Sindrome dell’impostore, sminuirsi per non riconoscersi

sabato 22 giugno 2019

Oggi parliamo di un atteggiamento che non rientra tra i disturbi mentali, ma che cela una condizione interiore molto particolare: un senso di indegnità e inadeguatezza. Le vostre convinzioni autoinvalidanti o sabotanti nella vita possono fare la differenza. Spesso ne è colpito chi ha una scarsa autostima. Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Annalisa Bello. 



Sminuirsi, ridimensionare le proprie capacità davanti agli altri, rimpicciolire un successo accademico o lavorativo non fa bene: influenza negativamente la propria vita e, qualche volta, anche la percezione che gli altri hanno di noi. La sindrome dell’impostore è un atteggiamento iniquo verso noi stessi: un vero è proprio sabotaggio nei confronti della nostra stessa persona. L’eccessiva umiltà può avere radici familiari molto profonde. Oggi capiremo da dove nasce questo atteggiamento e come correggerlo. Secondo alcuni studi, si tratta di un problema che colpisce soprattutto le donne (addirittura otto su dieci): persone capaci che minano la loro autostima, senza un vero motivo. Gli psicologi Pauline Clance e Suzanne Imes ne parlarono per primi negli anni ‘70: la sindrome colpisce persino scrittori affermati, che possono arrivare a chiedersi se qualcuno possa mai essere interessato a comprare il nuovo libro che hanno scritto. I casi più gravi si autocensurano, oppure evitano di chiedere un aumento di stipendio perché pensano di non meritarlo. Molto spesso le donne sono le giudici più inflessibili della loro stessa persona: si percepiscono con qualità inferiori a quelle che realmente hanno. Ci sono persino casi di donne che rifiutano una promozione per paura di essere inadeguate e, quindi, di essere “smascherate”, pur meritando quel ruolo e quel posto perché molto preparate. 



COMBATTERE LA SINDROME DELL’IMPOSTORE 



Nell’intervista alla dottoressa Annalista Bello sveleremo un modo concreto per vincere un atteggiamento che ci penalizza. Principalmente bisogna imparare ad aver fiducia in noi stessi e a “tollerare” i complimenti.  Bisogna imparare ad essere meno perfezionisti: fare meglio, sempre e comunque, è impossibile. Le convinzioni che abbiamo in testa spesso sono impostazioni familiari, educative e sociali: a cominciare dall’infanzia i nostri genitori, insegnati e chi ci è a fianco possono convincerci, ad esempio, di non essere portati per una determinata materia. Non c’è nulla di più sbagliato - come spiega lo scrittore e psicologo USA, Wayne Walter Dyer - Le nostre convinzioni che indeboliscono l’autostima nascono da “attacchi” che riceviamo in ambito familiare e che ci trasmettono percezioni sbagliate (che sposeremo per tutta la vita). All’interno della famiglia si struttura la persona: è straordinario il lavoro fatto dallo scrittore Kafka nel far emergere questa verità, in uno del suoi capolavori esistenzialisti. Nella Metamorfosi il protagonista, Gregor Samsa, si trasforma in un orrendo insetto: è la metafora di come si sente percepito dal mondo e dalla sua famiglia, ma è anche il profondo senso di inadeguatezza che l’uomo sente nei confronti del padre. Gregor, il commesso viaggiatore, ha paura di aver deluso tutte le aspettative paterne: l’epilogo è drammatico. Il protagonista muore, la famiglia si vergogna di quell’enorme cadavere di insetto. Ecco la tragedia più grande del dover essere come gli altri ci percepiscono o come vorremmo che gli altri ci percepissero: muoiono le aspirazioni ad essere veramente noi stessi o la capacità di riconoscerci veramente per la straordinaria individualità che si cela in noi. 



INTERVISTA ALLA PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA ANNALISA BELLO 


Dottoressa, cosa si nasconde dietro quella che viene definita sindrome dell’impostore (pur non essendo riconosciuta come disturbo mentale)? Perché chi fa bene qualcosa poi fa il modesto? Chi vince una partita meritatamente, ad esempio, ma poi spiega di essere stato fortunato...



“La sindrome dell'impostore, descritta nel lontano 1978 dalla psicologa Pauline Clance, richiama la condizione di chi vive nel successo, ma sente di non meritarlo. Si tende, infatti, ad attribuire e allocare all'esterno le motivazioni dei propri successi, chiamando in causa la fortuna, il caso, minimizzando il risultato raggiunto o appellandosi alla clemenza del professore che all'esame "ha regalato un 30 e lode". Chi ne è colpito si sente indegno e immeritevole della promozione ottenuta a lavoro, del riconoscimento rivoltogli dal capo, dei complimenti dei colleghi. Piuttosto, preferisce credersi un incapace, un cialtrone e dinanzi ai propri successi nutre un vortice emotivo fatto di colpa per i risultati raggiunti, di timore di essere ‘smascherato’ nella sua inefficienza e un forte sentimento di inadeguatezza e indegnità”.


Ci posso essere dei casi in cui la modestia dipende dall’insicurezza? 

“Direi proprio di sì. Penso, ad esempio, agli studi che rilevano una marcata associazione tra la sindrome dell'impostore e bassi livelli di autostima. Sentirsi immeritevoli dei propri traguardi dice molto sulla fragile e caduca rappresentazione di sé. Ciò non significa che una bassa autostima si pone in relazione causale con problematiche simili (non tutti  gli individui con scarsa autostima soffrono di questa sindrome!), ma è un importante variabile da considerare e su cui, sicuramente, intervenire”.


Qualcuno pensa che questa sindrome sia il contrario dell’effetto_Dunning-Kruger, dove l’incompetente crede di saperne di più di un medico o di un addetto ai lavori. Quindi, è possibile che chi sminuisce le sue vittorie possa essere un insicuro effettivamente...


“Nell'effetto Dunning-Kruger, colui che non sa, sa: ossia, tende a sovrastimare le proprie conoscenze sebbene esse siano notevolmente limitate. È come se ci fosse una lacunosa consapevolezza dei propri limiti, gli stessi che, invece, sono magnificati nella sindrome dell'impostore. Due facce della stessa medaglia!


Una delle più diffuse situazioni di falsa modestia ricorre in ambito accademico: lo studente che dice a tutti di non ricordare nulla o di non sapere nulla e poi prende 30 e lode. C’è un modo di smontare questa falsa modestia?


“Il background familiare di appartenenza è stato sicuramente importante nella definizione e strutturazione di credenze patogene sulle proprie capacità. In queste casi si è, ad esempio, rilevata una forte associazione con una mancanza di cure genitoriali, nell'infanzia. 

Se pensate di essere affetti da questa sindrome, inziate con lo scrivere un vostro pregio per ogni ‘difetto’ o ‘limite’ che pensate di possedere: potreste inziare a stupirvi circa la discutubilità della vostra inadeguatezza. Se non bastasse, ci si può sempre rivolgere ad uno specialista del settore che possa aiutarvi a ristrutturare il vostro set di convinzioni autoinvalidanti autosabotanti”. 


Questo tipo di atteggiamento è nocivo nelle relazioni: dev’essere corretto?


“Dovrebbe essere corretto là dove compromette il funzionamento dell'individuo a livello personale, lavorativo o relazionale tanto da porsi come sofferto ostacolo per il raggiungimento dei propri obiettivi e desideri”.

Gaetano Gorgoni

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