Disturbo oppositivo provocatorio del bambino, come evitare la patologia psichiatrica più in là

sabato 9 febbraio 2019

Con la dottoressa Margherita Antonielli, psicoterapeuta dell’età evolutiva che opera nel Centro FARE di Perugia, oggi scopriamo cos’è il DOP e come intervenire. Impareremo a capire quando scoppia questo problema e come disinnescarlo prima che sfoci nella patologia psichiatrica in età adulta. 

Il disagio si manifesta all’alba di una vita è ha radici ambientali e familiari. Abbiamo già parlato in questa rubrica di quel normale comportamento oppositivo che si verifica quando ogni bambino attraversa la fase dei due anni, oggi invece vogliamo parlare di un vero e proprio disturbo che richiama gli stessi contrasti in famiglia, ma che non è più una normale caratteristica della crescita: il DOP. Il Disturbo oppositivo provocatorio è caratterizzato da atteggiamenti di rabbia, polemica e sfida nei confronti dei genitori e delle istituzioni scolastiche: spesso il bambino che ne è affetto può perdere l’autocontrollo. La persona che ha questo problema è in contrasto con le norme sociali e con l’autorità. Secondo alcuni studiosi, la frequenza del disturbo oppositivo provocatorio risulta maggiore nelle famiglie in cui un genitore presenta un disturbo antisociale ed è più comune nei figli di genitori biologici con dipendenze da alcool, disturbi dell’umore, schizofrenia, o di genitori con una storia di disturbo da deficit di attenzione e iperattività o di disturbo della condotta. I primi sintomi del DOP si manifestano in età prescolare: è bene non sottovalutare questo disagio del bambino perché, come ci avvisa l’esperta, può sfociare in patologie psichiatriche. Disturbo depressivo e della condotta, insieme alla marginalizzazione sociale sono alcuni dei pericolosi punti di arrivo se si trascurano certi problemi. Per saperne di più e capire come affrontare questo problema abbiamo intervistato una psicoterapeuta che conosce in maniera approfondita la materia: non pendetevi nemmeno una virgola del suo prezioso intervento, soprattutto se avete dei figli. 

INTERVISTA A MARGHERITA ANTONIELLI, PSICOTERAPEUTA ETÀ EVOLUTIVA (CENTRO “FARE” DI PERUGIA)

Dottoressa, come si diagnostica e come si convincono i genitori che il DOP è un problema da trattare? Come viene diagnosticato?

“Il disturbo oppositivo provocatorio rientra nella categoria dei disturbi da comportamento Dirompente, caratterizzati da condizioni che implicano problemi di regolazione delle proprie emozioni e dei comportamenti. Questi disturbi si manifestano attraverso comportamenti che violano i diritti degli altri, come nel caso di aggressioni, distruzione della proprietà, o che pongono il bambino o il ragazzo in netto contrasto con le norme sociali o con figure che rappresentano l’autorità. Nel disturbo oppositivo provocatorio in particolare prevalgono emozioni quali la rabbia e l’irritazione, insieme a comportamenti di polemica e sfida.

Per fare una diagnosi clinica di DOP dovrebbero essere presenti almeno 4 tra caratteristiche come: il bambino spesso va in collera; spesso litiga con gli adulti; sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti; irrita deliberatamente le persone; accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento; è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri; è spesso arrabbiato e rancoroso; è spesso dispettoso e vendicativo. La diagnosi segue un percorso di valutazione in cui attraverso l’osservazione in stanza, il colloquio e l’utilizzo di alcuni strumenti diagnostici si individuano le principali caratteristiche emotive, temperamentali e comportamentali del bambino. Il più delle volte non è necessario insistere per convincere i genitori ad effettuare un trattamento: avere un figlio con un disturbo del comportamento mette in crisi i genitori e li fa sentire impotenti, frustrati e disarmati, per cui spesso anzi sono i genitori stessi che, preoccupati, si mettono in moto per chiedere aiuto”.

Quali sono le cause del Dop?

Non si dispone ancora di dati certi riguardo alle possibili cause del dop. Alla base può esserci senz’altro un’interazione tra diversi fattori che sono da una parte biologici e dall’altra ambientali. È stato  osservato, ad esempio, che alcune caratteristiche di temperamento come la scarsa tolleranza alla frustrazione o una minor adattabilità all’ambiente possono predisporre il bambino a sviluppare un disturbo del comportamento. A livello biologico, nei bambini con dop inoltre risulterebbero compromessi sia il sistema di inibizione del comportamento (che impedisce l’azione quando si intuisce che essa potrebbe condurre a esperienze spiacevoli) sia il sistema di attivazione del comportamento (che inizia un’azione quando se ne presenta l’opportunità). Tra i fattori ambientali, uno stile educativo dei genitori eccessivamente rigido o coercitivo o, al contrario, negligente ed incoerente, favorisce senz’altro lo sviluppo di un’interazione in cui i comportamenti problematici del bambino divengono oggetto costante di attenzione, mentre quelli positivi risultano trascurati, conducendo a un circolo vizioso che rimanda al bambino un’immagine negativa di sé, che rafforza e mantiene i comportamenti oppositivi. Possono incidere inoltre fattori quali lo svantaggio socio-economico, l’esposizione a modelli aggressivi adulti, alcuni eventi traumatici o stressanti che possono colpire la famiglia”. 

Come impostare la relazione? I docenti e l’istituzione scolastica come devono comportarsi?

“È difficile rispondere in maniera sintetica a questa domanda. Il trattamento del dop consiste proprio nell’aiutare anche i genitori a riflettere sulle difficoltà che incontrano, per apportare delle modifiche, talvolta anche piccole, al proprio stile educativo che li agevoli nella gestione dei comportamenti problematici del figlio e nell’instaurare una relazione più funzionale.

La scuola ha un ruolo importante già nella fase di rilevazione della situazione problematica, perché spesso dei comportamenti problematici che il bambino presenta a casa a scuola vengono amplificati dal contesto di gruppo, oppure al contrario alcuni ‘comportamenti-problema’ che si presentano nel contesto familiare non si presentano invece nel contesto scolastico. La scuola svolge un ruolo importante anche nella fase di intervento: i docenti possono aiutare la famiglia e il professionista a comprendere in maniera più chiara che tipo di comportamento presenta il bambino a scuola, quali sono le situazioni scatenanti, cosa mantiene e cosa invece attenua i comportamenti problematici che il bambino manifesta. I docenti possono cercare di avere una comunicazione leale ed onesta con il bambino, tenendo conto del suo comportamento, esprimendo in modo chiaro l’effetto che fa il suo comportamento, sottolineando che è quel comportamento specifico che non approvano, che li mette a disagio, non lui in quanto persona. Gli si può dire, per esempio: ‘Quando non fai i compiti io temo che tu possa rimanere indietro rispetto agli altri e questo mi preoccupa e rischio di perdere la pazienza con te’. È importante mostrare il proprio interesse e la propria volontà di comprenderlo e sostenerlo anche quando fa qualcosa che riteniamo provocatorio. E’ importante allo stesso modo valorizzare i punti di forza e le risorse del bambino, affidandogli anche delle responsabilità che lo mettano in una posizione di guida rispetto agli altri, senza rischiare la frustrazione. Ad esempio, se sa disegnare bene potrebbe aiutare gli altri a farlo; se è abile a mettere tutto in discussione, potrebbe criticare programmi televisivi, testi, immagini ecc. recitando in classe il ruolo del critico ufficiale. Infine è importante imparare a relativizzare i comportamenti: i ruoli codificati in classe, l’allievo oppositivo, quello timido, quello spiritoso... cristallizzano le relazioni che rischiano di diventare scomode e faticose per alcuni e per gli stessi insegnanti. È utile quindi considerare i comportamenti in relazione al contesto in cui si verificano. Sollecitare i bambini a vedere le cose ‘in relazione’, li aiuta a non esprimere giudizi assoluti e definitivi e a lasciare spazio al cambiamento di ruolo quando quello che si mette in gioco di solito non è più funzionale. Invitare i bambini a cambiare a rotazione compagno di banco, invitarli a ‘indossare’ ruoli diversi (per esempio, ogni tanto, proporre a ognuno di assumere le caratteristiche più apprezzate del vicino di banco), consente di creare un ambiente fluido e in cambiamento, dove lo scambio relazionale è dinamico per tutti. Questo tende ad evitare anche il rischio di stigmatizzazione del bambino con disturbo oppositivo provocatorio da parte del resto del gruppo”.  

Esiste qualche analogia tra fase oppositiva dei due anni e dop in adolescenza?

Intorno ai due anni di vita i bambini attraversano una fase detta  ‘terrible twos’, o anche detta ‘età dei no’: una fase naturalmente oppositiva in cui il bambino modifica radicalmente il proprio comportamento e manifesta crisi di pianto, fa molti capricci e dice di no a qualsiasi cosa.

È una fase questa molto delicata e al contempo importantissima della vita e della crescita di un individuo: attraverso il rifiuto, il bambino afferma la propria individualità e autonomia. Il bambino manifesta talvolta in modo anche aggressivo  una prima conflittualità con i genitori, che gli serve per imporre la propria esistenza in quanto individuo. Il bambino si arrabbia perché comprende di essere qualcosa di diverso dalla mamma e in parte vorrebbe ‘fare da solo’, anche se non è ancora indipendente. I continui rifiuti sono anche fatti per puro spirito di contraddizione, benché magari nemmeno loro sappiano cosa desiderano. In questo senso, c’è una fortissima analogia tra quello che avviene in questa fase e quello che poi si verifica in adolescenza, periodo in cui c’è una naturale fase di ribellione nei confronti dei modelli proposti dai genitori, che porta gli adolescenti a sviluppare una identità propria e a diventare gradualmente degli adulti autonomi. Studi longitudinali, ovvero osservazioni dello sviluppo di gruppi di bambini lungo l’arco di sviluppo, ci dicono che se il periodo dei due anni è stato particolarmente difficile da superare, è molto probabile che le difficoltà che si sono incontrate in quella fase ritorneranno a galla con l’adolescenza ed i comportamenti oppositivi saranno particolarmente aspri e difficili da gestire anche in questo periodo”. 

Il DOP non trattato scatena psichiatriche serie?

“Purtroppo sì. Se non viene intercettato e trattato in maniera adeguata, il disturbo oppositivo provocatorio può diventare un disturbo della condotta e sfociare con l’età adulta in un disturbo antisociale di personalità. Il disturbo della condotta è un disturbo del comportamento più grave del dop in cui vi è la tendenza da parte del bambino ad essere aggressivo e prepotente, vi è la volontà di intimorire gli altri dando inizio a discussioni o anche a colluttazioni fisiche. Può esserci anche una certa crudeltà e un piacere nell’infliggere sofferenza fisica (anche nei confronti di animali), così come il ricorso ad armi o oggetti in grado di arrecare danni fisici ad altri, come coltelli, bastoni, pistole e la messa in atto di aggressioni a scopo di furto, scippi, estorsioni di denaro, rapine a mano armata.

Il disturbo antisociale spesso è la naturale evoluzione del disturbo della condotta in età adulta, si caratterizza per un atteggiamento di disprezzo, inosservanza e violazione dei diritti delle altre persone e si manifesta con comportamenti di ostilità e/o aggressioni fisiche. L’inganno e la manipolazione sono le modalità comportamentali privilegiate di questo tipo di personalità. Elemento distintivo del disturbo antisociale è la mancanza del senso di colpa e rimorso per le azioni commesse. Le persone con questo disturbo possono, infatti, rimanere completamente indifferenti in seguito alla messa in atto delle proprie azioni di danneggiamento dell’altro. Penso che da questa descrizione si intuisca quindi l’importanza di non sottovalutare i segnali di disagio che manifesta un bambino e di intervenire quando la situazione può ancora assumere una traiettoria evolutiva radicalmente diversa”. 

Quale terapia propone il centro “FARE”?

Al centro fare proponiamo un approccio terapeutico integrato che tiene in considerazione, accanto agli aspetti neuropsicologici (memoria, apprendimento, attenzione…) anche gli aspetti più squisitamente emotivi e comportamentali, e tiene conto di come questi aspetti vadano a combinarsi tra loro dando origine alla personalità unica, multicomposita e complessa di ciascun bambino. In particolare, per i disturbi del comportamento, dopo una iniziale fase di osservazione e di valutazione, in cui si fa un’analisi funzionale dei comportamenti secondo un approccio cognitivo-comportamentale integrato, si procede poi alla pianificazione dell’intervento che prevede la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti: il bambino stesso, i genitori e i familiari, la scuola e gli insegnanti. Il primo passo consiste nel cercare di instaurare una relazione di alleanza e di fiducia, che permetta al bambino o al ragazzo di sentirsi ascoltato, compreso e libero di poter aprirsi e di poter condividere i propri stati d’animo. Si propongono poi delle attività di riconoscimento e di identificazione delle emozioni, in particolare della rabbia, che permetta al bambino di acquisire una maggiore conoscenza di sé, del proprio modo di funzionare e che lo aiuti ad individuare dei modi più sani, più funzionali ed efficaci di esprimere e di verbalizzare i propri vissuti emotivi e di modificare quindi i propri comportamenti ostili e provocatori. Accanto al lavoro con il bambino, si propongono sempre anche un lavoro di parent training individuale con i genitori e degli incontri periodici con i docenti: tali percorsi hanno la finalità di aiutare i soggetti che principalmente ‘vivono’ il bambino ad individuare delle strategie educative più funzionali a gestire i momenti di crisi che si presentano”.

Come deve porsi un genitore?

“È importante che i genitori non si spaventino, né si sentano giudicati o tantomeno sentano di aver fallito nel loro ruolo educativo. Consultare un professionista che tutti i giorni lavora con bambini e ragazzi, e che può portare un punto di vista esterno, può essere un modo per ridimensionare la situazione, leggerla sotto una luce diversa e riuscire a vedere delle cose che magari da soli non si è in grado di vedere perché talvolta troppo coinvolti o preoccupati. Nei confronti dei propri figli sarebbe bene cercare di mantenere un atteggiamento positivo, di apertura, di ascolto che non colpevolizzi o giudichi, ma che piuttosto si ponga in un’ottica cooperativa per aiutare il bambino ad essere più sereno. È importante che il bambino senta i genitori, e in generale gli adulti intorno a sé, come degli alleati, che si confrontano, collaborano tra di loro e sono al suo fianco nell’affrontare le piccole grandi sfide della vita”.


Gaetano Gorgoni


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