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Letture al profumo di zagara a villa Fulgenzio della Monica

Furono dimore e poi luoghi di cultura: alla scoperta della cinquecentesca villa leccese e gli anfratti del ninfeo sotterraneo Tra capricci di fiori e alberi da frutto, immerso nel profumo intenso d...

Furono dimore e poi luoghi di cultura: alla scoperta della cinquecentesca villa leccese e gli anfratti del ninfeo sotterraneo Tra capricci di fiori e alberi da frutto, immerso nel profumo intenso di agrumi, si apre lo scenario del palazzo cinquecentesco di Villa della Monica e del suo incantevole giardino in cui s’incastona, come topazio in un prezioso gioiello, l’annesso ninfeo classicheggiante, elemento tipico a quel tempo dei palazzi nobiliari leccesi. Fulgenzio della Monica, sindaco di Lecce negli anni 1567-‘68, acquistò la vasta area suburbana situata sulla via che, dalla vecchia e non più esistente Porta San Martino, conduceva verso il mare, dove oggi sorgono la Chiesa e il Convento di S. Antonio a Fulgenzio. Lo stesso nobiluomo vi fece impiantare svariate specie di alberi e piante, edificando al centro del possedimento il grande palazzo rinascimentale e, attiguamente, una piccola Cappella dedicata ai Santi Apostoli Filippo e Giacomo. Il complesso edilizio, risalente al 1560, è opera dell’assai noto architetto Gian Giacomo dell'Acaja, che lo arricchì di “belli e spaziosi giardini di aranci, artificiose fontane e freschissime grotte”, progettando il palazzo su due piani e munendolo di un modesto sistema difensivo sul balaustrato terrazzo, dove si erge una torretta di avvistamento circondata da un grazioso balconcino che funge da belvedere. Nei locali a piano terra, la maggior parte dei quali adibiti a servitù, a magazzini e al fabbisogno familiare, si susseguono le grandi sale voltate talune a crociera, altre a ‘gavetta’ o a botte e distribuite secondo lo stesso schema dei piani superori, seguendo il percorso di un lungo corridoio. Da qui attraverso una scala, si scende di vari metri sotto il piano di calpestio, verso la cavata della villa dov’è posto il ninfeo e il verde profumato aranceto. In questo splendido giardino quattro edicole quadrate, adornate con cornice modanata, si aprono lungo le pareti della cava in gran parte occupata dagli alberi di agrumi, e dove antichi resti di colonnine in pietra leccese dal fusto scanalato e dai piccoli capitelli lasciano insinuare il sentiero del vialetto di passaggio che solca l’ombroso spazio ameno di questa piccola oasi di pace extra moenia. Il giardino era impreziosito da fontane artificiali che sprigionavano in aria zampilli scenografici e giochi d’acqua, purtroppo andate perdute. Si conserva ancora, invece, in tutto il suo incanto, il sotterraneo ninfeo, erede rinascimentale delle terme romane, ricavato nel banco roccioso e composto da quattro ambienti comunicanti, che presentano una decorazione fastosa che tenta di rievocare l’antichità classica. Un ampio vano rettangolare costituisce la c.d. sala delle immersioni, dominata da una vasca circolare e dotata di un camino che funge da calidarium; la sua volta a padiglione è riccamente decorata con conchiglie disposte a mosaico che rappresentano personaggi mitologici come la Chimera, Poseidone, Bellerofonte che cavalca Pegaso e una sirena bifida. Ad opere allegoriche della fine del '400 si riconduce, d’altro canto, l’allineamento delle tre porte uguali che si aprono su una stessa parete, quella d’ingresso all’edificio ninfale, simboleggianti le tre vie che portano alla saggezza. Quello di Fulgenzio, infatti, ben s’inserisce nella vasta tradizione dei ninfei rinascimentali di gusto classico, intesi come una specie di santuari laici, luoghi di ristoro, frescura e meditazione, ed anche nella vicina villa del fratello di Fulgenzio, Giovan Camillo della Monica, ve ne era un altro straordinario esempio, del quale però si sono perdute le tracce (ciò che rimane della villa è stato poi trasformato in un elegante ristorante). Non a caso vari cronisti del ‘500 ci tramandano che proprio questo fu il secolo della fioritura dei giardini privati nei palazzi gentilizi leccesi, e ammirando il favoloso esempio di villa della Monica si può capire l’importanza, nella cultura di quel tempo, degli elementi naturalistici floreali ed arborei, che si sposavano in piena armonia con l’acqua che alimentava le fontane e scorreva negli ambienti ipogei votati alle Ninfe, e con la pietra, largamente impiegata nell’architettura decorativa. Dopo alterne vicende che videro il passaggio della proprietà dell’immobile in mani diverse, nella seconda metà del Settecento il Palazzo della Monica venne acquisito dal Regio Fisco e, nel 1831, la dimora venne acquistata dalla famiglia Balsamo che ne rimase proprietaria finché la nobildonna Letizia decise di venderla ai Frati Minori, riservandosi il solo usufrutto dell’agrumeto. I monaci, all’inizio del 1900, si stabilirono definitivamente nel palazzo e il loro operare è stato, sin d’allora, assai propizio. Grazie a una grande attenzione e sensibilità nei confronti dell’arte e della cultura sono nate, infatti, la Biblioteca Caracciolo e la Pinacoteca d’Arte Francescana, che attualmente occupano le sale del palazzo, conferendovi ulteriore prestigio e tutto il fascino dei luoghi di cultura. Sapientemente ideate, con intuito e lungimiranza dal monaco francescano Egidio De Tommaso ed entrambe caratterizzate da importanti e preziose collezioni, la pinacoteca, in particolare, situata al piano superiore dell’antico edificio, ha permesso di salvaguardare opere preziose attribuite sia ad anonimi frati del XVII e XVIII secolo che ad importanti pittori salentini come Serafino Elmo e Oronzo Tiso.   Rosy Paticchio (fonte: FREE Lecce)

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