Aborto, si riaccende il dibattito sulla legge 194: ecco i numeri e come funziona

mercoledì 10 ottobre 2018

Tutto quello che è necessario sapere sull’aborto e sulla legge 194: dal consultorio alla pillola abortiva, fino all’operazione chirurgica.

L’iniziativa antiabortista del Comune di Verona torna a far discutere l’Italia di una conquista dei movimenti per i diritti delle donne avvenuta attraverso il referendum del 1978, che sembrava non potesse più essere messa in discussione. Fino al 1975 abortire era un reato: gli aborti clandestini pullulavano, spesso con gravi conseguenze per la salute delle donne. La mozione antiaborto della città veneta (che implica il finanziamento di associazioni anti-abortiste) ha rispolverato una vecchia battaglia di matrice cattolica. La legge 194 del 1978 viene considerata dalla maggior parte dei giuristi e dei medici una grande conquista di civiltà per l’Italia: si tratta di norme che depenalizzano l’interruzione di gravidanza volontaria e disciplinano le modalità per bloccare una gravidanza indesiderata o pericolosa per la salute della madre. La legge, che è stata riconfermata dagli italiani con un referendum del 1981, dà un ruolo centrale ai consultori familiari, che hanno il compito di informare la donna incinta sui suoi diritti e sulle possibilità che possano contribuire a far superare le cause che spingono all’interruzione di gravidanza.

Insomma, senza alcuna forzatura, si dovrebbe consentire alla donna di fare una scelta consapevole. L’interruzione volontaria di gravidanza è concessa alla donna nei primi 90 giorni di gravidanza, quando ricorrono “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”, come recita la legge all’articolo 4.

Il padre del concepito non ha alcun diritto di scelta: è nelle mani della madre la decisione. In alcuni casi l’interruzione di gravidanza è prevista anche dopo i 90 giorni quando vi sia un grave pericolo per la salute della donna o nel caso di malformazioni gravi del nascituro o patologie che determinino un grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna.

La paziente che abortisce ha diritto che le sue generalità restino anonime.

Il medico deve informare sulla “regolazione delle nascite” la donna che si rivolge a lui per l’aborto. La legge prevede la figura del medico obiettore di coscienza (sono la maggioranza): tuttavia non ci si può sottrarre da un’interruzione di gravidanza nei casi in cui sia indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo (secondo l’articolo 9 della legge 194). Le donne che vogliono portare a termine la gravidanza senza prendersi in carico il figlio hanno il diritto di lasciarlo in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonime.


GLI ULTIMI DATI DEL MINISTERO SULL’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: CONTINUA A DIMINUIRE


I Dati del Ministero della Salute ci dicono che le interruzioni di gravidanza sono diminuite: una curva in discesa da quel lontano 1978 che ha tutta una serie di motivazioni, prima tra tutte quella della cultura del “sesso consapevole e protetto”. “Prosegue l’andamento in diminuzione del fenomeno, anche se in entità minore rispetto al 2014 e, in particolare, 2015 – spiegano i tecnici del Ministero - Nel 2016 il numero di aborti riferito dalle regioni è stato pari a 84?926, con una diminuzione del 3.1% rispetto al 2015, anno in cui la riduzione delle IVG rispetto all’anno precedente è stata sensibilmente maggiore (-9.3%). Per il terzo anno di seguito il numero totale delle interruzioni volontarie di gravidanza è stato inferiore a 100?000, più che dimezzato rispetto ai 234?801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Considerando solamente le IVG effettuate da cittadine italiane, per la prima volta il valore scende al di sotto di 60?000: la riduzione dal 1982 ha subìto un decremento percentuale del 74.7%, passando da 234 ?801 a 59?423 nel 2016.

Tutti gli indicatori confermano il trend in diminuzione: il tasso di abortività (numero di IVG per 1000 donne tra 15 e 49 anni), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza del ricorso all’IVG, è stato 6.5 per 1000 nel 2016, rispetto a 6.6 nel 2015, con una riduzione dell’1.7%. Il dato italiano rimane tra i valori più bassi a livello internazionale (v. par.1.2). Il rapporto di abortività (numero delle IVG per 1000 nati vivi) nel 2016 è risultato pari a 182.4, con un decremento pari a 1.4% rispetto al 2015, anno in cui questo valore è stato pari a 185.1.

E’ da considerare che in questi due anni i nati della popolazione presente sul territorio nazionale sono diminuiti di 7.910 unità”. Sempre secondo i dati ministeriali, le donne sopra ai 35 anni che ricorrono all’aborto aumentano, invece diminuiscono quelle nelle prime fasce d’età. La più alta percentuale di abortività è nella fascia d’età che va dai 24 ai 35 anni. Anche tra le minorenni fortunatamente cala il numero degli aborti. Un terzo delle interruzioni di gravidanza totali in Italia sono a carico delle donne straniere. Anche i tempi per realizzare un aborto si sono ridotti. Inoltre, sembra che gli obiettori non siano un problema perché il numero di medici che praticano l’aborto è sufficiente. Secondo alcune associazioni abortiste, invece, in Italia i numeri sull’aborto scendono solo perché ci sono pochi medici disponibili, si perde troppo tempo, e non esiste un dato vero su quelli clandestini. Inoltre, siamo il Paese con il più basso ricorso alla pillola abortiva.


LA PILLOLA ABORTIVA RU486


La pillola abortiva si può assumere entro 49 giorni (in alcuni Paesi 63 giorni) di gravidanza e dà luogo all’interruzione di tipo farmacologico. Si ottiene questo risultato con un medicinale introdotto in Italia solo nel 2009, dopo una lunga battaglia dei radicali. Rispetto al metodo tradizionale, come l’aborto per aspirazione, questo tipo di terapia consente di evitare l’intervento chirurgico e non è necessario il ricovero, se non in casi particolari. Ancora, secondo la legge, è necessario il regime di ricovero ordinario, anche se in alcune Regioni si è fatto un passo in avanti con il day hospital. Il principio utilizzato per questo tipo di aborto è il mifepristone, uno steroide sintetico per consente l’aborto chimico nei primi due mesi di gravidanza. La pillola è vietata in Lituania, Malta, Irlanda e Polonia: in tutti gli altri Paesi europei è utilizzata. Con un’ecografia si accerta che la gravidanza sia interna all’utero e inferiore alla settima settimana, quindi si somministra una delle pillole di mifepristone da 200 mg. Se entro due giorni non si è verificata l’espulsione del “materiale gravidico”, si interviene con la prostaglandina per ottenerla in poco tempo. Dopo 10 giorni si torna in ospedale per la verifica ecografica che serve a stabilire che tutto sia andato bene. La procedura può fallire in circa l’uno per cento dei casi: nel cinque per cento degli interventi è necessario l’intervento chirurgico per bloccare eventuali emorragie che potrebbero verificarsi.



PILLOLA DEL GIORNO DOPO (DA NON CONFONDERE CON QUELLA ABORTIVA)


Cominciamo con un chiarimento fondamentale: la pillola abortiva e quella del giorno dopo sono due cose completamente diverse. L’obiettivo è lo stesso, ma tutto il resto cambia. Innanzitutto, la pillola del giorno dopo si prende anche se non si è sicure di essere rimaste incinte. Questo tipo di pillola agisce solo nell’arco di poche ore dal ricevimento del seme maschile, magari dovuto alla rottura di un preservativo. Dunque il mifepristone non va confuso con la pillola che si prende nei casi di emergenza con una semplice prescrizione del ginecologo. Infatti la pillola del giorno dopo, oltre a dover essere somministrata entro 72 ore (3 giorni) dal rapporto sessuale, agisce semplicemente bloccando l’ovulazione, senza avere effetti sull'impianto di un eventuale embrione: per cui non è in alcun modo in grado di indurre un aborto!

 

ABORTO CHIRURGICO (ASPIRAZIONE)


L’aborto chirurgico si può eseguire soltanto in una struttura ospedaliera pubblica o privata. In genere dura solo 15 minuti e alla donna è consentito rientrare a casa già in giornata, dopo qualche ora di osservazione. L’intervento consente di dilatare il collo dell’utero con alcuni farmaci aspirandone il contenuto con l’aiuto di una sonda. Anche se si tratta di un’operazione facile è necessario essere delicati e procedere con un’anestesia locale o generale. Bisogna evitare infezioni e perforazione uterina, anche se sono complicanze che accadono molto raramente. Questo intervento può essere eseguito entro i tre mesi di gravidanza: dopo diventa un reato, a meno che non ci sia un grave pericolo per la salute della donna, come abbiamo spiegato in precedenza. La questione dei tempi d’attesa è un problema di non facile soluzione: chi vuole usufruire di questo servizio nel più breve tempo possibile deve prenotare con largo anticipo, oppure è costretta rivolgersi a una struttura privata. Il consultorio è la prima tappa, quando si deve decidere di abortire: viene offerto un supporto psicologico e vengono fatti tutti gli esami gratuiti per capire a che punto è la gravidanza. Nella stessa struttura Asl, dopo una serie e di colloqui che servono a informare e a verificare la volontà e lo stato di salute della donna, il ginecologo rilascia la certificazione per abortire indirizzando la paziente nella struttura ospedaliera dedicata. Tutte queste operazioni sono a carico del Sistema Sanitario Nazionale. Una volta ottenuto il certificato la donna può decidere di operarsi in una struttura convenzionata o in un ospedale pubblico procedendo alla prenotazione e quindi ai nuovi esami che si faranno nella struttura e all’intervento finale.


I TEMI ETICI


Una scelta come l’aborto comporta un grande sofferenza interiore, ma anche decidere di tenere un figlio in determinate condizioni precarie (fisiche o psicologiche) comporta responsabilità immense economiche e morali, di cui non è facile farsi carico in un Paese ostile verso i giovani e le famiglie (perché gli aiuti, il lavoro e i servizi spesso ci sono solo sulla carta). E’ necessario, quindi, rispettare la scelta delle donne, sostenendole e facendo il possibile per aiutarle a portare a termine la gravidanza, ma anche rispettare la loro libertà quando (secondo la paziente) non è possibile avere un figlio, in un determinato momento della vita: è questo lo spirito della legge 194. Sui temi etici eviteremo di avventurarci in questa rubrica, ma è chiaro che bisogna attenersi alle leggi prodotte da un Paese laico come il nostro. Secondo la corrente cattolica, embrione e feto sono vite umane. Alcuni studiosi, invece, ricordano che il feto sente suono, dolore e sapori dopo la ventesima settimana di gravidanza. La ratio della legge è quella della difesa della salute e libertà della donna: da qui si parte per qualsiasi altra considerazione.

Gaetano Gorgoni


 

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