Mimì e i suoi due padroni, guerra di carte bollate per il cane conteso

lunedì 9 ottobre 2017

Il cane di razza Irish Wolfhound, dopo mesi di nuova vita in un'altra casa, viene reclamato da un precedente padrone affidatario. Ma gli attuali affidatari non ci stanno: il caso in Tribunale.

Non c'è pace per Mimì, una femmina di razza Irish Wolfhound, che dopo anni passati a sfornare cuccioli in un allevamento, ha cambiato per due volte casa e padroni. La sua epopea comincia nel nell'aprile 2015 quando l'allevatrice di Pavia, che evidentemente riteneva chiusa l'attività di fattrice di Mimì, decide di affidare informalmente ad un amico leccese la cagnolona – ben 80 chili – arrivata ormai alla rispettabile età di 6 anni (l'aspettativa di vita in media è di 7 anni). Impossibilitato a tenerla con sé, il nuovo affidatario, un avvocato leccese, nel 2016 decide quindi di cederla come regalo di compleanno a Massimo De Guz, che se ne prende cura, la rimette in sesto e la inserisce nel nuovo nucleo familiare. Quel che sembrava un lieto fine, si trasforma invece in una vera e propria guerra di carte bollate. La querelle prende il via quando, dopo oltre un anno dal regalo, l'avvocato chiede indietro Mimì per restituirla all'allevatrice. Una richiesta che sciocca il nuovo affidatario, Massimo de Guz, che non ha alcuna intenzione di allontanare Mimì dalla famiglia, quasi fosse un pacchetto.

Dei fatti viene interessato allora il Tribunale civile che accetta la tesi del l'avvocato, primo affidatario di Mimì, ed ordina la sua restituzione, considerando il cane detenuto a “titolo di ospitalità gratuita”. Sentenza cui però De Guz non si rassegna, tanto da presentare un esposto in Procura ed un reclamo al Tribunale Civile che sarà discusso il prossimo 13 di ottobre. A complicare tutta la vicenda, ci si mettono anche le modalità di cessione della povera Mimì. Il cane, oltretutto di grande valore e dotato di pedigree, non è difatti di nessuna della parti in causa, ma di una quarta persona che non è entrata proprio in ballo nella vicenda. Tutti i passaggi di mano sono stati informali, difficile dunque stabilire chi abbia diritto di tenere con sé il cane, se non tenendo conto del benessere dell'animale, trattato più che altro come se fosse un oggetto e non avesse invece dei sentimenti. Proprio su questo difatti fa leva l'esposto di De Guz: come si può trattare l'intera vicenda non tenendo conto che il cane ormai da mesi è in una nuova casa, ben inserito e coccolato? Mimì di certo non può parlare, motivo per cui – per comprendere fino in fondo le condizioni dell'animale – il nuovo affidatario ha anche richiesto una perizia ad un veterinario comportamentista. L'esposto difatti va proprio in questa direzione, ipotizzando che vi siano gli elementi per ravvedere – nella richiesta di restituzione e di "spoglio"- il reato di maltrattamento di animale e di abbandono. 


In attesa di nuovo giudizio, intanto l'avvocato che ha richiesto la restituzione di Mimì non rilascia dichiarazioni. Raggiunto telefonicamente, non intende dire nulla sulla vicenda. Quel che rimane in tutta questa vicenda è un legittimo dubbio, sollevato anche dalle associazioni: come si può trattare un animale d'affezione quasi fosse un oggetto? Spiega Floriana Catanzaro, presidente dell'associazione Nuova Lara: "In questa storia Mimì è una vittima. Rischia di pagare un prezzo altissimo per scelte dettate dal business. Come si può anche solo pensare di farla tornare in allevamento dopo 30 mesi? Non reggerebbe lo stress e rischerebbe di morirci. Non si può continuare a trattare i cani come se non fossero esseri senzienti, nè si possono ignorare i sentimenti di chi il cane lo ha curato finora".    

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