Il problema dell’analfabetismo emotivo: come sviluppare l’intelligenza emotiva

mercoledì 21 agosto 2019

Il professore Salvatore Nuzzo, psicologo e psicoterapeuta di lungo corso, ha scritto un libro sulla necessità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni: è una forma di intelligenza che può essere sempre migliorata e che ci aiuta a star bene con gli altri e a evitare problemi psicologici. Il ruolo dei genitori è fondamentale ora che è stata mandata in soffitta la vecchia educazione alla rigidità, quella degli uomini duri che negano le emozioni, che ha prodotto tante problematiche familiari. 

I professori Peter Salovey e John Mayer utilizzarono la definizione di intelligenza emotiva per la prima volta in un articolo del 1990. Dopo quasi 30 anni, gli psicologi e psicoterapeuti hanno fatto proprio l’insegnamento dei due studiosi: è importantissimo avere la capacità di capire, controllare e gestire i propri sentimenti ed emozioni, imparare a distinguerli e, di conseguenza, agire guidando i propri pensieri e le proprie azioni sulla base delle informazioni che ho ricavato. Valutazione ed espressione, regolazione e utilizzo delle emozioni fanno la differenza nella vita. Oggi il concetto di intelligenza emotiva si è evoluto e consiste nella capacità di percepire, valutare ed esprimere le emozioni, nell’abilità di accedere ai sentimenti e crearli quando facilitano i pensieri. Regolare le emozioni permette di crescere emotivamente e a livello intellettuale. Se mi hanno insegnato a riconoscere le mie emozioni, so riconoscere quelle altrui, riesco ad avere una maggiore empatia, capacità di problem-solving e riesco a stimolare un pensiero costruttivo. L’ignorante emotivo, invece, non sa decodificare i segnali lanciati dalle sue emozioni e si abbandona al pensiero distruttivo. Puntando sull’intelligenza emotiva noi sviluppiamo una competenza personale (impariamo a gestirci e a gestire le nostre reazioni) e una competenza sociale (impariamo a gestire le relazioni con gli altri attraverso l’empatia). Saper comunicare, avere competenze di leadership, saper risolvere i conflitti (soprattutto familiari), saper risolvere i problemi senza farsi trasportare dalle “onde emotive” e saper prendere delle decisioni sono capacità che possiamo sempre migliorare curando la nostra intelligenza emotiva. Avere consapevolezza delle proprie emozioni significa conoscere meglio noi stessi e gli altri. Eppure l’analfabetismo emotivo è ancora un grande problema: la famiglia, la scuola e i consultori pubblici dovrebbero essere in grado di aiutare a superare questo ostacolo. Oggi possedere un’intelligenza emotiva sviluppata è considerata una qualità fondamentale non solo dal punto di vista umano e affettivo, ma anche lavorativo. Per gestire bene un ruolo di potere è necessario essere dotato di questo tipo di intelligenza, perché bisogna essere in grado di instaurare un clima collaborativo, di fiducia e di confronto. Oggi vi proponiamo un’intervista al dirigente psicologo e psicoterapeuta dell’Asl Lecce, dr. Salvatore Nuzzo, che nella sua pubblicazione ha approfondito questi temi. 

 

INTERVISTA AL PROFESSOR SALVATORE NUZZO, DIRIGENTE PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA 

Professore, Lei ha scritto un interessante libro intitolato “Educare i figli con l’intelligenza emotiva”. È un lavoro difficile per i genitori?

“Nel capitolo in cui spiego come educare i figli con l’intelligenza emotiva io puntualizzo che i genitori devono diventare ‘allenatori emotivi della prole’”. 

È una bella definizione quella di “allenatore emotivo”, ma non è facile diventarlo se si è avuta una certa educazione rigida e tesa a negare le emozioni: quella che si dava un tempo. 

“Dobbiamo partire dal presupposto che l’intelligenza emotiva si può acquisire, sviluppare, migliorare, a differenza del quoziente di intelligenza che, raggiunta una certa età, non cresce più. Il quoziente di intelligenza emotiva, invece, e destinato sempre a incrementarsi. Riflettere su ciò che facciamo, acquisire esperienza e modificare i nostri atteggiamenti ci aiuta a crescere sempre e a qualsiasi età”.

Possiamo imparare a gestire le nostre emozioni migliorando i nostri rapporti con gli altri. L’obiettivo è quello di puntare sulle emozioni positive.

“Certamente. Io nel libro confermo che ci sono molti analfabeti emotivi. Ne ha parlato di questo anche Umberto Galimberti su Repubblica. La vecchia educazione rigida, che veniva imposta dai nostri genitori, non contemplava il riconoscimento delle emozioni e la gestione emotiva. Per i genitori era molto più sbrigativo ordinare e sorvolare. Si glissava sulle emozioni, che erano ritenute l’esternazione di una debolezza da nascondere. Agli uomini veniva detto di non piangere mai perché bisognava essere ‘duri’, ma anche alle donne veniva data un’educazione rigida. 

Da adulti, da genitori, abbiamo avuto difficoltà proprio per questo tipo di educazione ricevuta. Non avendo la capacità di riconoscere le nostre emozioni è stato difficilissimo insegnare a riconoscerle ai nostri figli. Quindi abbiamo commesso l’errore di riproporre un’educazione con gli stessi schemi che erano stati proposti a noi”. 

Possiamo definirla un’educazione all’insensibilità?

“Certamente, ma soprattutto un’educazione alla distrazione e alla superficialità. È molto più semplice vedendo un figlio che è triste ed è giù dargli dei soldi e dirgli di andare a distrarsi, ma in questo modo non risolviamo il problema: non stiamo insegnando a nostro figlio a riconoscere e gestire le proprie emozioni, ma a ignorarle. Quindi, quando le emozioni saranno più forti, chi non sa gestirle potrebbe esserne travolto come da un’onda anomala. Invece, un genitore deve essere capace di approfondire, di chiedere, di dialogare col proprio figlio, di insegnare a ragionare sui perché di determinate emozioni. Spesso manchiamo di empatia, della capacità di metterci nei panni dell’altro”. 

Non sviluppare l’intelligenza emotiva nel rapporto familiare che tipo di problemi può dare?

“Si rischia di vivere una vita non appagante, non gratificante, che nega le emozioni. Si rischia di diventare frustrati perché si notano delle cose che avvengono dentro che non riusciamo a decifrare. Tutto questo non ci aiuta nel rapporto con gli altri e interpretiamo questa esplosione di emozioni come dovuta al fato, al caso o da attribuire ad altre persone e non a noi stessi. Bisogna, invece, imparare ad ascoltare noi stessi. Nel mio libro io parlo di coppia e di genitorialità, che parte dalla coniugalità e che richiede, a sua volta, la personalità matura di ognuno dei due genitori. Dobbiamo chiederci chi siamo noi una volta che incontriamo l’altro: molti modi di essere li apprendiamo dai nostri genitori, dalle famiglie da cui proveniamo. Il modello familiare che abbiamo appreso lo portiamo nella nostra nuova famiglia. Quando noi creiamo la nostra nuova famiglia elettiva, è chiaro che mettiamo a confronto due modelli, due mondi e due realtà. In questo caso ognuno è portatore di qualcosa di bello, oppure di qualcosa di brutto che può contribuire a creare una famiglia problematica”. 

Gaetano Gorgoni

Altri articoli di "Salute Sette"
Salute Sette
23/10/2019
I numeri sono confortanti: con le nuove tecnologie e con le ...
Salute Sette
22/10/2019
Sovrappeso e obesità sono grandi problemi che colpiscono sempre più bambini ...
Salute Sette
21/10/2019
Oggi ci siamo rivolti all’’Ambulatorio di dietetica preventiva” - SIAN ...
Salute Sette
20/10/2019
Oggi, in Piazza Sant’Oronzo a Lecce, ...
I numeri sono confortanti: con le nuove tecnologie e con le nuove terapie guariscono di più i piccoli colpiti ...
clicca qui