L'odissea dei malati oncologici salentini: lettera aperta di una paziente al direttore della Asl

giovedì 19 novembre 2015
Il racconto di una cittadina alle prese con l'iter dei malati oncologici: “Disservizi strutturali, tutto affidato alla buona volontà degli operatori”.

Una lettera accorata che apre una finestra sul mondo dei malati oncologici nel Salento. A scriverla, una giovane donna alle prese con il doloroso e lungo iter di cura, tra chemioterapia, analisi e scoramento. Un appello rivolto ai dirigenti della Asl perché migliorino un servizio finora carente, compensato solo dalla buona volontà degli operatori e dalle associazioni di volontariato.

“Ieri ho fatto il prelievo al vecchio Fazzi” scrive “Numero 105, prima di me una sessantina di persone, sala affollatissima e ore di attesa. Per un soggetto immunodepresso non è la situazione ideale, ammettendo che lo sia per qualcuno, se uno poi è in trattamento oncologico, con tutto ciò che ne consegue, non dovrebbe trascorrere due ore in quel posto. Dopo l'accettazione si passa nel settore prelievi, la macchina che distribuisce i numeri non funziona, la gente assiepata nella sala d'attesa e nel corridoio, in attesa che gli infermieri chiamino”.

Un'epopea, soprattutto per chi settimanalmente è costretto a fare le analisi, come da protocollo, senza che possa accedere per una via riservata.
“Sono stanca e arrabbiata, vado in direzione a chiedere lumi su come sia possibile che un paziente oncologico non abbia una corsia privilegiata. La responsabile non c'è, chi ne fa le veci concorda col disagio ma non sa che dire, mi manda dalla responsabile del laboratorio analisi per accordarmi con lei, come se fosse un fatto soggettivo e non collettivo. Alla fine raggiungiamo un accordo, prenderò la lettera C, ossia la corsia riservata a donne in gravidanza e bambini, che è stata fatta appositamente così a maglie strette perché 'la gente altrimenti se ne approfitta'. L'atteggiamento di tutti oscilla tra la comprensione/compassione e il tentativo di trasformarmi in una petulante”.

Un disagio concreto, difficile da affrontare quando si è già provato da un percorso di cura lungo, incerto e doloroso.
“Insieme a me vaga nel corridoio un signore sui 65, claudicante, col bastone, in cerca di un bagno, perché tutti sono rotti. Umiliante! Gira per i corridoi, da una porta all'altra, da un soggetto all'altro chiedendo, col bastone in mano, dove possa fare pipì. Sono furibonda, trovo tutto questo irriverente in generale, ma, se riferito a soggetti in estrema difficoltà, anche violento e offensivo”.

Una situazione ai limiti della decenza, resa ancora più complicata dall'assenza di qualunque forma di sostegno psicologico per i malati oncologici. A Lecce, difatti, nessuno psicologo a disposizione di questi pazienti un po' speciali, come avviene invece in altre parti d'Italia.
“Fino a poco tempo fa” spiega ancora la paziente “una psicologa prestava servizio di volontariato, sostenuta dall'associazione Andos (associazione nazionale donne operate al seno), poi più nulla. La Asl dispone di un solo psicologo che dovrebbe coprire tutto l'ospedale, ma nessuno dedicato ai pazienti oncologici. Quindi, l'unica alternativa, è andarci privatamente, ammesso che si possa permetterselo”.

A fronte di carenze istituzionali, tutto è affidato al volontariato o agli operatori – infermieri, impiegati, medici – che si fanno carico del servizio.
“Sono ancora sufficientemente lucida per capire che non posso prendermela con chi sta allo sportello, con la responsabile di un laboratorio o con gli infermieri che lavorano e fanno del loro meglio per gestire il gestibile, ma mi sfugge il bandolo della matassa, non so con chi prendermela, eppure qualcuno responsabile di questo sfacelo deve esserci, più persone probabilmente, a vari livelli, perché il decentramento serve anche a diluire le responsabilità e a impedire l'individuazione di un soggetto con cui fare i conti. Certo è che queste situazioni sono molto meridionali, che reggono in virtù dei rapporti faccia a faccia tra le persone che fanno buon viso a cattiva sorte, con un atteggiamento a metà strada tra il rassegnato e il 'volemose bene', non può che essere così perché diversamente dovrebbe scoppiare una rissa ogni giorno”. 

(Foto: Belpaeseweb)

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