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Le storie dell'altra guancia: intervista a Luca Colella

“Storie dell’altra guancia” è l’esordio discografico di Luca Colella (Controvento by Dodicilune), un dual concept album che ruota su due fuochi “la spiritualit&agr...

“Storie dell’altra guancia” è l’esordio discografico di Luca Colella (Controvento by Dodicilune), un dual concept album che ruota su due fuochi “la spiritualità e il mondo contadino”, sottolinea il cantautore salentino. “Quando questi due fuochi si uniscono nasce l’Uomo Nuovo. Spinoza affermava che la conoscenza non si ottiene con la semplice immagine ma con la connessione tra le immagini. Da qui la scelta di utilizzare la simulatio e la dissimulatio molto in voga tra i filosofi del XVII secolo. La prima è il contenitore, lo stile, ciò che deve pervenire ai più, agli acusmatici ascoltatori (pitagoricamente parlando), la seconda è quella che conosceranno solo quelli che rifletteranno sul contenuto del disco (i matematici ascoltatori)”. Colella propone nei dieci brani originali, una musica d’autore densa, poetica, che affonda le radici in contesti di una genuinità eccelsa. I testi sono molto ricchi, intrisi degli studi e delle letture del cantautore, mai banali e scontati. Quando ho deciso di produrre il disco stavo studiando il “De umbris idearum” di Giordano Bruno e Human di Michael Gazzaniga. Il primo è un testo esoterico che analizza la mnemotecnica, il secondo è un libro di neuroscienze. Da queste letture combinate ho scoperto che il nostro cervello si occupa per un terzo di visione, lavora per immagini; ho deciso dunque di scrivere per immagini. Immagini che partono con un brano dedicato a Otranto e al suo artista più celebre, Fra Pantalone, autore del mosaico della Cattedrale. Gli artisti sono dei pazzi bruciati dal divino, guarda Paolo di Tarso. Poeta è chi riesce a sciogliere tutti i nodi del verso per ottenere musica. Nella canzone “Il tragitto del monaco”, la viola da gamba ricrea l’immagine di una grande fiamma. Tutto ciò è voluto. Fra Pantalone è stato ucciso non dalla non ancora santa inquisizione, ma dalla storia, che lo ha fatto a pezzi e poi bruciato sul pavimento della cattedrale. Alla fine della canzone “Otranto”, parlo di una promessa senza fine. Mi riferisco proprio a quella promessa di amore e fratellanza tra i popoli espressa da Fra Pantalone nel mosaico. Nel tuo disco parli anche del mare e del naufragio, in qualche modo un destino per la posizione di Otranto, comune più a est d’Italia, ponte verso l’Est. In Porta D’Oriente ci sono molte immagini tipiche dei paesi dell’Africa settentrionale. Quel venditore di menta mi fa venire in mente quel quasi naufrago che giunto in Italia si indigna guardando la tv e scoprendo un programma come l’Isola dei famosi. Tutte le immagini di Porta d’oriente ed Otranto vanno a comporre un nuovo mosaico, quello del 2012, dell’erede spirituale di Fra Pantalone. Se “Otranto” e “Sotto la voce naufrago” raccontano il mare, negli altri brani si parla soprattutto di mondo contadino. Da una danza contadina si parte con il mondo dei braccianti, fino ai retaggi. Si ritorna a Fra pantalone fino alla fine del disco con la piccola eccezione di Cornelia, che vuole essere un’incursione della spiritualità di De Andrè in quella del frate. Il disco, dedicato a Michele Contegno, cantore e poeta scomparso prematuramente, ospita Donatello Pisanello (armonica, mandola, organetto), Ambrogio De Nicola (chitarra classica, elettrica), Daniele Vitali (pianoforte, synth, hammond), Angelo Urso (contrabbasso), Francesco Pellizzari (batteria, percussioni), Rachele Andrioli (cori) e Pierpaolo Caputo (viola da gamba). Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio? Ho avuto modo di conoscere molti musicisti salentini. Non avendo un'idea del taglio musicale da dare al disco ho avuto come idea quella di non scegliere a priori la tipologia di musica da dare alle mie canzoni. Ho fatto, utilizzando un termine schifosissimo, quella che si chiama "selezione del personale", ho dato loro la massima libertà perché conoscevo di più le persone rispetto al loro potenziale musicale. Ho scelto dunque le persone e non i musicisti. Si è venuta generando così, una piccola comune utopistica dove ognuno si inseriva nell'idea dell'altro reciprocamente. Nella formazione del mio disco ho mescolato genio nella figura di alcuni musicisti e talento nella figura di altri; mescolando genio e talento ho ottenuto un suono originalissimo e soprattutto la completa soddisfazione dei musicisti che hanno preso parte al progetto. Qual è il tuo rapporto con la musica etnica? Il mio primo incontro con la musica è stato un incontro etnico. Mio padre mi fece ascoltare un disco degli Inti Illimani e mi spiegò che quando una musica nasce dall'esigenza pura di espressione popolare quella musica è sempre un successo. Ho iniziato a quattordici anni a leggere i testi di Ernesto De Martino e a studiare la raccolta di musiche di Diego Carpitella. Me ne sono innamorato, sentivo che la mia memoria genetica veniva toccata dal mondo contadino e dalla sua musica. E cosa pensi della scena della musica popolare nel Salento? Le esigenze della riscoperta sono sacrosante, ciò che non condivido è questa trasformazione della musica popolare in musica folkloristica. Non sono contrario nemmeno alla contaminazione perché è attraverso la contaminazione che una musica rimane viva. Sono contrario però alla speculazione. La musica etnica o popolare rimane il mio interesse principale.

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