Anedonia, il disturbo dell’assenza di piacere che ha ucciso il figlio di Lory Del Santo

sabato 6 ottobre 2018

 

Come si previene e si guarisce dall’anedonia? Come possono reagire i familiari? Perché Lory Del Santo ha reagito al suicidio di suo figlio in quel modo molto criticato? Oggi proviamo a rispondere a domande molto difficili con un’esperta, la psicologa e psicoterapeuta Annalisa Bello.

Non è una vera e propria malattia, ma un disturbo che si sviluppa durante la depressione o a causa di alcune patologie mentali. Il suicidio è un epilogo ricorrente nei soggetti che soffrono di questo problema. Anedonia è una parola che deriva dal greco: la parola piacere (hedone) è preceduta da un prefisso (an), quindi “assenza di piacere”. Chi soffre di questo disturbo è infelice perché non riesce a sentire più niente. Dormire, nutrirsi, le esperienze sessuali e altro non danno nessun piacere, interesse e soddisfazione a chi è affetto da anedonia. Però l’assenza di piacere non rappresenta la malattia, ma il sintomo: si arriva a questo punto in seguito ad alcune malattie mentali, come la schizofrenia, depressione, malattia di Parkinson e altri disturbi mentali. 

LE DICHIARAZIONI SHOCK DI LORY DEL SANTO: “LOREN ERA MALATO DI ANEDONIA”

Lory Del Santo è una nota donna dello spettacolo, famosa anche per due tragedie che hanno stravolto la sua vita: la morte di due figli. Nel ‘91 il figlio che la show girl aveva avuto con Eric Clapton cadde a soli 5 anni dal 53esimo piano di un grattacielo di New York. Dopo 27 anni, l’altra tragedia: la morte del figlio Loren, un 19enne che probabilmente soffriva di depressione. Le patologie che portano al suicidio, soprattutto in soggetti così giovani, sono come collassi cerebrali: delle malattie spesso invisibili che spengono ogni speranza. Oggi partiamo da questo caso per capire in cosa consiste il disturbo di cui parliamo e come possono venire fuori i genitori e familiari che vengono travolti da queste tragedie. Nei casi di depressione, ad esempio, i sintomi principali sono la deflessione dell’umore e l’anedonia. Un profondo senso di tristezza unito alla mancanza di piacere diventa fatale. “Ogni normale funzione della vita contiene una qualche gioia”: questa è la conclusione a cui giunge lo storico Will Durant, citato nel famoso saggio dello psicologo W.W. Dyer (“Le vostre zone erronee”) a proposito della ricerca della felicità. Ma il disturbo dall’anedonia rende impossibile godere di qualsiasi piccolo piacere che la quotidianità può dare: è un tragico e sconfortante senso di vuoto. In questa condizione nulla ha più importanza e i comportamenti autolesionistici sono probabili sempre. 

CURARE L’ANEDONIA 

È difficile curare un disturbo simile, perché bisogna innanzitutto intervenire sulla malattia sottostante, capendo se si tratta di un disturbo bipolare, depressione o altro. I farmaci non danno sempre risposte positive. Secondo alcuni esperti, come il dottor Giancarlo Cerveri, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria ASST di Lodi, intervistato di recente sul Corriere della Sera, “a volte non bastano nemmeno i farmaci a prevenire il rischio suicidario”. La comunità scientifica non ha una visione univoca sul legame tra anedonia e schizofrenia: alcuni considerano l'anedonia come sintomo della  schizofrenia, altri reputano la mancanza di piacere e interesse come un tratto che predispone il soggetto alla manifestazione della psicosi schizofrenica. Nella depressione questo disturbo gioca un ruolo importante. Le uniche cure possibili sono le sedute psichiatriche e psicoterapeutiche, il dialogo e, quando necessario, il supporto farmacologico. Lo specialista deve innanzitutto sforzarsi di fare una diagnosi precisa e puntuale. La migliore cura è captare i primi segnali di una malattia mentale sin dai tempi della scuola e intervenire subito. 

INTERVISTA ALLA DOTTORESSA ANNALISA BELLO, PSICOLOGICA E PSICOTERAPEUTA 

Il dramma che ha travolto Lory del Santo ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica un disturbo psichiatrico grave: l’anedonia, che ha stroncato il figlio di Lory del Santo. Si tratta comunque di un problema ricorrente nella depressione? 

“Complicato sbilanciarsi in tal senso e, ancor più esprimersi definendo un nesso causale. L’anedonia è comunemente intesa come l’incapacità di provare piacere e di desidera gratificazione e rientra nell’espressione sintomatologica di molti disturbi di interesse psichiatrico dalla depressione alla schizofrenia passando per i disturbi da uso di sostanze e altro ancora. Data la sua trasversalità sindromica è di difficile interpretazione, da un punto di vista nosografico. In virtù di questo, infatti, è importante oltre che necessario considerarla come un sintomo e non come una condizione primaria e va trattata in rapporto al disturbo di base diagnosticato piuttosto che come una malattia a sé stante”.

Come può un individuo così giovane smettere di provare piacere? È un problema genetico, ambientale o tutt’e due le cose? 

“Ad oggi, non sono del tutto chiari i meccanismi eziopatogenetici alla base dell’insorgenza dell’anedonia. Attestato dei circuiti dopaminergici, sembrerebbero esserci molteplici fattori causali (genetici, ambientali, culturali, sociali), i quali, interagendo tra loro, contribuirebbero alla sua manifestazione clinica dell’anedonia”.

In quali casi la depressione può portare al suicidio? 

“Consideriamo che il tema della ‘perdita’ nella depressione riveste un ruolo centrale e proviamo ad immaginare che ad esso si aggiungano sentimenti di disperazione e inaiutabilità tanto da credere di non avere vie d’uscita e pensare che la vita sia, e continui ad essere, irreversibilmente tediata e sovraffatta da un dolore emotivo intollerabile così forte da non nutrire più speranza nei confronti di se stessi, del mondo e del futuro e da pensare al suicidio come l’unica ‘via d’uscita’, l’unica strategia per far fronte il proprio dolore. Le idee suicidarie sono intrinsecamente legate alla psicopatologia depressiva e risentono della gravità del disturbo. Sono stati identificati alcuni fattori predisponenti al suicidio quali la non appartenenza senza speranza di cambiamento, la convinzione di essere un peso per gli altri e lo scarso timore del dolore e della morte.? A questi si aggiungono diversi fattori di rischio di suicidio che vanno da quelli di natura biopsicosociali (esempio: disturbi psichiatrici o medici) a quelli ambientali (esempio: situazioni socioculturali, solitudine e mancanza di supporto sociale) unitamente ad altri fattori fattori precipitanti come, ad esempio, la perdita di una persona cara, licenziamento che aumentano la probabilità che una persona depressa possa pensare al suicidio. Tuttavia, il desiderio di morire non è sufficiente a produrre un tentativo suicidario che va valutato tenendo conto della presenza di altri elementi quali, ad esempio, le esperienze che hanno sensibilizzato la persona a diminuire la paura dei comportamenti suicidari come ad esempio pregressi episodi di autolesionismo”.

Come si cura un potenziale suicida e come si cura l’anedonia? 

“Come suggerisce il professore ?Francesco Mancini?, (Neuropsichiatra Infantile, Direttore delle Scuola di specializzazione in psicoterapia APC-SPC, docente all’Università degli Studi Guglielmo Marconi) è indispensabile un approccio al paziente suicidario centrato sulla regolazione degli stati mentali antecedenti al suicidio, assemblando protocolli psicoterapeutici in grado di modificare stabilmente gli stati mentali prossimi l’ideazione suicidaria. Parallelamente, a mio parere, rivestono particolare importanza interventi mirati al contesto di vita della persona attraverso il potenziamento della rete sociale per migliorare il senso di appartenenza alla comunità unitamente ad interventi familiari”. 

C’è un modo per curare una madre o i parenti del suicida? Come si elabora un lutto simile e come si tengono lontani i sensi di colpa? 

“L’elaborazione del lutto richiede tempo: è un processo che si esplica in diversi momenti che, a partire dal rifiuto della perdita, giunge passando per altri momenti ad accettare il lutto e le differenti condizioni di vita che ne conseguono.?Tendenzialmente l’essere umano ha la capacità di superare il lutto, è ‘naturalmente predisposto’ all’accettazione della morte. Esso diventa patologico se è presente una difficoltà ad accettare la sua ineluttabilità. Accettazione che passa, come riportano Mancini e Perdighe (2012), attraverso, il disinvestimento e l’abbandono degli scopi che sono stati compromessi e lo sviluppo di nuovi comportamenti direzionati al raggiungimento degli scopi ancora perseguibili”. 

Cosa ne pensa dell’atteggiamento che ha avuto Lory del Santo? Ha parlato apertamente della malattia che ha ucciso suo figlio e poi ha continuato a lavorare. È stata molto criticata. È terapeutico continuare a fare ciò che si faceva prima della tragedia? 

“E’ sicuramente una reazione che ha diviso l’opinione pubblica. Se pensiamo, nell’immaginario collettivo la reazione che più socialmente si confà alla perdita di una persona cara è quella del ritiro sociale bloccato nella sofferenza atroce del lutto. Io credo che ognuno di noi abbia i suoi validi motivi per agire in un modo piuttosto che in un altro. Riguardo al lutto, credo ancor più che ognuno abbisogna dei suoi tempi e lo elabora in maniera del tutto intima e personale. Una reazione come quella della soubrette è sicuramente passibile di diverse interpretazioni. Vivere il lutto per la perdita di un figlio significa sicuramente prendere atto di un fatto che non si può far altro che accettare. Può essere, quindi, quello della Del Santo un modo di distanziarsi dalla sofferenza e dal dolore e dallo shock di una perdita improvvisa?”. 

Le scuole e le famiglie oggi hanno il supporto per affrontare questi disturbi? Secondo lei, sono sufficienti i servizi che mette a disposizione l’Asl per prevenire queste tragedie, le psicosi, i disturbi bipolari e la depressione nella fase adolescenziale?

“Quello che, a mio parere, occorre è innanzitutto psicoeducare le persona rispetto a tematiche di questo tipo. Risulta importante divulgare e far giungere la corretta informazione circa problematiche psicologiche e/o psichiatriche purtroppo ancora alla mercè di teorie ingenue e falsi miti. Conoscere significa riconoscere l’importanza di agire e avere la possibilità di farlo, chiedendo aiuto a chi di competenza sia nel pubblico che nel privato, dove vi sono servizi come quello di Psicoterapia Solidale offerto dal Centro Clinico di Lecce, dove si offre una risposta di qualità a costi contenuti a problematiche di interesse psicologico”. 

Gaetano Gorgoni 
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