Crolla il mito del maschio duro: esprimere le emozioni è fondamentale per la salute

sabato 19 gennaio 2019

In questi giorni alcune testate giornalistiche stanno dando molto spazio alle “linee guida per i maschi” dell’American Psychological Association in cui si affonda il modello John Wayne, quello dell’uomo che non deve chiedere mai da cui hanno attinto i nostri nonni. Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Annalisa Bello.

L’uomo deve saper esprimere le proprie emozioni e può concedersi anche le lacrime: ce lo ricordano gli esperti della società psicologica statunitense, che hanno redatto un documento capace di affondare lo stereotipo del maschio duro e restio ai sentimentalismi. Alexander Lowen nel suo libro “Il Narcisismo. L’identità rinnegata” ci ricorda che il narcisista vive superficialmente, privo di emozioni, a caccia di sensazioni. Il celebre scrittore e psicologo addirittura traccia l’identikit fisico del narcisista (sembrano rientrarci anche i “duri da far west”): “testa controllata e sovraccarica di tensioni, occhi che guardano come se non ci vedessero, bocca stereotipata priva di sentimenti, spalle dritte e squadrate, nodo in gola per impedirsi di piangere e petto gonfio per esprimere superiorità”.

Insomma, l’atteggiamento che può essere alla John Wayne per gli psicologi americani è nocivo: si tratta di uno stereotipo che serve a rinnegare le emozioni. Esaltazione di forza, rischio, aggressività e tendenza a sentirsi sempre nel giusto non sono atteggiamenti salutari, secondo gli esperti. La più grande associazione di psicologi degli USA rinnega lo stile Wayne con un articolo pubblicato su una rivista scientifica, perché “educare i ragazzi a non dar voce alle proprie emozioni può essere dannoso a livello fisico e mentale”. Negli USA si è acceso un intenso dibattito su questo documento lanciato dagli psicologi e diventato virale, anche perché secondo alcune statistiche gli uomini commettono più omicidi, si suicidano di più, fanno meno prevenzione psicologica e tendono a isolarsi con l’età rispetto alle donne.

Le linee guida tendono a promuovere un modello positivo con la trasformazione dal “maschio duro” al “maschio adulto”, che esterna le emozioni e non si vergogna di chiedere aiuto quando è in difficoltà: una persona che sappia prendersi cura degli altri responsabilmente e che sappia affrontare i problemi senza fingere che non sia successo nulla. Esternare i propri problemi aiuta sempre.

 

INTERVISTA ALLA PSICOTERAPEUTA, DOTTORESSA ANNALISA BELLO

È crollato il mito del maschio duro che non deve chiedere mai: ora l’American Psychological Association ha pubblicato delle linee guida che affondano l’atteggiamento alla John Wayne. Bisogna esternare le emozioni sempre? Un vero maschio deve saper piangere? 

“Mi capita spesso, nel mio studio, di vedere irrompere nell’accogliente clima di ascolto empatico che si crea con il paziente quella stridente e concisa espressione che, con il rigore di un inviolabile monito, suona il più delle volte come una sorta di mantra: “non devo piangere”, “non posso piangere”, che tradotto starebbe per “non devo mostrarmi debole”. Ebbene sì, il pianto adulto e, in particolare, quello maschile è considerato segno di debolezza tanto che spesso si è spinti a nasconderlo, reprimerlo. Ma, contrariamente a ciò che suggerisce il comun pensare, il pianto ha degli effetti positivi: piangere può aiutare a stare meglio perché crea uno stimolo sociale, crea connessione sociale, solidifica le relazioni con chi condivide con noi un’esperienza e di conseguenza ci fa sentire meno soli e soprattutto non fa distinzioni di genere”.

Fa male crescere gli uomini nel culto “western” dell’uomo duro, aggressivo, con poco spazio per i sentimentalismi?

“Educare i bambini, futuri uomini, a non esprimere le emozioni non può che essere nocivo sia per la salute fisica che psichica. Le emozioni ci parlano dei nostri scopi, di ciò che per noi è importante: non riconoscerle né esprimerle significa ‘autosabotarsi’ con il disastroso effetto che ne consegue sia a livello individuale che relazionale”.

 Un uomo troppo tenero non rischia di dare un’immagine troppo debole e insicura di sé?

Mi piacerebbe pensare di no. Ma occorre tener conto della variabile che interferisce con quella sana normalizzazione dell’emotività e della comunicazione affettiva”.

Perché fa male trattenere le emozioni, negarle, imparare a essere impassibili? Non è positivo mantenere il self-control?

“Mantenere il self-control non significa non esprimere le emozioni, non bisogna porre la questione in termini dicotomici: self-control versus emozionarsi. Le emozioni sono parte ineludibile dell’esistenza, dell’essere umano, del vivere. Non siamo mica dei computer! Ogni emozione ha un suo importante ruolo funzionale. Pensiamo a tutte le volte in cui ci siamo sentiti tristi. Avevamo certo dei nostri validi motivi per esserlo. La tristezza è l’emozione che abita la nostra mente e il nostro corpo quando reagiamo alla perdita di un bene (ad esempio, una persona cara), di qualcosa a cui teniamo molto e questo tocca sia uomini che donne. Risulta, pertanto, improponibile oltre che impossibile, assecondare la doverizzazione per cui ‘non devo provare emozioni’”.

Gli psicologi americani contestano anche l’idea che l’uomo debba fare sempre da solo quando è nei guai. L’idea di non chiedere aiuto. Lei cosa ne pensa?

“Non posso che essere d’accordo. Il fare da sé si pone, a volte, in termini identitari con la credenza, disfunzionale, dell’essere forte e, quindi, non debole. Ma chiedere aiuto, legittimarsi nel bisogno dell’altro, significa essere competente da un punto di vista emotivo. La competenza emotiva costituisce un elemento importante a tutte le età sia per il sesso maschile che femminile. Esprimere, ad esempio, nella primissima infanzia rappresenta la base del dialogo emotivo preverbale, con il crescere invece garantisce il buon andamento degli scambi sociali, permettendo di affrontare le relazioni interpersonali attraverso la regolazione delle proprie emozioni”.

Cambiare il modello rigido dell’uomo alla vecchia maniera è la strada giusta? Cioè insegnare ad aprirsi e a parlare delle proprie emozioni in famiglia va bene? Come bisogna fare con i caratteri più chiusi? 

“Siamo sulla strada giusta, sì! Il risultato sarà quello di essere emotivamente competenti e imparare a conoscere sé e gli altri. Le emozioni modulano e orchestrano le nostre interazioni quotidiane e influenzano i nostri incontri con l’altro. La competenza emotiva permette, ad esempio, al bambino di differenziare i propri stati emotivi da quelli altrui, di parlare di questi stati in maniera scorrevole e iniziare a gestire (che non significa sopprimere) le proprie emozioni a seconda dell’obiettivo che si vuole raggiungere. È giusto, oltre che sano, far capire anche ai nostri figli, prima che a noi stessi, che le emozioni negative esistono, che è normale provarle e che possiamo trovare una soluzione per migliorare il nostro stato d’animo”.

Cosa può succedere quando un’emozione viene repressa per fare i duri? 

“Premettendo che essere competente da un punto di vista emotivo significa anche saper modulare l’espressione emotiva. Regolare il proprio stato emotivo a seconda del contesto e degli obiettivi che si vogliono raggiungere è un’abilità importante oltre che preziosa di adattamento al contesto. Ritornando alla domanda, posso sicuramente affermare che sopprimere le proprie emozioni diviene problematico oltre che dannoso quando diviene una modalità di funzionamento psichico su cui il soggetto non interviene più attivamente, un meccanismo che si compie in maniera automatica e obbligata, a prescindere da moventi esterni. Gli effetti nocivi si ripercuotono su un piano fisico, psichico e relazionale”.

John Wayne sarebbe mai andato allo psicologo? Consiglia ai seguaci del mito americano di farlo?

“Riguardo a John Wayne avrei accettato volentieri la ‘sfida’ di ‘normalizzarlo’, rendendogli accettabile, la possibilità di esprimersi da un punto di vista emotivo. Rivolgersi a uno specialista è una scelta matura e coraggiosa: tocca mettersi a nudo, raccontarsi e darsi la possibilità di aprirsi al cambiamento sperato, che spesso, trincerati nelle impenetrabili mura dei pregiudizi e degli stereotipi di matrice culturale, sembra impossibile oltre che irraggiungibile tanto che, nel peggiore dei casi, l’individuo può iniziare a credere di non avere soluzione alcuna se non quella di ricorrere a gesti estremi: i tragici eventi di cronaca di questi ultimi giorni potrebbero esserne la prova”.



 

 

Altri articoli di "Salute Sette"
Salute Sette
25/04/2019
Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della ...
Salute Sette
24/04/2019
Parte dalla Puglia un nuovo progetto per chi soffre di Fibromialgia: gruppi di aiuto, ...
Salute Sette
23/04/2019
Fave, piselli, derivati e alcuni medicinali sono tossici ...
Salute Sette
22/04/2019
Mangiare abbondantemente è tipico di questi periodi di festa, ma, se la Pasqua ci ...
Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità confermano quello che già sapevamo, ma ...
clicca qui