Inquinamento, nuova scoperta sui Pfas: danni alla fertilità delle donne

lunedì 18 novembre 2019

L’équipe del professor Carlo Foresta da diverso tempo sta studiando gli effetti di alcuni materiali con cui l’industria lavora quotidianamente e continuano a emergere notizie sempre più inquietanti. Le sostanze perfluoroalchiliche utilizzate da tante imprese sono dei potenti interferenti endocrini. Le ricerche evidenziano alterazioni riproduttive nei giovani maschi e femmine nelle aree ad alto inquinamento. “In particolare, nel sesso femminile l’esposizione a queste sostanze si associa a più frequenti irregolarità mestruali e ritardi della pubertà nelle adolescenti (e a un maggior rischio di aborti in donne adulte)”.

Abbiamo già parlato dei PFAS a proposito di osteoporosi e altri danni che possono favorire. Oggi torniamo a parlare di questi pericolosi contaminanti dotati di una resistenza termica e chimica che li rendono difficili da smaltire: stiamo parlando di sostanze perfluoroalchiliche che non avendo odore, sapore o colore sono più insidiose. Si sa già che possono influire sulla fertilità maschile (e oggi anche femminile), sullo sviluppo di patologie tumorali, e ai reni ai testicoli, sulla tiroide, sulle patologie del feto e persino sullo sviluppo dell’osteoporosi. Gli ambientalisti puntano a una legge che elimini la presenza di questi inquinanti. Nel solo Veneto sono state contaminate circa 350 mila famiglie. Fin dagli anni 50 queste sostanze sono state disperse nell’ambiente dopo i processi industriali e sono finite nelle acque e nella catena alimentare degli animali e dell’uomo. Sono composti chimici di sintesi che vengono utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa. I PFAS possono essere presenti pure in pitture e vernici, farmaci e presidi medici.

Lo studio della squadra del professor Carlo Foresta, componente del Consiglio Superiore di Sanità, di cui si sta parlando in questi giorni, mette a confronto alcuni esiti materno-infantili tra aree a diversa esposizione, basandosi sull’andamento delle gravidanze di donne residenti nelle aree inquinate e sulla salute dei rispettivi nati, con copertura pressoché totale della popolazione presa in esame. I risultati ottenuti riportano un incremento di pre-eclampsia, diabete gravidico, di nati con basso peso alla nascita per età gestazionale (SGA).

LE NOVITÀ DEGLI STUDI SUI PFAS

Grazie al professor Carlo Foresta oggi abbiamo certezze scientifiche sui danni per lo sviluppo del sistema uro-genitale  e per la fertilità del maschio, interferendo con l’attività del testosterone. “Sostanzialmente, l’organismo li scambia per ormoni - ha spiegato Foresta - inevitabilmente mutano l’azione delle ghiandole endocrine, causando una serie di malattie”. Dopo quella scoperta pubblicata su autorevoli riviste scientifiche specializzate, il gruppo di ricerca dell’Università di Padova propone alla comunità scientifica una nuova evidenza: le patologie riproduttive femminili (ad esempio alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi e aborti, nati pre-termine e sottopeso) possono essere correlate all’azione dei Pfas sulla funzione ormonale del progesterone, ormone femminile che agisce a livello dell’utero. Il progesterone è un ormone che viene prodotto durante la seconda metà del ciclo mestruale e svolge importanti funzioni per la salute femminile, tra cui quello di garantire la regolarità del ciclo mestruale. Il suo ruolo principale è quello di creare un ambiente accogliente all’interno dell’utero, favorendo l’impianto dell’embrione e il mantenimento della gravidanza. “Il nostro studio – spiega Foresta – dimostra che i PFAS sono in grado di interferire sulla funzione del progesterone a livello dell’endometrio, giustificando l’elevata frequenza di irregolarità mestruali e di aborti precoci riscontrata nelle donne provenienti da aree contaminate.”

 A questo risultato si è giunti dopo due anni di lavoro del gruppo di ricerca dell’Università di Padova, coordinato dal professor Carlo Foresta e dal dottor Andrea Di Nisio e la dott.ssa Manuela Rocca, che ha valutato l’effetto dei Pfas sull’azione del progesterone analizzando, in cellule endometriali in vitro, come i Pfas interferiscano vistosamente sulla regolazione dei geni espressi a livello dell’endometrio.

In particolare è stato dimostrato che, su più di 20.000 geni analizzati, il progesterone normalmente ne attiva quasi 300, ma in presenza di Pfas 127 vengono alterati e tra questi quelli che preparano l’utero all’attecchimento dell’embrione e quindi alla fertilità. “La mancata attivazione di questi geni da parte del progesterone altera le importanti funzioni coinvolte nella regolazione del ciclo mestruale e nella capacità dell’endometrio di accogliere l’embrione – conclude Foresta – e quindi giustificano la difficoltà di concepimento, la poliabortività e la nascita pre-termine”.

Il team del professor Foresta è riuscito a fare un passo in avanti individuando il meccanismo che è alla base dello sviluppo dei problemi di infertilità. “A questo punto la comprensione di una interferenza importante dei Pfas sul sistema endocrino-riproduttivo sia maschile che femminile e sullo sviluppo dell’embrione, del feto e dei nati, – spiega il professor Foresta – suggerisce l’urgenza di ricerche che intervengano sui meccanismi di eliminazione di queste sostanze dall’organismo soprattutto in soggetti che rientrano nelle categorie a rischio. Allo stato attuale a livello internazionale non ci sono ancora segnalazioni, pertanto è preoccupante pensare che la lunga emivita di queste sostanze possa influenzare negativamente tutti questi processi, anche nelle generazioni future.”

“In quest’ottica, – prosegue Foresta – la nostra ricerca apre scenari di trattamento innovativi in quanto è buona pratica clinica, laddove sia presente una difficoltà al concepimento a causa di fattori di rischio che intervengono sulla funzionalità del progesterone, somministrare a queste donne una terapia farmacologica con progesterone esogeno. In questo scenario di ridotta capacità funzionale di questo ormone a causa dell’azione inibente dei PFAS, si può ipotizzare un trattamento similare anche nelle donne residenti in zone esposte e che sono desiderose di prole, per ridurre gli effetti negativi indotti dagli PFAS a livello dell’endometrio uterino”. 

Gaetano Gorgoni

Altri articoli di "Lecce"
Lecce
16/12/2019
Lo studio del Sole 24 Ore pubblicato oggi ripercorre 30 ...
Lecce
15/12/2019
In migliaia si sono ritrovati sul sagrato della Chiesa ...
Lecce
15/12/2019
L'iniziativa organizzata dall'assoziazione "Cuori e ...
Lecce
15/12/2019
Il progetto ha già cambiato volto ad alcuni palazzi ...
Nel Centro Calabrese di Cavallino si è tenuto un convegno per fare chiarezza sulle grandi opportunità che ...
clicca qui