Protesi al seno, si rischia il cancro? Il senologo: "Sono sicure: casi rari di neoplasia"

lunedì 22 ottobre 2018

Il parere del senologo Luigi Manca sulle protesi al seno.

È possibile, secondo alcuni ricercatori, che determinati tipi di protesi al seno possano scatenare una neoplasia del sangue molto rara, che però è facilmente guaribile quando è scoperta in tempo. Si tratta del BIA-ALCL, da Breast Implant-Associated Anaplastic Large Cell Lymphoma: quando è ancora confinato intorno al seno, si risolve facilmente eliminando la protesi. La correlazione agli impianti non è dimostrata, ma il principio di precauzione da attuare in medicina spinge tutti a stare in guardia. Sembra che le nuove protesi, che riducono il rischio rigetto, siano più rischiose: tanto che si pensa di tornare alle “protesi lisce”. È probabile che uno stato infiammatorio cronico possa sviluppare il linfoma anaplastico a larghe cellule: l’ipotesi è che l’impianto favorisca la degenerazione dei linfociti T che si trovano in prossimità della protesi. Tra l’altro si tratterebbe di una controindicazione molto rara. È necessario, dunque, frenare gli allarmismi: per questo oggi abbiamo intervistato chi si occupa ogni giorno di tumori e protesi al seno. Il Ministero della Salute ha già spiegato che i casi di neoplasia che ipoteticamente potrebbero essere collegati all’impianto sono bassi e i numeri sono incerti. “Di oltre 10 milioni di protesi al seno impiantate, il numero di casi resta estremamente basso” - spiegano gli esperti ministeriali. I sintomi di questo male sono il gonfiore o aumento di volume della mammella: la diagnosi si fa con l’ago aspirato. Se si riscontra questa forma rara di neoplasia, si interviene asportando la protesi: quando però il linfoma si diffonde oltre la capsula e invade i linfonodi o altre sedi, è necessaria la chemioterapia. Sembra che le protesi rugose, che sono state lanciate sul mercato proprio per la loro capacità di superare il rischio del rigetto, possano determinare questo tipo di neoplasia. Ma è chiaro che qui siamo nel campo delle ipotesi: qualsiasi intervento può dare dei problemi. Bisogna verificare quanto sono frequenti e se veramente esiste un collegamento chiaro tra questa forma di linfoma e la protesi mammaria. Gli esperti invitano a non allarmarsi. È chiaro, però, che il paziente dev’essere informato anche se esiste un rischio remoto.

L’INVITO ALLA PRUDENZA DEL SENOLOGO LUIGI MANCA

Per avere delle informazioni più dettagliate sulla questione ci siamo rivolti a al Dottor Luigi Manca, Responsabile Breast Unit Città di Lecce Hospital, il quale si è avvalso della collaborazione del proprio Chirurgo Plastico Dott. Luigi Ragusa. Per capirne di più vi proponiamo questa breve intervista:

Dottore, le protesi per il seno attualmente in commercio in Italia sono sicure? Che tipo di problemi possono dare?

“Gli impianti protesici mammari sono dei dispositivi di classe III ed appartengono, pertanto, ad una categoria di dispositivi medici per la quale è prevista una particolare attenzione nella progettazione, qualità e produzione prima del rilascio della certificazione CE. Le protesi che sono in commercio in Italia e nel mondo sono sottoposte a controlli di qualità seriati prima dell’immissione sul mercato e sono, dunque, dei dispositivi sicuri. Esse sono comparabili ad ogni altro tipo di protesi e, pertanto, si possono verificare delle problematiche legate alla reazione che il nostro corpo può sviluppare intorno all’impianto definita contrattura capsulare, accanto a complicanze più generiche legate all’infezione, alla raccolta di fluidi ematici o sierosi attorno alla protesi stessa”.

E’ una fake news quella che emerge dal London Breast Meeting?

“Il linfoma anaplastico a grandi cellule correlato ad impianti protesici mammari (BIA-ALCL) è un argomento di cui i maggiori esperti di impianti protesici discutono ormai da anni. Le prime descrizioni di questa patologia risalgono agli anni 90 e nel 2016 un board di esperti ha prodotto un Consensus, cercando di definirne causa, patogenesi, diagnosi e trattamento alla luce delle attuali evidenze scientifiche. Il BIA-ALCL è una rara forma di linfoma non-Hodgkin che si può sviluppare localmente nella sede di impianto della protesi mammaria. Voglio precisare che si tratta di una neoplasia dei linfociti T del sistema immunitario (le cellule bianche del sangue) e non è un tumore della mammella. Attualmente sono stati registrati nel mondo 612 casi su oltre 10 milioni di protesi impiantate per motivi estetici o ricostruttivi. La maggior parte delle pazienti ha un’ottima prognosi con la sola rimozione della protesi e del tessuto cicatriziale che la circonda e solo alcune di esse hanno dovuto intraprendere un ulteriore trattamento chemioterapico. Resta, tuttavia, doveroso informare la paziente di questa, seppur rara, evenienza al momento della raccolta del consenso informato all’intervento chirurgico, approccio che come Breast Unit di Città di Lecce Hospital adottiamo comunemente.

Oggigiorno stando alla letteratura scientifica internazionale non c’è nessun allarmismo, il numero di casi di linfoma anaplastico a grandi cellule resta estremamente basso. Maggiori sforzi devono essere fatti per diagnosticare e segnalare i casi a centri di riferimento nazionali per aver una reale stima dell’incidenza del BIA-ALCL.

Donne portatrici di protesi che presentano un rigonfiamento sieroso (sieroma) con insorgenza tardiva almeno dopo 6 mesi dall’intervento, in assenza di traumi e di infezioni, in base alle disposizioni del ministero, guidate dal proprio chirurgo devono seguire uno specifico iter diagnostico con agoaspirato sotto controllo ecografico per esame citologico”.

Qual è il materiale più sicuro per rifarsi il seno?

Nella chirurgia ricostruttiva della mammella il “materiale” ricostruttivo più sicuro è il tessuto autologo cioè un tessuto proveniente dalla paziente stessa. Questo comporta la mobilizzazione di lembi locali o a distanza cioè di unità di cute-sottocute e talvolta muscoli dal dorso o dall’addome che vengono trasferiti sul torace per ricostruire una salienza mammaria che simuli la ghiandola asportata. Questo approccio comporta interventi complessi, lunghi con cicatrici aggiuntive e complicanze legate al sito donatore dei lembi. Pertanto la ricostruzione autologa rimane una tecnica solo per pazienti selezionate, in presenza di esiti da radioterapia o nei casi in cui la ricostruzione con protesi è fallita.

Le protesi in gel di silicone oggigiorno usate sia nella ricostruzione mammaria sia in chirurgia estetica della mammella rimangono, con i loro limiti, la prima scelta”.

 

Gaetano Gorgoni

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