolose

Le varianti brasiliane e inglesi sono solo alcune delle decine di migliaia di varianti derivate da un coronavirus che sembra variare velocemente: il professore Mauro Minelli oggi ci spiega che non ci sono prove scientifiche che siano più pericolose e che tutte le altre varianti sono meno famose perché in posti come l’Italia si pratica di meno la “sorveglianza genomica”. Intanto, la mascherina ha sconfitto la vecchia influenza, ma per evitare la malattia covid-19 è meglio usare le FFP2: quelle di stoffa servono a ben poco. Oggi proveremo a rispondere anche alla domanda più ricorrente sui vaccini: qual è quello più efficace?

INTERVISTA AL PROFESSOR MAURO MINELLI 

Professore, i virus mutano, ma non pensavamo che accadesse così velocemente. Abbiamo registrato in queste ultime settimane diverse varianti: quella inglese, quella sudafricana, quella giapponese, quella brasiliana. Cosa sappiamo attualmente di queste varianti? E perché sono più pericolose? 

“Cominciamo col dire che tutti i virus mutano, nel senso che modificano nel tempo il loro materiale genetico. 

Il virus SARS Cov-2 muta un po’ più velocemente perché, come è oramai a tutti ben noto, è un virus a RNA, quindi ha un unico filamento. Diverso sarebbe se il genoma fosse costituito da DNA con struttura a doppio filamento; questo perché i due filamenti tendono vicendevolmente a proteggersi rispetto all’introduzione di mutazioni. Dunque, il fatto che ci siano delle varianti, tanto più in virus a RNA, è un fatto assolutamente normale. E, contrariamente a quello che si può pensare, le varianti relative al 2019-nCov sono già tantissime. Stando ad una recentissima ricognizione sul repository internazionale GISAID pubblicamente richiamata dal professor Graziano Pesole, biologo molecolare dell’Università di Bari, nell’ultima puntata della nostra rubrica Biomedical Report, ad oggi si contano circa 400.000 genomi virali completi. A fronte di questi genomi, si osservano diverse decine di migliaia di varianti del SARS Cov-2 a dimostrazione del fatto che, in fondo, queste ultime ci sono sempre state. Tuttavia, la maggior parte di esse vengono a tutti gli effetti considerate varianti ‘private’, in quanto osservate in uno o pochissimi individui e, per questo, destinate a comparire e scomparire assai rapidamente. Il senso della variante ‘privata’ sta nel fatto che che il virus, quando infetta l’uomo, viene ricopiato nell’organismo infettato e la copia può contenere un errore che potrà essere trovato solo nel virus che infetta quel soggetto e non in tutti gli altri. Dunque, quella “privata” è una variante che interessa selettivamente un individuo o pochi individui.

Ci sono, d’altra parte, ulteriori varianti che si diffondono assai rapidamente e che, quindi, diventano comuni a molte persone. Risulta, per questo, importante monitorare il genotipo virale nel tempo e nello spazio, cioè in aree geografiche diverse del pianeta visto che si parla pandemia. La variante inglese, per esempio, è comparsa intorno a settembre del 2020 ed è stata definita ‘inglese’ in quanto osservata per la prima volta nel Regno Unito da dove poi si è rapidamente diffusa”.

E della variante italiana cosa sappiamo? C’è chi parla addirittura di una variante pugliese: esiste per davvero? E perché alcune varianti vengono più particolarmente attenzionate?

“Perché sono mutazioni capaci di diffondersi molto velocemente, così conferendo al virus una maggiore capacità di infezione o, ancor peggio, una maggiore capacità di generare malattia. Il motivo per cui alla variante rilevata nel Regno Unito sia stato dato il nome di  “inglese”, discende dalla prassi efficacemente attiva in quel Paese di realizzare un’opportuna e puntuale sorveglianza epidemiologica su base genomica.

Per contro, una variante ‘italiana’ credibilmente non può esserci per il semplice fatto che in Italia quella sorveglianza non la si fa, ciò che, evidentemente, non consente di dettagliare in tempo reale i virus circolanti nel Paese. Figurarsi ad immaginare addirittura varianti ‘regionali’!

Dopo quella inglese, l’attenzione si è poi progressivamente focalizzata sulle varianti giapponese, sud-africana e brasiliana di più recente codificazione genetica, sempre in ragione del fatto che si è potuto osservare, nel tempo, un aumento della loro frequenza nella popolazione. Il fatto poi di doversene preoccupare già a priori, probabilmente non ci aiuta a risolvere il problema visto che, a ben pensarci, la presunta maggiore aggressività della variante brasiliana potrebbe essere solo frutto di opinioni o di potenziali proiezioni. Molto più utile di una preoccupazione generalista, potrebbe allora risultare l’attivazione di una sorveglianza genomica che possa permettere di comprendere, in tempo reale, l’oggettiva entità ed identità del ‘nemico’”.

 A proposito di varianti, è vero che alcune mascherine risultano inefficaci nel filtrare le diverse tipologie del virus?

“Con la presa d’atto delle nuove mutazioni virali, sono subito arrivate anche le preoccupazioni relative a quale dispositivo di protezione sia meglio utilizzare. In effetti, a fronte di una soltanto supposta maggiore aggressività delle varianti, sarebbe stata documentata una loro maggiore trasmissibilità e, dunque, una loro più forte contagiosità. Da qui la raccomandazione, partita dal ministro francese della salute, di usare, invece delle mascherine di stoffa (quelle fai-da-te, di fatto mai realmente riconosciute come validi dispositivi di protezione individuali), le mascherine chirurgiche o le Ffp2 considerate altamente protettive in quanto capaci di garantire un filtraggio di poco inferiore al 90%. Il loro uso viene fortemente consigliato nei casi di stazionamento prolungato (per molte ore consecutive) in luoghi chiusi (scuole, uffici) tanto che, in alcune zone della Germania, è già obbligatorio per salire sui mezzi pubblici o per entrare nei negozi. Di fatto, a favore dell’uso delle mascherine, depone una considerazione che emerge dalla lettura  del nuovo Piano Pandemico influenzale 2021-2023 che, nei giorni scorsi, è stato esaminato nella conferenza Stato-Regioni. Dalla bozza del documento si evince che mascherine e distanziamento potrebbero essere adottati anche contro l'influenza, considerando quel che sta accadendo in questa stagione influenzale nella quale è stato valutato il sostanziale effetto di protezione sostenuto da questi dispositivi nel ridurre la trasmissione dell’infezione, minimizzando l’impatto dell’influenza stagionale”.

Come procede la campagna vaccinale? Che tipo di attese reali noi possiamo maturare rispetto ad una pratica di prevenzione primaria sulla quale stiamo puntando per uscire fuori da un incubo globale?

“Direi che la campagna vaccinale procede bene, com’è giusto che sia, pur dovendosi resettare obbligatoriamente su quelle che sono le disponibilità di vaccino. Ricordo che l’Italia al momento può disporre sostanzialmente dell’unico fornitore Pfizer-BioNTech, perché Moderna fornisce al nostro Paese pochissime dosi non essendoci con questa azienda farmaceutica un accordo preliminare in tal senso. Ad oggi abbiamo poco più di un milione e trecentomila persone che hanno ricevuto la prima dose, quindi una persona vaccinata su 50, un numero piuttosto esiguo per potersi aspettare effetti significativi in termini di controllo della pandemia. Tuttavia, il prosieguo proficuo e vantaggioso della campagna vaccinale, più che dall’approvvigionamento garantito da Pfizer, potrà soprattutto dipendere dalla conclusione della fase di approvazione di altri vaccini tra i quali, più particolarmente, quello di Astrazeneca-Oxford, realtà con la quale già esiste un accordo europeo in forza del quale dovremmo ricevere decine di milioni di dosi con le quali procedere più rapidamente ed efficacemente nella campagna di immunizzazione”. 

Tra i vaccini già autorizzati quello prodotto da Pfizer sembra agisca in minor tempo rispetto a quello di Moderna. Qual è il motivo? E quale di questi due vaccini è il più efficace?

“In verità, i due vaccini sono del tutto sovrapponibili, nel senso che entrambi utilizzano lo stesso identico principio basato sull’introduzione, nell’organismo ricevente, di un pezzettino di RNA virale che non può dare l’infezione ma che consente la costruzione di quella ormai famosa proteina spike che induce la risposta immunitaria. Chiaramente, sono diverse le modalità con le quali si è proceduto all’impacchettamento dei due vaccini, semmai utilizzando eccipienti diversi, così come testimoniato, tra l’altro, dalla differente stabilità dei due prodotti e, quindi, dalle diverse modalità di conservazione dei due vaccini. Tra l’altro Pfizer è stato autorizzato su persone dai 16 anni di età in su. Il secondo, dai 18. Ma, al di là di questo, non mi pare ci siano ulteriori differenze sostanziali nella farmacodinamica e farmacocinetica dei due vaccini”. 

Gaetano Gorgoni

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