Sindrome di Achille: cos'è la crisi di autostima che colpisce anche i vincenti

sabato 18 gennaio 2020

Oggi parliamo del problema della pseudocompetenza, un complesso sociale di cui Petruska Clarkson, psicologa componente della British Psychological Association, ha parlato nel saggio “Sconfiggi il nemico che è in te”. Si tratta di una crisi di autostima che colpisce molte persone e che può creare ansia e stress, incatenando chi ne soffre alla “paura di non farcela”. La cosa singolare è che può riguardare anche vincenti, che sentono di essere arrivati solo per un colpo di fortuna: è un problema molto simile alla sindrome dell’impostore (di cui parlammo in un precedente articolo), dove la competenza c’è, però manca l’autostima. Nel caso della sindrome di Achille la lacuna o il punto debole che rende insicuri esiste davvero. Unica soluzione cercare di riparare al problema con pazienza, combattendo lo stress e smettendo di pensare di dover sembrare sempre e comunque competenti su tutto. 

La sindrome di Achille colpisce anche chi ha successo nella vita, ma (sapendo di avere un punto debole e di poter essere smascherato) è stressato dall’idea che qualcuno possa mettere a nudo determinate incompetenze demolendo la sua forte immagine esteriore. È uno di quei disagi psicologici che nascono dalla mancanza di fiducia in se stessi. Si tratta di soggetti vincenti che si sentono perdenti. Per capire come si arrivi a questa sgradevole sensazione bisogna indagare sulla fase dello sviluppo infantile, capire se genitori pseudocompetenti abbiamo a loro volta trasmesso l’idea di dover sapere a prescindere e di dover essere perfetti. “Gli uomini hanno impulsi sessuali e aggressivi, ma anche un’altra importantissima pulsione - spiega Clarkson - La spinta ad attuare le proprie potenzialità, l’impulso alla crescita evolutiva attraverso la creatività, al fine di raggiungere la competenza e di eccellere in qualcosa”. Si tratta del desiderio di autorealizzazione. “Gli uomini cercano di diventare competenti e di accendere la propria vita, nei loro campi di attività proprio rispondendo dall’impulso interiore creativo chiamato Physis. La pseudocompetenza nasce dall’inibizione dell’impulso creativo a imparare. Il problema è molto simile a quello di cui parlava Pauline Clance in un saggio del 1978 (“The Impostor Phenomenon”). Ma la pseudocompetenza è diversa dall’impostura, come dicevamo prima, perché riguarda i vuoti o le carenze del ciclo dell’apprendimento piuttosto che incentrarsi sull’esperienza di sentirsi degli impostori. Petruska Clarkson si spinge fino al punto di parlare di pseudocompetenza della società moderna nei confronti dell’ambiente: questo atteggiamento crea un rapporto insano tra uomini e natura. 

PERCHÉ SI CRESCE PSEUDOCOMPETENTI? 

Il successo superiore alla media ottenuto dal alcune persone può essere minato dall’interno. L’ansia si impossessa di queste persone perché gli attestati di stima del loro ambiente non corrispondono alla percezione che hanno di se stessi. Gli pseudocompetenti hanno paura che venga scoperto il loro punto debole, il tallone d’Achille, quello che può far franare giù tutta l’immagine impeccabile costruita negli anni. Achille, leggendario eroe greco, era un quasi invincibile perché aveva un tallone vulnerabile, al contrario del resto del suo corpo. Carckson cita diversi esempi di uomini di successo che sono stati suoi pazienti affetti dalla sindrome delle pseudocompetenza: ad esempio, un grafico pubblicitario di enorme successo, apprezzato da tutti, che temeva ogni giorno di “essere scoperto” e che la gente si accorgesse che non era poi tutto questo genio. Si tratta spesso di gente di successo che magari è ossessionata dal fatto che qualcuno possa scoprire una sua lacuna: magari chi, pur essendo una professoressa, può non ricordare bene le tabelline. “Lo sforzo per raggiungere l’obiettivo e il successivo calo di energia e di tensione nervosa priva questi soggetti di ogni possibile piacere e riduce a poca cosa o vanifica il giudizio positivo sulla loro prestazione formulato dagli altri. La pseudo competenza riguarda l’esperienza, vissuta da molti, di un forte contrasto tra la scarsa considerazione che si ha di se stessi e l’alta opinione che gli altri hanno di noi nei vari campi specifici. 

“Siamo pseudo competenti quando c’è una forte disparità tra la fiducia in noi stessi e il modo in cui la nostra competenza viene giudicata dagli altri. Ciò causa quello sconforto o quell’angoscia di cui fanno esperienza molti soggetti quando il giudizio interiore e quello esterno contrastano fortemente o sono addirittura contraddittori” - spiega la celebre psicologa nel suo saggio.  Questa sindrome matura sostanzialmente per cinque motivi: le aspettative dei genitori, che a volte non facilitano un apprendimento naturale, le decisioni prese nell’infanzia su come vivere la propria vita, il cattivo uso dell’istruzione, la pressione collettiva e le ragioni archetipiche. 

INTERVENTO PER SUPERARE IL PROBLEMA 

Nella nostra società spesso si confonde la sfera del fare con quella dell’essere. Valutare qualcuno perciò che è significa accettarlo incondizionatamente e garantirgli un valore come persona. Se un individuo non gode di un’affermazione del proprio essere o se, in casi estremi, sente per vari motivi che non è nemmeno degno di esistere, allora il suo io è minacciato: non può fare molto. Lo pseudocompetente ha dovuto sempre rappresentarsi come competente per una serie di spinte esterne, soprattutto genitoriali, anche quando non lo era, maturando così delle insicurezze e delle paure. “Al figlio suo, ad Achille, raccomandò il vecchio Peleo d’esser sempre il primo e il distinto fra gli altri” - si legge nell’Iliade. È questo il punto: la pretesa di un figlio perfetto (un Dio, anche se è di carne ed ossa) e superiore agli altri che disturba il suo naturale ciclo di apprendimento fino a fargli perdere l’autostima, anche quando ce la fa nella vita. Cosa fare per correre ai ripari? I consigli di Petruska Clarkson sono chiari: stabilire una relazione riparatoria (con un maestro, un mentore o un terapeuta con il quale riparare i guasti); cambiare trasformando l’io o la situazione, dare sfogo ai propri sentimenti; “imparare ad apprendere”; accettare la natura ciclica della crescita e dello sviluppo imparando a rispettare i tempi dell’apprendimento; addestrarsi sempre a ripassare le proprie competenze e ad aggiornarsi; “dare spazio al maestro”, aprirsi a nuove conoscenze; imparare a giudicarsi senza dare solo peso al giudizio esterno; ripercorrete le fasi di apprendimento che sono state saltate e riprenderle in mano senza ansia; affrontate chi vi umilia e i loro criteri per giudicarvi; affrontate le vostre carenze e preparatevi al cambiamento. Insomma, bisogna imparare a fare i conti con se stessi, rimediando alle lacune, ma senza sentirci mai insicuri: la perfezione non esiste. La strada è lunga, ma la terapia con un bravo psicologo può accelerare l’obiettivo di tornare a vivere in pace con se stessi. 


Gaetano Gorgoni  

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