Cronaca 

Da Bergamo, la testimonianza del medico leccese: «Salentini, vi imploro: restate a casa. Qui è l'Apocalisse»

Il cardiochirurgo leccese Francesco Innocente lavora da diversi anni al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Questo il racconto delle giornate più difficili dall'epicentro dell'epidemia italiana

Un racconto crudo e privo di qualsiasi sbavatura retorica: le parole del dottor Francesco Innocente, cardiochirurgo dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, restituiscono le sensazioni laceranti di chi si trova in prima linea per combattere il Covid-19, con il pensiero rivolto - anche - a casa, al Salento, ai propri cari lontani.  La lettera che il medico leccese ha voluto inviarci è una testimonianza importante: proviene dalla città più martoriata dal virus, in questi giorni difficilissimi per l'intero Paese. E arriva a ricordare una volta di più, perché è necessario, quanto sia importante che si faccia tutti la nostra parte, restando a casa. E' il tempo della responsabilità: nessuno deve e può sentirsi escluso.

Gentile direttore,
sono un leccese di 46 anni, medico ospedaliero in una grande azienda pubblica. Vivo e lavoro orgogliosamente a Bergamo, una città che da un mese a questa parte è stata scelta dalla Natura come teatro di un'apocalisse.
Mia moglie lavora come medico d’Urgenza in quello che è diventato, nostro malgrado, il Pronto Soccorso Covid più importante d’Europa. Una diga su cui si sta abbattendo lo tsunami. Il mio punto di vista è quindi duplice.

Nelle difficoltà della pandemia, come sistema sanitario stiamo cercando di arginare gli effetti nefasti della malattia. Il mio ospedale è diventato in pochi giorni Hub per il trattamento Covid-19; ad oggi si contano più di 500 (con possibilità di incremento) pazienti infetti con diverso grado di gravità, di cui quasi 100 trattati con ventilatore automatico e 150 con sistemi di assistenza ventilatoria non invasiva. Paroloni in "medichese" che significano una cosa: una grave difficoltà ad ossigenare il sangue. Senza ossigeno gli organi si deteriorano più o meno rapidamente. 
Ad essere in pericolo sono gli individui più deboli, gli anziani, gli immunodepressi, i malati. Nulla di nuovo che non abbiate già sentito in tv o letto sui giornali. Come immaginerete, ma anche qui non aggiungo nulla, l’infezione da Coronavirus non ha cura comprovata: non esistono farmaci e/o vaccini efficaci allo stato attuale.

Per adesso le uniche misure atte ad arginare il contagio, badate bene, sono quelle igieniche (lavarsi le mani spesso con sapone e soluzione clorata, starnutire nella piega del gomito, le mascherine) e la limitazione del contatto interumano. In Cina, nazione popolosa ed evoluta, è stata questa la soluzione, incentivata dalle azioni del governo e dalla disciplina della gente.
Ad oggi, il numero dei contagiati e dei defunti è impressionante, così come è alto il numero delle persone ancora per strada, tanto da richiedere ulteriori misure restrittive.
In situazioni del genere la reazione emotiva prevale su quella razionale. 

Comprendo senza giudicare chi si allontana, spaventato dal virus e dalle contromisure; molto meno chi se ne infischia sulla base di convinzioni poco scientifiche.
Per adesso tutti gli operatori sanitari sono i nostri eroi; mi piacerebbe che i politici e le istituzioni trovassero una tregua momentanea per compattarsi in una ipotetica testuggine romana. Ma i cittadini comuni hanno un ruolo determinante con i loro comportamenti.

Bisogna superare il concetto egoistico di bene proprio per acquisire coscienza di un bene comune, supremo, della collettività. Spesso sento discorsi egoriferiti, quasi autoassolutori: era in Cina, poi in Corea-Giappone, poi Codogno, poi Bergamo, poi Aradeo; era un’influenza con pochi morti, è diventato un eccidio di un’intera generazione di nonni.
Questa crisi sanitaria ci cambierà per sempre: saremo ridimensionati e niente sarà scontato.
Pur essendo passato solo un mese, ogni giorno si presenta diverso dal precedente con nuovi e difficili equilibri, con un concetto di normalità variabile.
Parliamo del lavoro; la professione è cambiata, si è evoluta, è diventata cercare di curare al meglio tutti, sapendo che non sempre sarà possibile. 

In particolare la nostra giornata: 

• Assistere gli infetti: io sono un cardiochirurgo, ma in questo momento è più utile essere medico, anzi pompiere, visto che molti di noi nell’adempimento del proprio dovere rischiano di passare dalla parte opposta;

• Incrociare lo sguardo, un misto di rassegnazione e pietà, dei malati;

• Svolgere assistenza psicologica: queste povere persone, ricordiamo, sono sole, non hanno lo sprone, ovvero il conforto dei parenti;

• Assistenza spirituale, visto che il virus non risparmia i nostri frati attualmente in
quarantena: per cui siamo noi sanitari a confessare e redimere queste persone;

• Cercare di essere il più impermeabili possibile alle emozioni, perché ciascuno di noi ha una famiglia e degli affetti da proteggere, salvo poi farsi prendere dallo sconforto quando si rimane soli.

Nelle pause tra un turno e un altro, in realtà, non ci si annoia: le sirene delle ambulanze scandiscono il tempo meglio dei rintocchi delle campane, spesso a morto; ci sono 10/11 pagine di annunci di necrologi sul giornale locale, spesso parenti e/o conoscenti coinvolti in questa catena di dolore; le bare ammassate, il cimitero ingolfato, i mezzi militari in corteo che aiutano a portare via i feretri.
Questa per adesso è la nostra normalità.

Per tutti questi motivi, vorrei rivolgermi ai miei concittadini, da leccese, medico, figlio di due meravigliosi genitori, nipote di zii, cugino di molti ed amico di moltissimi, tutti potenzialmente infettabili; preoccupato, preoccupatissimo, vi chiedo, anzi, vi imploro di non sprecare l’ipotetico vantaggio accumulato dalla nostra tragedia.
Restate a casa, limitate al massimo i contatti. Lavatevi le mani. E vogliatevi ugualmente bene. Ne varrà la pena.

Francesco Innocente

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