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Covid e inquinamento, le particelle che viaggiano nell’aria e vivono con noi

In questi giorni si sta svolgendo per la prima volta a Lecce “PM2020”, il Convegno Nazionale sul particolato atmosferico. Intervista al presidente della Società Italiana Aerosol sulla correlazione tra covid e inquinamento

In questi giorni, fino a domani, tra le Officine Cantelmo e il Grand Hotel Tiziano e dei Congressi si sta svolgendo per la prima volta a Lecce “PM2020”, il Convegno Nazionale sul particolato atmosferico, giunto quest’anno alla sua nona edizione (www.pm2020.it ). L’evento è organizzato dalla Società Italiana di Aerosol (IAS), in collaborazione con l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR, l’Università del Salento e la Provincia di Lecce, nel rispetto delle norme di sicurezza anticovid, e ospita nel Salento i maggiori esperti del settore. L’iniziativa mette a confronto per alcuni giorni le diverse comunità scientifiche sui temi legati al particolato che, nelle scienze dell’atmosfera, indica l'insieme delle sostanze solide o liquide sospese in aria (con la quale formano una miscela detta “aerosol atmosferico”) che hanno dimensioni che variano da pochi nanometri a 100 µm. Oggi abbiamo intervistato il presidente della Società Italiana Aerosol a cui abbiamo chiesto anche la sua idea sulla correlazione tra covid e inquinamento. 

INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA SOCIETÀ ITALIANA AEROSOL, PROFESSOR DANIELE CONTINI

Presidente, quali sono gli sviluppi dei recenti studi che evidenziano la presenza del SARS-CoV-2 nell’aria?

“Ci sono diversi aspetti sulla questione della relazione tra inquinamento e virus: da una parte c’è la questione degli effetti su persone che sono state esposte per periodi lunghi all’inquinamento atmosferico e che potrebbero quindi risultare più sensibili. Si tratta di soggetti il cui sistema immunitario mette in moto un recettore (ACE-2) che favorisce l’ingresso del SARS-CoV-2 nelle cellule umane: quindi, favorendo la malattia in maniera più grave. Questa è una teoria rafforzata da diversi studi e diverse evidenze scientifiche. Però bisogna capire quanto pesa questa relazione tra inquinamento e covid: la quantificazione non è ancora certa, cioè quanta presenza di virus nell’aria è necessaria per essere contagiati”. 

È necessario anche stabilire quanta carica virale c’è nell’aria...

“In altre parole, bisogna stabilire se chi è esposto all’inquinamento atmosferico si ammala più facilmente con una soglia più ridotta di quantità di virus. Sembra che le cose stiano così, ma sono stati rivelati degli effetti confondenti, che non hanno chiarito del tutto la questione. I dati su questo virus sono ancora pochi, perché lo conosciamo da poco tempo”. 

Insieme all’aspetto che riguarda la reazione del sistema immunitario all’inquinamento atmosferico (che favorirebbe l’ingresso del virus involontariamente!) c’è quello, che state valutando, dell’ingresso diretto del virus, cioè la trasmissione in aria...

“In questo caso c’è molta differenza tra la situazione all’aperto e al chiuso. All’aperto le concentrazioni di virus nell’area sono relativamente basse, al di fuori degli assembramenti. All’aperto può esserci un rischio quando siamo all’interno di assembramenti, perché la concentrazione di virus nell’aria diventa molto più alta. Nelle stanze chiuse, con più persone infette asintomatiche, il contagio invece diventa probabilissimo. La trasmissione in aria è molto più facile nei mezzi pubblici, dove si possono concentrare un numero più alto di positivi e dove attraverso l’aria le trasmissioni sono molto più possibili. Il SARS-CoV-2 si accumula nell’aria in zone chiuse. Si può mitigare il rischio ventilando con l’aria esterna. Diciamo che sono due aspetti diversi: da un lato la concentrazione del virus che ci può essere nell’aria per via di un assembramento e dall’altro la sensibilità del sistema immunitario di chi è più esposto all’inquinamento che provoca delle reazioni paradossali che facilitano l’ingresso del coronavirus nelle cellule umane. C’è anche una terza possibilità: l’organismo debilitato di chi vive in ambienti più inquinati potrebbe rispondere meno bene all’attacco del covid”. 

Sul banco degli imputati c’è il PM2.5, il particolato che deriva dai tubi di scappamento, dal fumo, dalle centrali elettriche e da altro...Secondo diversi studi sarebbe un buon alleato del SARS-CoV-2.

“Bisogna chiarire un aspetto: il SARS-CoV-2 resta in aria a prescindere dall’inquinamento perché lui stesso è un particolato. Sono goccioline che possono restare in aria (diventano piccole, un residuo solido): quelle più piccole vengono trasportare dai venti ed evaporano. I residui solidi si disperdono in aria ed è chiaro che la parte più piccola può essere inalata. Il problema sono le concentrazioni! 

Se le concentrazioni sono molto basse, non c’è la quantità sufficiente di virus per infettarsi. Ma se le concentrazioni sono molto alte, allora diventa più facile che il contagio avvenga attraverso l’aria”. 

Tra tubi scappamento e altro il nostro organismo è continuamente sotto attacco, vero?

“Dobbiamo dire che in questi anni i governi si sono mossi per creare auto meno inquinanti, per misurare la qualità dell’aria e per intervenire in vario modo. Si sono rinnovati i parchi auto e le emissioni industriali sono più sotto controllo. Oggi c’è una riduzione dell’inquinamento rispetto agli anni critici del nostro paese. Però è chiaro che le particelle molto piccole, nanoparticelle, le respiriamo in continuazione. Anche nelle aree tranquille come Lecce, nelle piccole province, si raggiungono le 10.000 particelle per centimetro cubo che vuol dire 10 miliardi di particelle per metro cubo. Il virus è solo una piccola parte delle particelle che respiriamo.

Lecce non è una città particolarmente critica: nel 2019 non ci sono state particolari criticità rispetto alla qualità dell’aria. Certo, si può sempre migliorare. Le leggi indicano delle soglie entro le quali intervenire”.

Il convegno di oggi è un’occasione importante di confronto fra studiosi delle piccole particelle che noi non vediamo, ma che vivono con noi e che viaggiano nell’aria, vero? 

“Il convegno dell’associazione italiana di aerosol, che in questo periodo presiedo io, che si tiene ogni due anni, raccoglie gran parte della comunità scientifica che opera sul particolato atmosferico in Italia. Ci ritroviamo ogni due anni per aggiornarci sugli studi che riguardano le nuove tecnologie, nuove scoperte e le nuove tecniche di misurazione. Questo è un momento importante di confronto anche con le aziende che devono venire incontro alle necessità della ricerca. Qui pianifichiamo studi in comune e confrontiamo i dati fra le diverse città italiane”. 

Gaetano Gorgoni 

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