Franz Di Cioccio si racconta: "La Pfm, una squadra in pista da 46 anni"

giovedì 7 gennaio 2016
Intervista a Franz Di Cioccio,  leader della PFM (Premiata Forneria Marconi), tra sperimentazioni e voglia di mettersi in gioco. Da oltre 40 anni.

Un mito della musica arriva a Lecce. O meglio, ci torna, visto che il Salento ha già goduto in passato delle inconfondibili sonorità della Premiata Forneria Marconi, meglio conosciuta semplicemente come Pfm.
Sulla cresta dell’onda da più di 40anni (46 per la precisione) la band, che ha attraversato la storia della musica, non dimostra affatto la sua rispettabile età. Capace di rinnovarsi continuamente, pur conservando un’identità riconoscibile, continua a raccogliere successi di pubblico e di critica ben oltre i confini nazionali. Dalle origini, da quelle prime collaborazioni con Mogol che portarono all’intramontabile “Impressioni di settembre”, al lavoro con De Andrè, per la realizzazione di capolavori quali “Il Pescatore”, fino agli ultimi album, è una lunga scia di successi e di impeccabile professionalità.

Il suo leader, Franz di Cioccio, batterista e voce della Pfm, rappresenta bene l’entusiasmo e la capacità di parlare alla pancia del pubblico. Intervistato, è un fiume in piena. Di ritorno dal tour in Europa e negli States – Londra, poi Los Angeles per festeggiare il quarantennale del primo tour nella West Coast, e ancora Miami e New York, calcando i palcoscenici più importanti della west coast, gli stessi dei Doors e delle più importanti rock band al mondo, Di cioccio è carico come un fucile.


Quarantasei anni sulla cresta dell’onda, qual è il segreto di questa longevità?

La musica non può essere legata ad una stagione. Si rimane musicisti per tutta la vita. La musica dunque cambia insieme a noi, è in continuo mutamento, segue la nostra contemporaneità. Per questo i nostri album sono sempre diversi. Sperimentiamo, anche con il rischio di non essere subito compresi, ma il tempo ci dà ragione. Tutte le esperienze internazionali, le contaminazioni, soprattutto l’esperienza americana, ci hanno insegnato nuove musicalità e l'arte dell’improvvisazione, fino a farci diventare una band che non si può racchiudere in un solo genere musicale: siamo rock, ma siamo anche funky, blues, progressive, classici. Tutto questo fa parte del patrimonio Pfm. Per questo i nostri concerti sono straordinari, non perché sono bei concerti – quello lo decide la gente – ma proprio perché sono fuori dall’ordinario.

Italia, ma non solo. Il vostro rock progressivo è apprezzato in tutto il mondo, tanto da meritare anche un riconoscimento dalla rivista "Rolling stone", che ha inserito "Per Un Amico" (PFM) al 19° posto nella classifica dei 50 migliori album progressive rock di sempre. Al primo posto ci sono i Pink Floyd…un bel riconoscimento…
Buttala via! Dopo questi risultati abbiamo capito che abbiamo fatto bene ad andare all’estero. Siamo molto felici, perché vuol dire che il nostro impegno paga. Essere al 19° posto tra le migliori 50 canzoni al mondo, è un traguardo importante.

Un bel risultato anche essere al primo posto tra le 50 canzoni italiane più belle di tutti i tempi. Secondo Panorama al primo posto c’è “Impressioni di settembre”, con l’innovazione portata dal moog, che “canta” il ritornello, diventato poi un marchio di fabbrica.

“Impressioni di settembre” come scrittura è una bellissima canzone. Il testo di Mogol è molto emotivo. In quanto al Moog, sono molto fiero dell’idea. Mi prodigai per avere quello strumento, che non esisteva. È stato un lavoro di squadra, cercavamo suoni innovativi. La frase musicale di “Impressioni di settembre” era molto bella, ma non rendeva con altri strumenti. Con il moog invece arriva direttamente alla pancia di chi l’ascolta. Insieme al Mellotron sono le nostre due innovazioni. È stata dunque una ricerca continua, ci siamo misurati con tutti i generi. Negli anni 80 eravamo ritm and blues prima che tornasse di moda e negli stessi anni abbiamo fatto uscire “Suonare, suonare”, il disco che ha venduto più di tutti, dove il linguaggio era il rock. Eravamo in anticipo sui tempi, prima ancora di Vasco Rossi, Ligabue o dello stesso Bennato, che poi hanno espresso molto bene la musicalità rock in questo Paese. 

Pfm per molti fa ancora rima con De Andrè, quanto pesa questa eredità?
L’eredità è reciproca. Noi gli abbiamo fatto scoprire quanto era bella la sua musica, al di là dei testi che poeticamente erano già insuperabili. Lui era considerato un grande poeta, ma nessuno avrebbe mai detto "che belle canzoni che scrive De Andrè". Rivestendole della nostra musicalità, delle nostre suggestioni, sono diventate un classico della musica italiana. Non puoi pensare a “Il pescatore” senza ricordare il ritornello iniziale. Noi gli abbiamo dato questa consapevolezza, tanto che lui non ha mai cambiato i nostri arrangiamenti. Gli abbiamo poi chiesto di scriverci dei testi, ma lui ci rispose che non aveva neanche il tempo di scrivere i suoi. Con lui abbiamo imparato l’importanza del testo, cosa che fino ad allora avevamo sempre sottovalutato.

Una produzione ininterrotta dagli anni '70 fino ad ora. Come è cambiata la vostra musica?
Cerchiamo sempre di essere contemporanei. Sono, siamo in costante mutamento, continuando a fare quello che ci piace. Per intenderci, abbiamo anche composto l’album “Classic”, che non è il solito disco di musica classica suonata con altri strumenti, ma un lavoro impressionante perché abbiamo scomposto le musiche dei grandi, tenendo alcuni temi, riscrivendo poi un’altra composizione. Un grande successo. Il fatto è che a me piace tutta la musica, non ho mai fatto distinzione di generi: anche un pezzo rap è fortissimo se ti comunica uno stato d’animo, mi piace l’heavy metal, come il rock ed il Blues. Per questo i nostri album, dal primo all'ultimo, attraversano trasversalmente il panorama musicale. 

Ad un certo punto ti è anche stato chiesto di sostituire il batterista dei Led Zeppelin, bella responsabilità…
Sì, mi hanno chiamato quando è morto John Bonham, ma ho rinunciato. sai com'è, al cuor non si comanda, non potevo abbandonare la Pfm.

Dopo il tour all’estero, prima tappa italiana a Lecce. Cosa ci dobbiamo aspettare?
Nella prima parte del concerto eseguiremo i brani dell’album “All the best”, così come la gente lo conosce e se lo aspetta, con una certa cura nell’esecuzione. Poi apriremo una finestra sul periodo importante della collaborazione con De Andrè, a quei brani rimasti nella memoria del pubblico. Eseguiremo anche dei brani di "Classic", per infine dare spazio all’improvvisazione, forse la parte più complessa e nobile della Pfm, perché ci devi lavorare per anni per arrivarci: devi essere al confine col jazz senza essere didascalico ed eccessivamente compiacente.

Ed il pubblico, qui come altrove, continua a seguirvi...
Il segreto è l’accordo tra di noi, una cosa che arriva molto al pubblico, che così si trova ogni volta ad assistere ad un evento, e non ad un semplice concerto. Per questo stasera a Lecce sarà un concerto unico, perché noi creiamo empatia col pubblico che di volta in volta incontriamo. È questo il “gioco” della Pfm, e non uso questa parola per caso. In inglese e francese il termine per le due azioni è lo stesso (To play, jouer), in italiano invece è diverso. Ecco, noi cerchiamo invece di fondere i due concetti: suoniamo, giocando.

Appuntamento questa sera, giovedì 7 gennaio, teatro Politeama – Lecce con Pfm in concerto: Franz Di Cioccio (voce e batteria) – Patrick Djivas (Basso) – Marco Sfogli (chitarra) – Alessandro Scaglione (Tastiere) – Lucio Fabbri (violino) – Alberto Bravin (seconda tastiera e voce) – Roberto Gualdi (seconda batteria).



melissa perrone

 

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