Infiammazione del tendine d'Achille: cause, cura e intervento chirurgico

lunedì 30 settembre 2019

Con il tendine più robusto del nostro corpo non si scherza: l’infiammazione può essere invalidante e alcuni sportivi hanno dovuto fare i conti con la sua rottura. Le infiammazioni nascono per tutta una serie di motivi, ma anche per la sedentarietà, lo sforzo sportivo che va oltre le proprie possibilità, le posture scorrette, il non fare stretching dopo l’attività fisica, i traumi e le “abitudini lavorative insane”. Con l’ortopedico Alessandro Stasi, oggi, affrontiamo anche il problema dell’intervento chirurgico (quando e se farlo). 

Il tendine d’Achille è il tendine più voluminoso del corpo umano, lungo circa 15 centimetri, dotato di flessibilità e ad alto contenuto di collagene: un tessuto connettivo fibroso che mette in connessione i muscoli del polpaccio al calcagno (osso posteriore del piede). Il nome richiama il leggendario Achille, l’audace guerriero della guerra di Troia: Omero ci parla di lui nell’Iliade. Il punto debole di questo straordinario eroe mitologico era proprio il tallone infiammato di cui sicuramente soffrivano molti soldati all’epoca, come molti nostri sportivi oggi. L’infortunio al tendine più grosso del corpo umano è quello più temuto dagli sportivi, perché può mettere fuori gioco atleti che sembrano invincibili, com’è accaduto al campione Andrew Howe, che dovette rinunciare ai campionati mondiali di atletica leggera a causa di un infortunio proprio al tendine che finisce sul calcagno. 

Il tendine d’Achille è indispensabile per camminare, correre e saltare. Non è infrequente la rottura in seguito a traumi. L’apporto di sangue ossigenato al tendine in questione è limitato. Quando si verifica un sovraccarico, un trauma (soprattutto nel lavoro che non rispetta le normative di sicurezza, se si fa sport in maniera eccessiva o scorretta e se si fa una vita troppo sedentaria), oppure una patologia come l’artrite reumatoide o se si è fatto un uso  eccessivo di corticosteroidi, esplode la tendinite achillea, una patologia altamente invalidante. Dolore alla gamba, gonfiore e senso di rigidità a livello della caviglia sono i campanelli d’allarme che devono farci scappare dallo specialista. Oggi risponderà alle nostre domande Alessandro Stasi, medico ospedaliero del Vito Fazzi di Lecce, specializzato in ortopedia, che vanta già quattro anni di sala operatoria, nonostante le sua giovane età, di recente entrato a far parte  della squadra del Poliambulatorio di Maria Luisa e Ruggiero Calabrese di Cavallino. 

DIAGNOSI, PRIMI INTERVENTI E PREVENZIONE

In genere basta una semplice anamnesi per diagnosticare la tendinite achillea: in casi rari è necessario il ricorso all’esame radiologico. Quando esplode il problema per le cause più disparate, se non c’è una malattia più grave dietro, è necessario innanzitutto il riposo unito agli impacchi di ghiaccio, poi, come suggerisce l’esperto, è necessario assumere farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e fisioterapia per migliorare l’elasticità del tendine infiammato e dei muscoli limitrofi. Se, nonostante le cure, il problema resta, è necessario affidarsi alla chirurgia. La prevenzione si può fare: se si è degli sportivi o si frequentano palestre, bisogna tenere a mente l’importanza dello stretching dei muscoli del polpaccio. Posture sbagliate, traumi e sforzi sono altre cause di infiammazione: la prevenzione consiste nel non superare certi limiti, nel puntare sulle posture corrette, sul movimento e sull’attività fisica equilibrata e corretta. 

INTERVISTA AL DOTTOR ALESSANDRO STASI, MEDICO ORTOPEDICO

Dottore, la tendinite del tendine d’Achille può essere considerata un tallone d’Achille degli sportivi, un rischio ricorrente per chi fa attività agonistica, oppure colpisce anche chi ha uno stile di vita più sedentario?

«Il tendine d’Achille è il più grosso tendine del corpo umano, la sua struttura macroscopica intrinseca è peculiare, permettendogli di sopportare le innumerevoli sollecitazioni gravitarie che intercorrono durante il normale ciclo del passo, durante il salto e la corsa.

Lo stress ripetuto può provocarne l’infiammazione o tendinite. È condizione molto comune, che provoca dolore e tumefazione lungo la parte posteriore della gamba, limitazione funzionale e se non trattata, può portare anche alla rottura del tendine. Può colpire sia gli sportivi che i sedentari: nei primi si verifica per un danno nelle fibre localizzate nella porzione centrale del tendine che sono le più coinvolte durante le sollecitazioni improvvise quali quelle di un atleta che scatta, o che salta. Sotto queste spinte dinamiche il tendine subisce microtraumi e lacerazioni e inizia ad acquisire un aspetto microscopico addensato per i  fenomeni riparativi cicatriziali con conseguente perdita di elasticità. 

Negli individui non sportivi l’infiammazione può essere provocata da un assetto del piede anomalo, come nel piede piatto, oppure da condizioni come la malattia di Haglund che porta a uno sviluppo di uno sperone osseo posteriormente alla parte finale del tendine, che sfregando all’inserzione lo danneggia e lo infiamma cronicamente: quindi la sede della tendinite in questi casi sarà la porzione terminale cioè dove il tendine s’inserisce sul calcagno».

Quando il tendine d’Achille s’infiamma, il ghiaccio e del semplice antinfiammatorio per bocca può bastare?

«Il primo step del trattamento dell’infiammazione è sempre mirato al sollievo del dolore, quindi ghiaccio, riposo, farmaci antiinfiammatori e integratori sono consigliabili, ma essendo il tendine d’Achille poco vascolarizzato è sempre bene associare una terapia fisica come laser e ultrasuoni nella fase acuta. Poi, con l’attenuarsi della sintomatologia, sono utili gli esercizi di potenziamento muscolare, la Tecar terapia, lo stretching. Molto utile, inoltre, sarà intervenire con plantari e rialzi, laddove siano presenti alterazioni morfologiche (piede  piatto), in modo da scaricare le forze in maniera corretta. In casi molto selezionati può trovare riscontro anche l’infiltrazione di PRP, con effetto rigenerativo e antinfiammatorio, ma i risultati in letteratura sono ancora controversi».

Quando un’infiammazione diventa resistente a tutte le terapie, è sempre colpa della trascuratezza o di una cura sbagliata? Come si interviene nel caso di recidiva? 

«Solitamente i pazienti affetti da questa patologia vanno incontro ad andamento ciclico del dolore, quindi è molto facile che si scoraggino o che non vogliano rinunciare alle attività sportive che provocano l’infiammazione o che semplicemente non abbiano i mezzi per sostenere un’adeguata terapia farmacologica, d’integrazione con integratori a base di collagene e fisioterapica: se e quando tutte le terapie sopra citate falliscono, si deve ricorrere alla chirurgia». 

Come s’interviene a livello chirurgico? Possono essere applicate delle protesi?

«Gli interventi chirurgici sono diversi e mirati all’eliminazione della causa scatenante: l’eliminazione degli speroni per eliminare l’attrito sul tendine, oppure scarificazioni tendinee (microtagli per favorire la vascolarizzazione e rigenerazione del tendine). Esistono anche interventi di trasposizione tendinea, dove vengono prelevati tendini o dal ginocchio o dal piede e posizionati a ponte a livello della lesione così da rinforzare meccanicamente il tendine d’Achille e ridurre il rischio di rottura: stesso principio per il quale, se non ci sono tendini validi da prelevare, è possibile armare il tendine con una protesi o tendine sintetico». 

Quali sono i rischi e quali i vantaggi dell’intervento chirurgico?

«Il vantaggio della chirurgia è sicuramente l’eliminazione della causa scatenante come detto prima e l’eventuale rinforzo meccanico del tendine per ritornare ad una vita attiva. I rischi possono essere le infezioni, il rigetto del tendine sintetico, la rottura, la deiscenza, ossia la riapertura della ferita chirurgica».

Come viene praticato l’intervento: con il ricovero o il day-hospital? Quanto tempo dura l’intervento chirurgico? Come viene praticato? Con quale tipo di anestesia?

«Gli interventi non sono molto lunghi: generalmente si eseguono in regime di day –hospital. L’anestesia, di solito, è spinale-loco regionale, quindi il paziente è sveglio. In genere, dopo l’intervento, si procede con un periodo d’immobilizzazione in gesso o tutore, mediamente di un mese. Il recupero totale delle attività si ottiene in media a  4-6 mesi dall’ intervento, a seconda dei casi».


Gaetano Gorgoni


 

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