"Bellissimi difetti", l'elogio dell'autentico nel ritorno de La Municipàl

domenica 5 maggio 2019

La band salentina di Carmine e Isabella Tundo ha da poco lanciato il nuovo album che prosegue il percorso musicale de “Le nostre guerre perdute”.  

S’intitola “Bellissimi difetti”, il secondo lavoro in studio de La Municipàl, uscito lo scorso 29 marzo per la Label indipendente luovo di ICompany, in una data, che, tra l’altro, ha segnato, tra l’altro, anche il ritorno dei Virginiana Miller, storica band livornese, a sei anni dall’ultimo disco: in un solo giorno, due buone notizie per la musica italiana, fin troppo soggiogata dall’imperversare della trap e dall’ansia dei tormentoni.

Ma se la band livornese di Simone Lenzi ha scelto di stravolgere le aspettative con un album totalmente in inglese, il duo salentino, composto da Carmine e Isabella Tundo, ha ricercato una logica conferma a distanza di tre anni da quanto di buono seminato col proprio esordio: sì, perché “Le nostre guerre perdute” nella sua genuinità si era rivelato un diamante grezzo, un’autentica perla, risultando a tutti gli effetti tra gli album più belli del 2016. E, infatti, non è stato un caso che i singoli di quel disco (da “Discografica Milano” a “George - il mio ex penfriend”, da “Valentina Nappi” a “Lettera dalla provincia leccese”) abbiano guadagnato attenzione radiofonica e televisiva, impegnando nel giro di poche mesi La Municipàl in un tour in lungo e in largo per l’Italia, sino ad aggiudicarsi l’“1M Next”, il contest del Concertone del Primo Maggio a Roma.

E se il primo album era risultato sorprendente tanto da scatenare analogie e confronti coi Baustelle (più per il doppio cantato maschile e femminile che strettamente per la vicinanza sonora) in quel desiderio esasperato di trovare necessariamente un paragone (quando, in realtà, il gruppo di Bianconi ha un approccio ai testi più filosofico mentre il duo salentino predilige il narrato), il rischio col nuovo lavoro poteva essere quello di “tradire” gli ottimi riscontri del precedente. Del resto, come canta Caparezza, “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”.

Invece “Bellissimi difetti” non tradisce affatto anzi rilancia, proponendo delle istantanee di umanità nelle sue dodici tracce (tredici con la ghost track finale) di grande impatto e confermando la bontà di un percorso musicale, che cresce e continua ad affermarsi: innanzitutto perché non interrompe la sua fluidità nei brani che compongono il mosaico del disco, molti dei quali, promossi nei mesi scorsi, come singoli (“Vecchie dogane”, “I Mondiali del ’18”, “Italian Polaroid”, “Mercurio Cromo” e “Punk Ipa” che trasporta idealmente in Emilia Romagna e si arricchisce di una citazione di Battisti); poi rendendosi riconoscibile in una cifra stilistica e tematica sempre più caratterizzanti, proprio attraverso alcuni dei pezzi che hanno anticipato l’uscita dell’album, e che disegnano una linea di continuità con “Le nostre guerre perdute”.

Eppure dentro questa linearità, la band non si preclude variazioni sul tema come nel caso di “I tuoi bellissimi difetti”, che ispira il titolo del disco, o come per “Le vele” o “Scogliere” con atmosfere sonore intimiste ed evocative, passando per la strumentale “Noi due sulla luna”. Più ritmicamente incalzanti risultano “Major Tom” (citazione da Space Oddity di David Bowie), portato a sorpresa di recente sul palco del Primo maggio, e “Finirà tutto quanto”, traccia di apertura cristallizzata in un immaginario dialogo il cui ritornello risulta incredibilmente arioso grazie alla voce femminile di Isabella Tundo, che alimenta l’idea di una speranza dietro alla pronuncia di un’apparente resa.

Il suono è quello del pop-rock che sceglie soluzioni elettroniche ma che viaggia serenamente verso un approdo cantautorale. Per quanto concerne la stesura dei testi, emerge una scrittura matura, che presta voce alle storie quotidiane, dove regna la malinconia per i tempi andati (“Intanto gli anni passano gli amici ti tradiscono”) e gli amori finiti, quella solitudine crepuscolare della provincia (“è che mi sento lontano da tutto, lontano da tutti”), che genera reazioni istintive, alterna gli umori (“E io sento che sto bene solo quando sto più male”) e il più delle volte produce un conflitto di emozioni, ora lievi (come in “Mercurio Cromo” dove la pioggia disinfetta anche le cicatrici), ora più cupe (“andremo a finire nelle periferie a tagliarci le vene o a fare finta di capir le partite”), e la certezza di un presente che passa dall’accettazione e dall’esaltazione dei difetti come elementi di diversità da cui ripartire (“tu portami con te anche se non ricordo neanche il perché di questa strana voglia di volerti bene”). Lo hanno spiegato gli stessi fratelli Tundo nella presentazione dell’album: “Come nella pratica giapponese del kintsugi, da un’imperfezione può nascere una forma ancora migliore di perfezione estetica e interiore. Le smagliature diventano trincee in cui rifugiarsi e un neo sulla bocca, una cicatrice si trasformano in virtù”.

È un album che tocca anche temi sociali, dalla passione politica all’integrazione, dal lavoro alla precarietà delle relazioni. Menzione di merito per “Il funerale di Ivan”, con ogni probabilità il brano più intenso della track list, dove l’elaborazione di un lutto (con un rimando alla drammatica vicenda di Ivan Ciullo e alla battaglia della madre per far emergere la verità sul caso) si trasforma nella disillusione che coincide con la morte di certi ideali: “Quanto ci costa la politica, come ti cambia la politica”. E poi c’è “Italian Polaroid” (che sembra rappresentare il manifesto ideale di questa composizione di micro scatti fotografici esistenziali), dove subentra un racconto un terza persona e la leggerezza dell’inciso camuffa il dramma di un aborto.

In conclusione, se “Le nostre guerre perdute” può definirsi un album d’esordio raro per densità di contenuti e spessore artistico, “Bellissimi difetti” si rivela musicalmente più energico senza tuttavia rinunciare al lato intimista che ha reso celebre La Municipàl. E dimostra l’abilità di affermarsi della band salentina, facendo leva sulla qualità espressiva, quasi boicottando l’artificio dell’immagine da copertina e l’ossessione dell’apparenza su cui sono costruite alcune carriere artistiche: Isabella e Carmen Tundo hanno rinunciato a lungo a mettere la propria faccia nei video dei singoli, preferendo affidare il proprio messaggio ad una scrittura personale, all’efficacia delle voci che si fondono, alla gavetta delle numerosi esibizioni dal vivo, ai chilometri macinati per proporre le loro canzoni a un pubblico sempre più vasto, in una visione quasi austera del talento che si basa sull’essenzialità della musica. Sono stati, insomma, autentici, quasi a ribadire che quei “Bellissimi difetti” portano la loro impronta e personalità in una categoria dello spirito, che rifugge trucchi e si poggia sulla necessità di rimanere fedeli a se stessi senza mai snaturarsi.

Mauro Bortone

 

Domenica 12 maggio, alle Officine Cantelmo di Lecce appuntamento con "La Municipal" per la presentazione ufficiale di “Bellissimi Difetti”.

Apertura porte ore 21.00

Start ore 22.00 (ingresso 5 euro)

Infoline 3288347924

Prevendite disponibili sul circuito Vivaticket a partire da lunedì 6 maggio.

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