Colonscopia con pillola hi-tech? È rischiosa: riservata a pochi casi

venerdì 24 maggio 2019
È ancora la colonscopia classica l’esame più sicuro per individuare un cancro al colon o altri tipi di problemi. Ha fatto discutere molto la notizia della pillola con videocamera che si utilizza a Ravenna, ma si tratta di una metodica che presenta diversi rischi, riservata solo a casi limite: a chi non può fare la colonscopia invasiva. Ne abbiamo parlato col direttore di Gastroenterologia dell’ospedale di Ravenna, Omero Triossi. 

Una pillola, che è un sofisticato strumento per la diagnosi non invasiva e indolore delle patologie intestinali (polipi, malattia di Crohn, tumori e altro), ha fatto sperare tanti pazienti che si potesse fare a meno della più invasiva colonscopia. Ma le cose sono più complesse di come le si può semplificare in un articolo di giornale. La pillola hi-tech con telecamere integrate che ha fatto tanto parlare dell’Ospedale di Ravenna ha delle controindicazioni non da poco: può restare incastrata prima di raggiungere l’obiettivo. In quel caso sarebbero guai. Il direttore del Centro di Ravenna, che utilizza questa tecnica una volta al mese, ci spiega (nell’intervista che potrete leggere) che si tratta di una tecnica da utilizzare solo in alcuni casi in cui è impossibile fare la colonscopia. Il PillCam2, la videocapsula endoscopica che ha all’interno due videocamere miniaturizzate, non è la panacea di tutti i mali. Sarebbe bello sostituire tutto con una pillola che si manda giù con un bicchiere d’acqua, ma la colonscopia resta ancora l’esame più preciso, efficace e capace di fare un quadro chiaro della situazione interna. L’esame classico è in grado di esplorare le pareti interne al colon scoprendo ogni tipo di lesione, lacerazione, occlusione o massa tumorale, per questo è uno dei principali mezzi di prevenzione dopo i 50 anni. 

Intervista al dottor Omero Triossi, direttore di gastroenterologia ed endoscopia digestiva - Ospedale di Ravenna 

Dottore, qualche mese fa, è stata diffusa  una notizia che ha fatto discutere molto sulla possibilità di fare la coloscopia attraverso una piccola pillola munita di telecamera. È un esame alla portata di tutti?

“Non è un esame per tutti. È un esame di terzo livello: si fa solo in alcune situazioni”. 

In quali situazioni posso utilizzare la piccola pillola per fare la colonscopia?

“Si tratta di situazioni molto particolari: pazienti a cui non è possibile fare la colonscopia, la ‘colon tac’ e la colon RM”. 

Quanti esami fate al mese con questa tecnologia? 

“Sono situazioni limite: ne faremo una al mese, non di più! Sono situazioni difficili”. 

La capsula endoscopica non la utilizzate con tutti perché può essere rischiosa, vero? 

“Sì, è per questo che non la utilizziamo sempre. C’è la possibilità che si verifichi un restringimento intestinale, che si blocchi e che la pillola non prosegua. È questa la controindicazione più pericolosa”. 

Dunque, l’uso di questa tecnologia e un’ extrema ratio? 

“Diciamo così: per ora è riservata solo a casi eccezionali, che vengono decisi dal gastroenterologo”.

Quindi la colonscopia, un esame così invasivo, resta ancora la principale strada da percorrere?

“La coloscopia ci permette di vedere cose che nessun’altra tecnica può farci vedere. Credo che per molto tempo rimarrà ancora lo standard di riferimento: poi, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, lo sarà ancora di più. Ci saranno colonscopie sempre più performanti, sempre più accettabili da parte del paziente. Non prevedo che nei prossimi vent’anni ci possa essere una scoperta capace di superare la precisione diagnostica di una colonscopia, che permette di entrare all’interno, vedere e operare direttamente il paziente”. 

La sanità pubblica utilizza tutte le tecniche e tecnologie d’avanguardia per la colonscopia? 

“Qui a Ravenna siamo un centro d’eccellenza: siamo al passo con i progressi tecnologici”. 

In Puglia si sta provando a diagnosticare il tumore al colon attraverso il respiro, però è tutto ancora in fase di sperimentazione. Cosa ne pensa?

“Bisogna aspettare che diventi qualcosa di ben definito. In un ospedale possiamo fare della ricerca, ma possiamo applicare solo le tecnologie validate dalle società scientifiche. Finché la fase è ancora di sperimentazione, si fa solo quello, ma non si può applicare su tutta la popolazione: bisogna attendere i risultati, gli esiti finali. Finché qualcosa è in fase di sperimentazione non c’è la certezza che possa funzionare. Un ospedale pubblico può partecipare ad attività di ricerca esclusivamente su volontari che firmano il consenso”. 

Tutte le campagne di prevenzione consigliano di fare l’esame del sangue occulto e l’eventuale colonscopia entro i cinquant’anni: è un’età giusta per lo screening? 

“Tutta l’Italia e tutto il mondo, a parte gli Stati uniti d’America e Canada, hanno deciso di fare la ricerca del sangue occulto dopo cinquant’anni, fino ai 69”.

Quando si fanno i controlli, una volta riscontrato che non c’è sangue occulto nelle feci, non è necessario fare la colonscopia, vero?

“Se parliamo di screening, parliamo di un paziente che sta bene e non ha nessun problema intestinale, però purtroppo potrebbe già avere delle lesioni all’intestino: quelle precancerose, che se non facciamo nulla portano al cancro. Ecco perché anche se non ci sono sintomi, dopo una certa età consigliamo la ricerca del sangue occulto. Se, invece, abbiamo un paziente con determinati sintomi intestinali, che ha più di cinquant’anni, allora noi procediamo direttamente con la colonscopia. L’allarme deve scattare sempre quando si vede il sangue, nel momento in cui si va a di corpo. Bisogna imparare a controllare queste cose: se si nota del sangue nelle proprie feci, bisogna andare con urgenza dal medico. Questo è il principale sintomo su cui noi puntiamo: magari sono banali emorroidi, però bisogna andare subito dal proprio medico. In generale, dopo cinquant’anni, se si cominciano ad avere dei sintomi che prima non avevamo, un cambiamento del modo di andare di corpo, bisogna fare la colonscopia”. 

Gaetano Gorgoni 

 

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