Rapporto genitori-figli, come evitare di crescere un figlio "mammone"

mercoledì 13 giugno 2018

Genitorialità sempre più fragile. L'incontro con la psicologa della Asl Valentina Tramis.

"Nella scuola, se prima il maestro e il professore rappresentavano per i bambini e per i ragazzi gli equivalenti genitoriali, oggi lo sono più per i genitori che per i loro figli, per cui la nota o il richiamo al figlio, invece di mantenere un significato educativo ed essere pretesto per comprendere quanto accaduto, diventa per i genitori una macchia narcisistica intollerabile".

La genitorialità, termine entrato in uso nel campo psicologico per indicare le interiorizzazioni che accompagnano la funzione biologica dell'essere genitori, è una fase complessa che incorpora la nostra idea di come il genitore dev'essere, ma anche gli aspetti di coppia (le modalità di relazione che i partner condividono nell'assolvere a questo compito). La nascita di un figlio cambia la vita, ma nelle famiglie problematiche può cambiarla in peggio: ecco perché esistono tutta una serie di esperti che si occupano di "sostegno alla genitorialità". Essere genitori è uno degli eventi più felici della vita, ma bisogna saper costruire un buon rapporto col proprio figlio, sano e positivo, per evitare di farlo diventare una persona disturbata, un delinquente, un tossico o un disadattato. Oggi abbiamo incontrato la dottoressa Valentina Tramis, psicologa e psicoterapeuta presso il CSCTI – Centro Specialistico per la Cura del Trauma Interpersonale “Anemone” della Asl di Lecce. Il CSCTI è un Centro che ha sede a Lecce in via Miglietta 5, creato e diretto dalla dottoressa Rosa Fatano, psicologa psicoterapeuta, che insieme ad un'équipe multidisciplinare (composta da psicologi psicoterapeuti, assistente sociale e avvocato) dal 2003 si occupa della presa in carico di adulti e minori autori e vittime di maltrattamento, abuso e violenza.

Dottoressa, è vero che i figli spesso portano o rappresentano il malessere di un nucleo familiare?

"Più che 'portare', direi che i figli possono esprimere, attraverso il loro malessere, le difficoltà del nucleo familiare, sia che facciano primariamente capo alla storia dei singoli, sia che facciano capo alla coppia. I traumi non elaborati degli adulti si trasmettono per via generazionale attraverso canali 'non pensati', realizzando l'equivoco per cui ciò che non è detto diviene 'non dicibile', qualcosa di cui non si parla, pur, evidentemente, esistendo".

Con i figli non si può fingere perché il malessere viene sentito ugualmente? Il bambino si accorge comunque di tutte le tensioni che attanagliano i genitori?

"Il mondo dei bambini è primariamente costituito dalle figure di riferimento, in un progressivo ampliamento che vede via via l'introduzione di figure nuove, sempre più esterne. Per il neonato il mondo è il seno materno, poi diviene la madre, poi anche il padre, in un progressivo introdursi di figure significative: i nonni, le maestre, altri adulti di riferimento, i pari, e altri, via via che il bambino cresce. E con il bambino cresce anche il suo linguaggio, ma, particolarmente prima che esso si strutturi, il figlio guadagna la propria esistenza appoggiandosi a canali e registri di comunicazione non verbali, prima, cioè, di appropriarsi della parola e setacciare attraverso di essa la propria esperienza del mondo.

Il bambino, dunque, immerso nel mondo dei genitori, ne legge i dettami e ne intercetta le emozioni, a volte senza possedere lo strumento della parola per poterli elaborare. Egli, piuttosto, filtra l'esperienza con l'egocentrismo che gli è tipico, per cui: “se sento che papà e mamma litigano, essendo loro il mio mondo (ed io, pertanto, il loro), sarà certamente colpa mia”; o ancora, “se la mamma è triste, cosa posso fare per riparare a quel dolore?”

La madre ed il padre hanno il compito di dare parola al figlio anche attraverso il loro esempio. La parola è anche confine; essa, cioè, racchiude nella struttura verbale contenuti emotivi che diversamente circolerebbero senza avere un senso, pur impregnando comunque affettivamente le relazioni. La parola restituisce identità, scoraggiando la negazione dei vissuti dolorosi e favorendone piuttosto l'elaborazione.

La parola degli adulti non deve però fondersi in quella dei bambini e con-fondersi con essa: dare parola significa spiegare ai bambini, con un linguaggio che non li neghi, che non neghi il loro essere bambini - ossia che sia per loro comprensibile - che mamma e papà possono anche discutere, ma che gli argomenti degli adulti e i rapporti tra adulti, sono gli adulti a gestirli, e nelle opportune circostanze. La parola 'non pensata', impulsiva, non controllata, del padre e della madre non può ricadere sui figli o rischia di attivare in essi il bisogno di riparare il dispiacere dei genitori".

Una coppia che non funziona fa meglio a separarsi o a restare unita “per il bene dei figli”?

"La coppia genitoriale diventa esperienza affettiva interiorizzata nel mondo dei figli. Attraverso la forma delle relazioni in cui sono immersi, i bambini, crescendo, imparano a dare senso alle esperienze, attraverso l'interiorizzazione sia della parola esplicita che dei significati impliciti. La ambivalenza e la contraddittorietà dei due registri distorcono l'interpretazione che i figli daranno alla storia dei loro genitori, come spesso, forse, i genitori stessi, per primi, fanno.

E allora, a volte, la formula tanto pronunciata 'per il bene dei figli' diviene per i genitori la ragione tollerabile per evitare di confrontarsi essi stessi con la separazione, addebitando ai figli e al loro (supposto) benessere la responsabilità della loro infelicità e rendendoli spesso infelici spettatori e testimoni di una conflittualità talvolta evidente, talvolta sottilmente passiva e silenziosa, ma non per questo meno dannosa".

È sempre colpa dei genitori se un figlio non rispetta le regole o non si comporta bene a scuola?

"Più che di colpa, è opportuno forse parlare di responsabilità. In ogni caso, assolutizzare non è mai utile a comprendere ciò che accade e invece è la comprensione di ciò che accade, lo strumento prioritario di cui si dispone per cercare di muoversi nel complesso mondo della genitorialità.

Quando un bambino non rispetta le regole o non si comporta bene a scuola, è possibile stia esprimendo qualcosa attraverso le proprie difficoltà scolastiche, che si tratti di un malessere soggettivo, di un mancato rispetto delle regole per un problema nella interiorizzazione dei confini o altro ancora".

Quali sono i metodi per educare un bambino? Lo “sculaccione” è ammesso?


"Siamo in un momento storico in cui per varie ragioni si assiste a espressioni diffuse di genitorialità fragile, in cui il dettato normativo 'paterno' è talvolta confuso e poco efficace. Come dicevo prima, la parola è dirimente, nella misura in cui assegna significati a vissuti che altrimenti si tradurrebbero in azione.

Il punto, allora, non è lo sculaccione: il punto è il vissuto di inefficacia dei genitori che, non avvertendo incisiva la loro parola sul figlio, esprimono la loro frustrazione e la loro impotenza in maniera violenta, spesso anche attivando subito dopo incoerenti operazioni di riparazione ai vissuti di colpa che il pianto del figlio genera in loro.

In questo modo però rischiano di passare ai figli messaggi contraddittori, che prima 'sussurrano la regola' in maniera non risoluta, poi ne rivendicano il rispetto con forza attraverso modalità improvvisamente brusche, per poi negarla nuovamente consolando i figli per tentare di riparare al danno prodotto con quelle modalità. Tutto questo è confusivo per i figli e mina in essi l'autorevolezza dei genitori, soprattutto quando questi esibiscono il loro non essere allineati nelle prassi educative.

È utile allora chiedersi: la parola che porta la regola è stata espressa efficacemente e in maniera chiara e univoca? Il padre e la madre si sono fatti esempio di quella parola?". 

Come si costruisce un’emotività equilibrata nei primi anni di vita? A cosa devono stare attenti i genitori?

"La madre si sintonizza sui bisogni del figlio e li interpreta dando ad essi parola, in una dialettica continua sempre più raffinata e precisa, così insegnando al figlio a fare esperienza del mondo, interno ed esterno.

Ho parlato prima dei confini, in sostanza, del 'no' che delimita e definisce, che assegna identità differenziando ciò che è possibile da ciò che non lo è. L'esperienza umana non è mai univoca e netta. Diventare adulti significa anche imparare a tollerare le frustrazioni e le infinite ambivalenze della vita e delle relazioni. Ma affinché un confine sia valicabile, occorre prima di tutto che esso esista, anche nei ruoli (e nelle funzioni) di padre e madre.

Per intenderci, essere madre non significa rinunciare ad essere donna e cedere al figlio il posto del padre; piuttosto significa garantire vita affettiva ad entrambi, essendo e continuando ad essere entrambe le cose, sia madre che compagna, in maniera chiara, differenziata, non contraddittoria, all'interno di una dialettica continua e dinamica in cui l'affettività si esprime in forme differenti".

Come si evita di crescere un figlio “mammone”?

"È un po' quello che dicevo prima: il figlio non prenda il posto del padre. E ancora: il figlio non sia portatore coatto dei desideri dei genitori. A volte, infatti, i figli sono vissuti dai genitori come loro estensione, e su essi sono proiettati desideri, mandati e doti (o difetti), che non necessariamente appartengono loro. Leggiamo l'ombra di ciò tutti giorni sui giornali: nella scuola, se prima il maestro e il professore rappresentavano per i bambini e per i ragazzi gli equivalenti genitoriali, oggi lo sono più per i genitori che per i loro figli, per cui la nota o il richiamo al figlio, invece di mantenere un significato educativo ed essere pretesto per comprendere quanto accaduto, diventa per i genitori una macchia narcisistica intollerabile.

La funzione genitoriale si fonda su un presupposto un po' paradossale: rendere indipendenti a partire da una buona dipendenza. È un po' quello che accade quando un genitore insegna al figlio ad andare in bicicletta: lo accompagna e lo incoraggia senza sostituirsi a lui, per far sì che si senta sicuro e capace di muoversi da solo.

Tollerare di lasciar andare il figlio, di non sentirsi sempre indispensabile per lui può essere faticoso per un genitore, ma è di fondamentale importanza che questi impari a distinguere i bisogni del figlio dai propri".

Perché fa male permettere al proprio figlio di dormire con i genitori? Come si fa ad educarlo a dormire da solo, se non ne vuole sapere?

"Lo spazio del sonno è uno spazio importante, in cui attraverso lo spazio fisico si assegnano più significati impliciti: una dignità di spazio autonomo, per esempio; oppure l'idea che sia possibile sentirsi al sicuro anche se non si dorme a stretto contatto con i genitori; o ancora: il divieto per il figlio di entrare nell'intimità della coppia, che pure, come dicevo prima, esige di essere preservata.

A volte, infatti, il figlio nel letto dei genitori diluisce l'intimità della coppia, scoraggiandone l'incontro. E come pure dicevo prima, il 'non detto' che diviene 'non dicibile', non rappresentabile, attraversa le relazioni indirizzandole e orientandole in maniera inconsapevole tra significati incistati che pur mantenendosi operativi, rimangono inelaborabili se non accedono al registro della parola.

Se la coppia non dialoga, talvolta, il figlio nel letto coniugale è inconsapevolmente investito del mandato di risolvere, spostandole e celandole, le criticità della coppia. E allora pongo ancora la questione: dei bisogni 'di chi' stiamo parlando?"

In cosa consiste il sostegno alla genitorialità?

"Come dicevo prima, in questo momento storico, per varie ragioni, la genitorialità appare più fragile e vulnerabile. In molti casi si assiste, per esempio, al mancato passaggio di testimone generazionale, per cui i nonni rimangono genitori, non riconoscendo la titolarità genitoriale dei propri figli. In questa confusione di ruoli e di mandati, i confini di cui tanto ho parlato fino ad ora si fanno labili; la stessa autorevolezza genitoriale, non riconosciuta, fatica ad esprimersi efficacemente.

Ultimamente, tra l'altro, un altro fenomeno mette in crisi la funzione genitoriale: il timore di non essere benvoluti dai propri figli, la difficoltà di accettarne il dispiacere, per cui il “no” che limita diviene intollerabile più per i genitori che per i figli stessi.

Gli interventi di sostegno alla genitorialità si prefiggono di fornire ai genitori strumenti di comprensione e di significazione di quanto accade nella loro funzione di genitori, di aiutarli a differenziare i propri bisogni da quelli dei loro figli, di restituire loro il potere, la responsabilità e la titolarità della parola".

Anche le famiglie apparentemente normali possono nascondere enormi sofferenze. Un padre violento che tipo di problemi scatena sui figli? Come si cura una famiglia succube di un “padre padrone”? 

"Partiamo dal presupposto che il concetto di 'normalità' è quanto meno discutibile in questo ambito. Certamente, un padre violento, un 'padre padrone' espone i figli alla paura, condannandoli a definirsi sull'ansia e sull'esigenza di controllare costantemente l'ambiente per ridurne l'imprevedibilità, portandoli a maturare l'idea che i vissuti e le emozioni spiacevoli e insostenibili non possano essere tollerati, così traducendosi in violenza invece che in parola.

Sempre più spesso, si parla di violenza assistita, con ciò riferendosi a tutte quelle situazioni in cui i figli non sono direttamente vittime degli abusi: essi assistono al maltrattamento o comunque ne sono consapevoli. Non si tratta di semplice conflittualità di coppia: nella violenza assistita la relazione tra i due interlocutori non è simmetrica (cioè tra pari) e si fonda su un esercizio violento di potere dell'uno sull'altro. Le conseguenze per i figli sono immaginabili...

Le forme della violenza possono essere tante. Peraltro, non tutte sono esplicite o conclamate, non tutte sono dirette: la violenza può esprimersi anche passivamente e silenziosamente. A questo riguardo: ...ma la madre?"

Le capitano molti genitori drogati o alcolizzati? In questo caso qual è la strada da seguire e cosa rischiano i figli?

"Sì, certamente capitano situazioni di genitori con problemi di dipendenza patologica, e certamente si tratta di condizioni da considerare. Mi preme però rimettere nuovamente in discussione la supposta 'normalità' di cui si parlava prima. L'assenza di questo tipo di problematiche non è garanzia di buon funzionamento; d'altro canto, la presenza delle stesse, pur essendo spesso indice di un generale funzionamento problematico, non esclude la possibilità di una recuperabilità o margini di buon funzionamento o, ancora, la presenza di figure 'soccorrevoli' come i nonni o altri adulti di riferimento, può essere fattore di protezione, tanto più se l'adulto con problematiche di dipendenza accetta di sottoporsi a trattamento".

Insomma, in ogni caso, quando il figlio manifesta qualche problema, o anche prima, è bene porsi qualche domanda sulla genitorialità in compagnia di un esperto. A questo punto, ci può dare i riferimenti per contattare il Servizio?

"Sì, certo. Il CSCTI è a Lecce in via Miglietta 5. Ecco i riferimenti:

- tel: 0832.215726; 0832.215615; 0832.215150

- email: cscti@ausl.le.it".


G.G.


 

Altri articoli di "Salute Sette"
Salute Sette
19/10/2018
 L’intervista al dottor Mangia sulle malattie ...
Salute Sette
18/10/2018
Uno studio dell’équipe del professore Carlo ...
Salute Sette
17/10/2018
Elenchi non aggiornati nelle Asl e le lettere di ...
Salute Sette
16/10/2018
L’influenza ogni anno costa alle casse dello Stato 10 ...
 L’intervista al dottor Mangia sulle malattie dell’apparato cardiovascolare. Le malattie ...
clicca qui