Meglio l’anestesia inalatoria o intravenosa? La ricerca del San Raffaele spiega che non c’è differenza

mercoledì 20 marzo 2019
Uno studio multicentrico pubblicato ieri sulla rivista ‘The New England Journal of Medicine’ getta nuova luce sulla sicurezza dell’anestesia in ambito cardiochirurgico: i due tipi di anestesia hanno lo stesso livello di sicurezza.

Non c’è differenza sul piano della sicurezza tra anestesia inalatoria e intravenosa: lo svela la ricerca indipendente, coordinata interamente da medici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. Si tratta di uno studio condotto in 36 centri di 13 paesi con un coinvolgimento di 5.400 pazienti e, per questi numeri, rappresenta uno dei più grandi studi anestesiologici mai condotti. «Le linee guida in tutto il mondo sottolineano come l’anestesia volatile (o inalatoria) sia preferibile rispetto a quella di tipo intravenoso per i suoi effetti cardioprotettivi nelle operazioni cardiochirurgiche, come il bypass aortocoronarico - spiegano gli esperti del “San Raffaele” - Uno studio multicentrico pubblicato ieri sulla prestigiosa rivista The New England Journal of Medicine dimostra, invece, che non c’è alcuna differenza fra i due tipi di anestesia dal punto di vista della sicurezza.

La ricerca, condotta in 36 centri e 13 paesi con un coinvolgimento di 5.400 pazienti, è stata coordinata interamente da medici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – una delle 19 strutture d’eccellenza del Gruppo San Donato – in particolare da Giovanni Landoni, referente Ricerca Clinica in Anestesia e Rianimazione chirurgica del San Raffaele e professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele, e da Alberto Zangrillo, referente Aree Cliniche del San Raffaele e professore ordinario all’Università Vita- Salute San Raffaele. Per numero di centri e pazienti coinvolti, la ricerca è uno dei più grandi studi anestesiologici mai condotti. Oggi l’anestesia è indispensabile per qualsiasi tipo d’intervento chirurgico, in quanto permette ai pazienti di essere sottoposti a operazioni e altre procedure più o meno invasive senza provare dolore, oltre a proteggere l’organismo dall’intervento stesso. Molti progressi della chirurgia dipendono dagli sviluppi della moderna anestesia, senza la quale, per esempio, non sarebbe possibile effettuare interventi cardiochirurgici maggiori, le cosiddette “operazioni a cuore aperto”. Negli anni, ricerche pre-cliniche e meta-analisi hanno suggerito di preferire, negli interventi al cuore, l’anestesia inalatoria rispetto a quella intravenosa per le sue conseguenze farmacologiche positive, come la riduzione d’infarto miocardico. Tuttavia, fino a oggi non esistevano studi consistenti che dimostrassero delle reali differenze nelle conseguenze cliniche tra anestesia intravenosa e volatile nei pazienti sottoposti a questo tipo di operazioni.

La ricerca condotta dai medici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, in collaborazione con ospedali di tutto il mondo – dal Brasile alla Malesia, dall’Arabia Saudita alla Russia – ha voluto verificare l’effettiva differenza fra i due tipi di anestesia generale nelle operazioni di bypass aortocoronarico, monitorando la mortalità a un anno dei pazienti ed eventuali reazioni avverse all’anestesia».

Lo studio che rappresenta una svolta lo studio, oltre a essere uno dei più grandi studi anestesiologici mai condotti, è un esempio di ricerca clinica indipendente e collaborativa, promossa e realizzata grazie a finanziamenti ricevuti dal Ministero della Salute.

I risultati dello studio verranno presentati a Brussels il 19-22 marzo durante la 39esima edizione del congresso ISICEM (International Symposium on Intensive Care and Emergency Medicine), il più importante in questo campo, con oltre 11.000 partecipanti. «Abbiamo scelto di focalizzarci sull’intervento di bypass aortocoronarico perché si è dimostrato essere un ottimo modello per vedere gli effetti dell’anestesia, oltre che uno degli interventi maggiori più frequenti – conta infatti circa un milione di interventi l’anno» - afferma Giovanni Landoni, primo autore dello studio.

Dal 2014 al 2017 sono stati reclutati 5.400 pazienti – un numero particolarmente ampio per ricerche di questo tipo – successivamente divisi in due gruppi in modo randomizzato: un gruppo è stato trattato con anestesia volatile e l’altro con anestesia intravenosa. Monitoraggi successivi non hanno mostrato alcuna differenza significativa nelle conseguenze cliniche post-operazione. Anestesia volatile e intravenosa sono, quindi, ugualmente sicure.

«Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto perché, oltre a rassicurare medici e pazienti, ciò significa che già nell’immediato sarà possibile ridurre i costi dell’anestesia in ogni paese: dal momento che i risultati sono del tutto comparabili, saranno i paesi stessi a decidere se preferire un’anestesia rispetto all’altra a seconda dei costi che questa comporta caso per caso» - afferma Alberto Zangrillo.

L’anestesia volatile
L’anestesia è una perdita di sensibilità indotta da alcuni farmaci, che può associarsi a perdita di coscienza.

Gli anestetici generali inducono perdita di sensibilità associata a perdita di coscienza, gli anestetici locali svolgono un'azione locale, appunto, senza perdita di coscienza. Questi farmaci agiscono in specifiche aree del sistema nervoso centrale. Gli anestetici generali oggi si suddividono in due categorie: quelli che possono essere inalati e quelli assunti per via endovenosa. Nel primo caso di parla di farmaci liquidi “volatili” che vengono somministrati mescolati ad altri gas. Questo tipo di anestetico raggiunge rapidamente i polmoni e gli alveoli, a livello dei quali si solubilizza nel sangue. È proprio attraverso il ciclo ematico che il farmaco raggiunge il sistema nervoso centrale ottenendo l’effetto desiderato.

Fra gli anestetici generali inalatori più utilizzati in terapia, ricordiamo l'isoflurano, il desflurano, il sevoflurano e il metossiflurano. Si tratta di principi attivi (idrocarburi fluorurati) che raramente possono procurare epatossicità, nefrotossicità e ipertermia maligna.
L’utilizzo di anestetici volatili consente di ridurre il tempo di estubazione rispetto a molecole usate per via endovenosa nei reparti di terapia intensiva. Questo tipo di anestesia è di facile somministrazione, dà maggiore flessibilità, eliminazione delle sostanze con il sistema respiratorio, risveglio rapido e minor rischio di ipossiemia. Ma ci sono degli svantaggi: depressione cardiocircolatoria, costi delle attrezzature, tossicità per l’operatore, inquinamento ambientale e difficoltà nel dosare un piano di sedazione.

Gaetano Gorgoni


 

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