Stress, nemico dell’organismo: in un convegno gli aspetti psicologici e neuro-scientifici

venerdì 15 giugno 2018

In un convegno a Cavallino, gli aspetti psicologici e neuro scientifici del problema.

Mancanza di fiato, mal di testa, disturbi sessuali, stanchezza cronica, danni al sistema immunitario, infiammazioni croniche, inappetenza, nervosismo, apatia, mancanza di concentrazione, ansia, attacchi di panico e tanti altri problemi possono essere i sintomi dello stress. La Sindrome Generale di Adattamento (SGA), come l’ha definita Hans Selye nel 1936, altera il nostro equilibrio psicofisico. Umore e organi interni sono a rischio. Premere troppo sull’acceleratore del nostro organismo fa male. Lo stress è una risposta psicofisica a compiti anche diversi tra loro, di natura emotiva, cognitiva o sociale, che l’individuo percepisce come eccessivi. Alcuni studiosi distinguono tra stress buono e stress cattivo: nel primo caso si tratta di una durata molto più breve del periodo stressante che favorisce una maggiore vitalità dell’organismo. Si può essere stressati anche dai pensieri e dalle preoccupazioni: ansie che mettono in agitazione e in tensione tutto il nostro corpo. Quando siamo di fronte a un pericolo, l’organismo ha una reazione di allarme che ha la funzione di preparare il soggetto ad una rapida azione di difesa o di offesa, che è sempre servita, sin dai tempi antichi, a garantire la sopravvivenza dell’uomo. Cannon (1929) studiò e descrisse quella che è nota con il nome di “flight or fight reaction”: uno stato di sovraeccitazione innescato dall’attivazione del sistema nervoso autonomo in seguito alla rilevazione di un pericolo nell’ambiente esterno.

Si tratta di un sistema di allarme comune a uomini e animali, che garantisce al soggetto di attivare una serie di risorse che possono risultare vitali in situazioni di pericolo. Lo scienziato Selye capì che la prima risposta a un evento stressante (stressor) è una reazione di allarme: questa situazione, se protratta nel tempo, crea seri rischi all’organismo e al cervello. La qualità della vita di uno stressato cronico si abbassa pesantemente aprendo la strada a pensieri ossessivo- compulsivi e a guai fisici. A questo punto si aprono le porte a malattie di adattamento: diabete, disturbo d’ansia e altro. Lo stressato cronico, in genere, può rifugiarsi nelle droghe, alcol e nicotina, abbassando ulteriormente la qualità della sua vita.

COME IL CORPO UMANO REAGISCE A UNO STRESS PROLUNGATO: LA LEZIONE DEL NEUROCHIRURGO CAGGIA

“L’ipotalamo, piccola struttura che ha una funzione importante di mantenimento delle condizioni di base del nostro organismo può innestare la reazione da stress - spiega Giovanni Caggia, Neurochirurgo responsabile del Centro Calabrese - È una specie di stazione di controllo: un piccolo organo che si trova all’interno del cervello e mantiene l’omeostasi, cioè un equilibrio nel corpo secernendo tutta una serie di sostanze che vanno a controllare senso di sazietà, temperatura, apprendimento. Una stazione fondamentale del nostro organismo che con lo stress prolungato causa la liberazione di alcuni ormoni come il cortisolo, che in situazioni normali ci ‘difende’ dall’insulto interno o esterno, ma in questo caso provoca una serie di problemi che un tempo si chiamavano ‘malattie psicosomatiche’ (ansia, depressione, ipertensione, diabete e indebolimento delle difese immunitarie). Tutti aspetti che lo stress cronico provoca. Lo stress può essere una reazione essenziale del nostro organismo di fronte a stimoli esterni (come l’aumento della temperatura) o stimoli interni: diventa patologico quando la situazione si protrae per troppo tempo alterando vari organi”. Per la cura dello stress cronico è meglio provare prima la psicoterapia e le tecniche di rilassamento - consapevolezza, prima di arrivare ai farmaci, “di cui spesso si abusa”, secondo il neurochirurgo Caggia. Nei casi più resistenti bisogna ricorrere ad antidepressivi e altri farmaci scelti, volta per volta, dal medico.

LA MEDITAZIONE PER COMBATTERE LO STRESS

Nel convegno presso il Poliambulatorio di Maria Luisa e Ruggiero Calabrese ha preso il via la due giorni dedicata agli “aspetti psicologici e neuroscientifici della meditazione minfulness ”. Il convegno intitolato “Mindfullness e Neuroscienze”, partendo dal problema dello stress molto ricorrente nella “società altamente competitiva” in cui viviamo, ha evidenziato attraverso una serie di interventi la necessità di un intervento psicologico, che aiuti chi è affetto da stress cronico a ritrovare una propria serenità interiore. Jon Kabat Zinn ha promosso la pratica minfulness come una consapevolezza intenzionale: essere presenti a se stessi, momento per momento, attimo per attimo, senza sprofondare in pensieri nevrotici oppure ossessivo-compulsivi. Si tratta di una tecnica che si ispira alla traduzione della meditazione buddhista di tradizione theravada (di oltre 2500 anni fa). Neuroscienziati del calibro di R. Advisor e F. Varela hanno dimostrato come la minfulness abbia la capacità di promuovere le funzioni integrative della corteccia prefrontale, che sono implicate in processi di regolazione corporea, di sintonia interpersonale, di stabilità emotiva, di flessibilità, di risposta e di conoscenza di sé. “La psicoterapia cognitiva utilizza anche le tecniche minfulness contro depressione, attacchi di panico, disturbi dell’alimentazione e dipendenze. Prima di arrivare alle terapie farmacologiche lo stress può essere combattuto eliminando lo stimolo cerebrale alla rigidità e i pensieri nevrotici che stressano l’intero organismo” - ha concluso la psicoterapeuta, presidente di PSY, Silvia Perrone.

G.G. 

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